L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il racconto di un folle

di Roberta Pedrotti

Debutta finalmente a Bologna, al Comunale Nouveau, l'inafferrabile operetta filosofico-politica di Bernstein da Voltaire. La coproduzione con Trieste punta più sulla surreale metafora universale che sulla pungente satira contingente.

BOLOGNA, 4 luglio 2025 - Nel 1755 il terremoto di Lisbona sconvolge l'Europa e sbriciola la fiducia nell'ottimismo di Leibniz. Voltaire ne trae ispirazione per il suo romanzo Candide. Un paio di secoli dopo, la seconda guerra mondiale ha sbriciolato nel mondo quel che restava della speranza nelle magnifiche sorti e progressive dell'umanità e con la guerra fredda ogni artista e intellettuale statunitense è posto sotto osservazione nella caccia alle streghe del senatore McCarthy. Bernstein mette in musica per la prima volta Candide, ma tornerà a revisionarlo nel 1989, mentre cade il Muro di Berlino.

Basterebbe questo a suggerire quante sfaccettature, quante allusioni, quante metafore e sottintesi covino in quella che formalmente si definisce operetta ma sfugge nei fatti a ogni classificazione. Poi c'è, nel concreto, un testo che può mordere e pungere oggi, una musica di leggiadro sarcasmo e spiazzante verità nella formidabile sintesi di linguaggi ch'è la cifra del genio di Bernstein.

È forse questo po' di pepe che manca al debutto di Candide nel cartellone di Bologna con una coproduzione con il Verdi di Trieste. Sarà la torrida estate felsinea, regno incontrastato del frinire delle cicale in un'aria incandescente, sarà che l'inconsuetudine del titolo più che solleticare la curiosità ha smorzato la partecipazione, ma alla prima i vuoti in sala son vistosi, gli applausi inizialmente timidi. Non proprio l'atmosfera ideale per far germogliare la scoppiettante e alogica (non illogica) cavalcata nel tempo e nello spazio del conte philosophique, tuttavia vogliamo sperare che almeno qualche seme in favore di questo travolgente, irridente, impegnato Bernstein sia stato gettato.

Per questo debutto bolognese la scelta della versione del 1988/89, l'ultima e la più ampia, è senz'altro lodevole. Tuttavia, l'impeto con cui Kevin Rhodes la affronta sul podio avrebbe senz'altro potuto insaporirsi con più spezie per dar propulsione a un'azione musicale che invece talora risulta più che altro travolta e un tantino uniforme rispetto all'inesauribile caleidoscopio bernsteiniano. Per quanto non ci si senta di esigere la stessa idiomaticità di una compagnia madrelingua in un paese anglofono, in “Glitter and be gay”, nei racconti piccanti di Pangloss e della Old Lady o nello scatenato e surreale Autodafé lusitano alla prima lo spirito è rimasto un po' latitante, l'avvincente varietà dell'invenzione non è sembrata emergere in tutta la sua forza. Anche nei complessi del Comunale si avverte un briciolo di comprensibile cautela, non essendo Bernstein e questo tipo di teatro musicale esattamente all'ordine del giorno nelle nostre fondazioni (West Side Story andò in scena nella sala del Bibiena nell'estate del 2018).

D'altra parte, se nella visione teatrale si tende a non caricare troppo di spezie e lasciare molti sapori alla loro naturale semplicità e all'elaborazione del pubblico, questa appare invece come una scelta ben precisa: Renato Zanella, più che dar spazio a una satira tagliente sull'oggi, preferisce concentrarsi sugli aspetti più universali del soggetto. Nella scena di Mauro Tinti l'accademica intestazione “Westfaliae Universitas” degrada via via in “W la Verità”, i costumi di Danilo Coppola caratterizzano bene ogni personaggio e ogni metamorfosi senza associazioni troppo esplicite, tant'è che anche le maschere vip nella scena del casinò veneziano (Callas, Maradona, Gandhi, Stalin, Obama, Brigitte Bardot, Elisabetta e Carlo d'Inghilterra che salutano come le statuette, Berlusconi che fa le corna...) appaiono come un gioco piuttosto innocuo, in linea con la chiave di lettura di Zanella: fra fiducia nella provvidenza e nichilismo, homo homini lupus e bontà dello stato di natura, non si può che constatare l'assurda contraddittorietà di un mondo pieno di orrori, dove però si può cercare l'intima felicità di un onesto “il faut cultiver notre jardin”, “make our garden grow”.

Il regista nasce come coreografo di vaglia, dalla luminosa carriera internazionale, già direttore del Wiener Staatsballett e autore delle danze per il Concerto di Capodanno. L'impronta è evidente sia nell'equilibrio della composizione visiva, sia nella chiarezza della narrazione anche più strampalata, sia negli interventi di danzatrici classiche. Poi, è quasi inevitabile che l'attitudine personale di solisti e artisti del coro indica parecchio nello spettro dei possibili esiti, specie in una locandina sterminata come questa e in un testo che esige di cantare, ballare, recitare, passare da una situazione e da un personaggio all'altro in un battito di ciglia.

Più che mai disinvolto è senz'altro Bruno Taddia, al solito mercuriale fra i panni del filosofo Pangloss, dello scorbutico Martin, dell'esuberante Cacambo e soprattutto del narratore Voltaire che Zanella immagina multiforme, a partire dalla sua prima apparizione in camicia di forza: si sa, il folle, l'innocente è colui che dice la verità. E una storia più folle e più vera di quella di Candide – sorella postuma di tanti romanzi e prosimetri ellenistici e imperiali, da Luciano a Petronio – è difficile pensarla. L'ingenuo eroe eponimo – mente forse non agilissima ma grande cuore – di un'Odissea sui generis è Marco Miglietta, piacevole nel timbro, tenero e sincero nell'accento. Gli occhi, poi, si puntano, mercé l'aria più celebre della partitura, inevitabilmente su Cunegonde: Tetiana Zhuravel ha presenza perfetta per la parte per fisico e attitudine, nonostante proprio le colorature di “Glitter and be gay” risultino un po' evanescenti. Il contraltare della primadonna, specchio futuro della candida avventuriera, si trova nell'azzeccatissima Old Lady (e Baronessa) di una ritrovata Madelyn Renée, consunta nella voce ma non nel fascino e nella padronanza della scena. Bene anche la Paquette caratterizzata da Aloisia Aisenberg, una sicurezza per questo repertorio. David Astorga sfoggia una spiccata ironia come Governatore, Vanderdendur, Ragotski, Barone e Grande inquisitore; Ivan Felix Kemp è un Maximilian assai sicuro di sé, oltre che Capitano e Zar. Con loro appaiono, scompaiono, si trasformano Yuri Guerra, Saverio Pugliese, Giulio Iermini, Xin Zhang, Zhibin Zhang, Pasquale Conticelli, Tommaso Norelli, Andrea Paolucci, Gianluca Monti, Enrico Picinni Leopardi, il coro preparato dalla maestra Gea Garatti Ansini.

E se alla fine tutto non è esattamente “pour le mieux dans le meilleurs des monds possibles”, se non si arriva a osare come ci si aspetterebbe quando sono in gioco i nomi di "Lenny" e di Monsieur Arouet, pure il racconto folle ha gettato il suo seme di metafora del mondo: coltiviamo il nostro giardino, coltiviamo il nostro teatro.

 

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Roma, West Side Story, 05/07/2025

Berlino, Candide, 25/01/2019

Buenos Aires, Candide, 20/11/2018

Firenze, Candide, 31/05/2015

Cagliari, West Side Story, 18/12/2022

Firenze, West Side Story, 15/12/2018

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