Giochiamo all'Elisir
Nella stagione estiva della cavea del Maggio Musicale Fiorentino, L'elisir d'amore coprodotto con la Fondazione Haydn si riscopre in tutta la sua freschezza grazie alla direzione di Alessandro Bonato e alla regia di Roberto Catalano, che valorizzano una compagnia di canto guidata dall'arte e dall'esperienza di Roberto De Candia.
FIRENZE, 7 luglio 2025 - A volte, ciò che abbiamo più spesso sotto gli occhi è proprio ciò che osserviamo e conosciamo meno. Pensiamo al punto di partenza della Rossini Renaissance: non la ripresa di Ermione o del Viaggio a Reims, ma Il barbiere di Siviglia, una delle opere più eseguite al mondo, ininterrottamente in repertorio fin dalla prima assoluta e per questo arrivata a uno stato di usura, con tratti travisati e traditi dalla tradizione. Abbado, con Zedda, ci riportò all'origine per poter tornare a essere liberi di interpretare. Si sentirà poi serpeggiare l'idea stolta della filologia come una gabbia per spontaneità e fantasia, ma sappiamo che è il contrario: la consapevolezza del testo, della sua storia, della sua prassi è uno strumento utilissimo che libera dalle pastoie ben altrimenti insidiose dell'abitudine passiva o dell'originalità a tutti costi, delle mode chic che diventano cliché o delle rassicuranti lusinghe al gusto corrente.
L'elisir d'amore è proprio una di quelle opere che hanno la sfortuna di essere talmente perfette da poter funzionare sempre e comunque, proliferando con successo quasi assicurato nell'universo e in altri siti. E, così, ci si ripresenta continuamente sotto gli occhi passando piacevole e quasi inosservata fra eterni ritorni dell'uguale e deliberati “famolo strano”. Invece, bisognerebbe fermarsi e provare a rileggerla come fosse la prima volta, con la cura di una riscoperta unica. Per questo, bisogna davvero ringraziare il Maggio Fiorentino, che non si limita – come sarebbe ben facile – a garantirsi le serate estive con la più amata commedia donizettiana, ma rifugge la routine e punta sulla qualità di un'abbinata concertatore/regista concentrata sull'opera e non su di sé. Si dimostra così che ogni titolo, anche il più rodato, meriti e necessito della stessa cura e dignità del più raro ed esotico.
Roberto Catalano è un regista che conosce i ferri del mestiere e sa usarli; prima ancora della chiave di lettura, dell'estetica, della prospettiva drammaturgica viene la base fondamentale: tutti (proprio tutti) recitano e recitano bene. Così, con i dettagli, si costruisce uno spettacolo che funziona e trasmette chiara l'idea senza bisogno di troppi fronzoli e divagazioni. La vicenda è quella nota, limpida, ma ammantata di un pertinente realismo magico. Sì, perché L'elisir non è solo l'inganno di un ciarlatano che però innesca una risoluzione positiva, è anche la scintilla di una sorta di incantesimo che riporta Adina, e tutti gli altri uomini e donne irrigiditi in giacca e cravatta e tailleur, alla spensieratezza e all'ingenuità dell'infanzia, al senso del gioco che l'umile spazzino Nemorino continuava a conservare. Dulcamara, clochard e artista di strada girovago, sarà anche un po' imbroglione, ma è qui più bonario, incantatore, è davvero colui il quale, con l'illusione ludica della prima bevanda a portata di mano (il cartone di vino, la bibita della festa di nozze in stile ultimo giorno di scuola), ci porta nel mondo del “facciamo che era...” e permette ad Adina e Nemorino di liberare i propri sentimenti. Il parco giochi creato dallo scenografo Emanuele Sinisi, i costumi azzeccatissimi di Ilaria Auriemme e le luci ben calibrate di Oscar Frosio contribuiscono a caratterizzare le sfumature di un racconto tenero e mai lezioso.
Anche per Alessandro Bonato, per la prima volta sul podio fiorentino per un'opera dopo il bel concerto dello scorso settembre, tutto si fonda su una tecnica solidissima, che gli permette di controllare autonomamente la dimensione agogica e quella dinamica, quella metrica e quella ritmica, il fraseggio e il colore. Insomma, non conosce automatismi meccanici, non sente la necessità di associare la velocità all'intensità del suono o di esibire un continuo cambio di passo. Anzi, i tempi sono estremamente controllati, rigorosi nel rispetto delle indicazioni donizettiane, e tuttavia mai monotoni o, peggio, appesantiti, perché proprio dando fiducia al testo si delineano due dimensioni teatrali che vanno in perfetta armonia con la scena. Abbiamo, cioè, una pulsazione priva di eccessi, scatti, dilatazioni di tradizione: è il tempo reale, lo sviluppo della commedia; poi, in selezionati momenti chiave, questa si muove, non per mero effetto, bensì per un moto dell'anima, un accumulo di tensione, un tempo emotivo che altera la percezione di quello reale. In questa scansione, poi, la varietà è data dai dettagli, da un accento più o meno sottolineato, da un ritmo più o meno enfatizzato, da un legato o da un gioco di botta e risposta con varianti dinamiche.
