L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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di Stefano Ceccarelli

Il festival di Caracalla è inaugurato da una piacevolissima messa in scena del re dei musical, West Side Story di Jerome Robbins, su libretto di Arthur Laurents e musica di Leonard Bernstein. La regia di Michieletto si sposa benissimo con la storia e le voci principali si fanno valere: Sofia Caselli (Maria), Marek Zurowski (Tony). A dirigere il tutto, un ispirato Michele Mariotti.

ROMA, 5 luglio 2025 – Una fresca serata estiva (la prima dopo diverso tempo) regala agli spettatori l’atmosfera perfetta per immergersi nel musical più bello di sempre, West Side Story, con cui l’Opera di Roma apre, quest’anno, il festival di Caracalla. Ottima la scelta di questo titolo, sia perché mai eseguito fra le suggestive rovine termali, sia perché si adatta, molto più di un’opera classica, ai microfoni, il prezzo necessario da pagare per godere degli spettacoli all’aperto.

La direzione di Michele Mariotti è stata a dir poco eccellente. Evidentemente galvanizzato dall’irresistibile ispirazione coreutica di Bernstein, Mariotti sembra quasi danzare accompagnando la partitura, con il gusto, le sfumature e la musicalità che ne contraddistinguono ogni direzione. Tanto i momenti più drammatici, dunque, come il finale, con la morte di Tony, quanto quelli più teneri, amorosi, come la scena del balcone fra i due sfortunati protagonisti, vengono sentiti da Mariotti con il giusto colore e la pienezza di sentimento. Ottima, poi, la trascinante agogica delle danze (fra tutte la scena del ballo, con il celebre mambo), dove Mariotti slancia l’orchestra in un tripudio di colori dal gusto decisamente americano. L’orchestra può preoccuparsi meno delle sfumature, sempre sacrificate a causa dei microfoni, e concentrarsi sui ritmi, sugli impasti sonori, con effetti piacevolissimi.

Damiano Michieletto è celebre per le sue regie anticonformiste, ardite, tese a stupire continuamente gli spettatori. Questa volta, il suo stile precipuo si adatta perfettamente all’ethos del musical. Michieletto immagina che tutto si svolga in una piscina, con un enorme trampolino. A seconda della scena, si è in strada o in un interno, il che rende i cambi rapidi ed efficaci. Giganteggiano, con l’andare della trama, gonfiabili a forma di simbolo del dollaro e un braccio crollato della Statua della Libertà, la cui fiaccola viene accesa con un vero fuoco nel finale, a simboleggiare la speranza in un mondo migliore – lo straziante messaggio di Maria che chiude l’opera. Quindi, si tratta di una regia spumeggiante, un susseguirsi di trovate, spesso incorniciate da un massiccio uso del fumo, che scontorna il fondale archeologico: si pensi al coloratissimo ballo (con uno scatenato mambo), alle coreografie dei Jets, alla fortissima scena dello stupro di Anita, o a quella toccante fra Maria e Tony, reminiscenza shakespeariana. Il corpo di ballo è stato straordinario, eseguendo perfettamente le coreografie preparate da Sasha Riva e Simone Repele: uno stile che rielabora danze da strada, etniche e danza moderna, con un inesauribile fantasia basata su ripetizioni e variazioni di moduli riconoscibili e legati a specifiche ‘fazioni’ – proprio a rimarcare uno scontro primordiale fra opposizioni irriducibili. Proprio per questo, il linguaggio registico di Michieletto si traduce in un’opposizione cromatica chiara: vestiti bianchi, con parrucche platino, per i Jets, sgargiante policromia per gli Sharks. Fra le tante trovate, intelligente quella di inserire delle lettere luminose, classiche delle grandi insegne americane, ma semoventi, così da poter comporre non solo il nome di Maria ma anche la parola MIRACLE, che troneggia nel finale.

Gli interpreti sono tutti meritevoli di lodi. I due protagonisti, Zurowski e Caselli, mandano il pubblico in visibilio. Marek Zurowski ha il physique du rôle perfetto per Tony; vocalmente, vanta un timbro uniforme e una certa potenza, che talvolta non controlla, quasi per eccesso emotivo. Pur segnalandosi qualche incertezza tonale, la sua performance è trascinante, regalando una piacevolissima «Maria!» e duetti emozionanti con la collega, che gli sono valsi sonori applausi. Anche Sofia Caselli trascina il pubblico nel ruolo di Maria, vantando una voce del pari potente e centrata, con riflessi argentei nella zona acuta; anche per lei si segnala qualche lieve incertezza tonale e momenti in cui la voce vuole uscire più forte di quanto non dovrebbe, ma per eccesso emotivo. Apprezzato il duetto con Tony, la celebre Balcony scene («Tonight, Tonight»), dove i due cantanti trovano accenti soffusi, delicatamente amorosi; intenso, struggente il duetto con Anita, «A boy like that»; scintillante la sua aria, «I feel pretty», con tutta la coreografia in cui vestono Caselli come la Statua della Libertà – giustamente, tanto il musical che la regia di Michieletto risaltano una certa critica allo stile di vita scintillante ma razzista dell’America, tanto degli anni ruggenti che di oggi. Natascia Fonzetti canta una convincente Anita, con piglio energico: una trascinante performance di “America” non fa che testimoniarlo. Convincente pure il Bernardo di Sergio Giacomelli, che lavora tanto sull’accento sudamericano dell’inglese. Ottimo il Riff di Sam Brown, non solo per la bella voce («When you’re a Jet»), ma anche per le sue straordinarie doti da ballerino. Anche il resto del cast è stato ottimo – ma troppo numeroso, per riportarne tutti i nomi. Lunghi applausi chiudono la serata; ma il pubblico non se ne va senza godersi un meritato bis del mambo!

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