Il tempo misurato della realtà e il tempo percepito del cuore si plasmano e si colorano grazie alla cura eccellente dell'orchestra del Maggio (che belle le arcate nel preludio! che belle le frasi dei fiati! quanto spirito nei passi militareschi o circensi!) e del coro preparato da Lorenzo Fratini, che all'azione scenica impagabile accompagna una teatralità musicale d'altissimo livello. D'altra parte, cifra di questo spettacolo è che, anche all'aperto in una sera d'estate, nulla si possa trascurare e la parola si leghi alla nota nei numeri chiusi non meno che nei recitativi. Qui il cembalo di Andrea Severi (peccato che il continuo non abbia previsto anche un violoncello) suggerisce gustose citazioni: quella wagneriana per “la bevanda amorosa della regina Isotta” è un gioco ipertestuale che si lega non solo alla “storia di Tristano” letta da Adina, ma anche a quel “Si può morir d'amor” di un Nemorino frastornato dalla gioia.
E un re della parola scenica, palese o sottintesa, è senza dubbio Roberto De Candia, che ci fa amare anche senza aprir bocca questo Dulcamara un po' imbroglione un po' vero mago, artista vagabondo che inganna, truffa, ma mostra anche una tenerezza quasi paterna. Poi, apre bocca e non c'è sillaba che non sia meditata per aver senso con naturalezza, spontaneità, gusto e spirito. Nulla di troppo, può sembrar poco ed è moltissimo.
Il resto del cast, tutto giovane, non può che essere galvanizzato quando la guida musicale e teatrale è di qualità e il palcoscenico si condivide con un veterano sopraffino. Difatti, il baritono Hae Kang, Belcore, conferma la solidità di una voce ben timbrata, la chiarezza della dizione e l'intelligenza dell'approccio; si fa notare anche l'ottima Giannetta di Aloisia de Nardis. Antonio Mandrillo, da parte sua, ha tutte le carte in regola per essere un ottimo Nemorino: presenza simpatica, timbro morbido e accattivante, fraseggio comunicativo e bella musicalità. Gli manca ancora un po' più di fluidità nella vocalizzazione e di scioltezza nell'acuto e ci auguriamo abbia modo di consolidarle presto per ottenere i risultati che può meritare. Sembra in un momento di passaggio della sua evoluzione anche Lavinia Bini, che presta ad Adina, oltre all'efficacia attoriale, un bell'abbandono lirico e una bella tornitura del suono nel cantabile, mentre i passi d'agilità e i passi più acuti paiono oggi meno nelle sue corde, indice forse di un nuovo repertorio all'orizzonte, da lirico leggero a lirico puro. Certo, si rende comprensibile la scelta di non insistere sul côté più scopertamente belcantista (specie nella cabaletta del secondo atto) derogando all'ideale di integralità. In teatro la pratica non val meno della grammatica, se la si sa applicare cum grano salis, mantenendo intatte logiche ed equilibrio.
Se la tradizione ha portato con sé tradimenti che val la pena scrollarsi di dosso tornando alle origini, non bisogna, però, scordare la linea virtuosa della collaborazione, dell'artigianato, del sostegno costante del respiro e delle esigenze del canto così ben rappresentata dalla scuola dei Serafin, dei Gui, dei Votto, dei Campanella. Per fortuna, mentre le mode vanno e vengono e i vizi si rinnovano, si rinnovano anche le virtù e si tracciano linee di continuità e discontinuità là dove ne val la pena.
In una serata finalmente ventilata, resa festosa anche dai gelati offerti al pubblico sul terrazzo da cui si ammira la cupola del Brunelleschi, si applaude di gusto uno spettacolo fatto di tecnica e di pensiero, di freschezza e di tradizione, di incontro fra generazioni. Sì, possiamo scoprire L'elisir d'amore come se fosse Der Junge Lord e chi non riuscisse a farlo ora a Firenze potrà sempre recuperare in autunno a Bolzano, magari senza la brezzolina toscana, ma con la coccola acustica di un teatro al chiuso.
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