Scala, doppio forfait e Italia
Norma di Vincenzo Bellini torna al Teatro alla Scala in uno spettacolo di modesti esiti, dalla sbrigativa direzione di Fabio Luisi alla fallimentare regìa di Olivier Py. Un doppio forfait di Marina Rebeka e Freddie De Tommaso anticipa però il campo alle più idiomatiche prove di Marta Torbidoni e Antonio Poli, tra l’eccellenza virtuosistica di Vasilisa Berzhanskaya e quella stilistica di Michele Pertusi.
MILANO, 11 luglio 2025 – A compromettere gli infatti modesti esiti di Norma, come tornata nel Teatro alla Scala dopo trentotto anni d’assenza, sarebbe bastato il più generale degli errori riscontrati: la mancanza di idiomatismo italiano. In altre parole: la Scala, che ha vocazione di capofila per i teatri della Penisola, che è un potente brand commerciale e che fu fonte battesimale per il capolavoro di Vincenzo Bellini, si è astenuta dal seminare un modo esemplare di eseguire Norma, tale da dettare legge in fatto stilistico, e si è invece limitata a raccogliere artisti dello star system, accodandosi alla routine globale. Ora che si è verso la conclusione delle sette recite, dal 27 giugno al 17 luglio, il bilancio non potrà essere accusato d’impulsività. Si dirà allora di aver ascoltato la più cantabilmente italiana delle orchestre e il più sfarzosamente prestante dei cori, ma ciò per puro merito delle compagini scaligere in sé, del loro materiale e delle loro attitudini, dal momento che la concertazione di Fabio Luisi procede in modo meccanico nella tecnica – con archi sovrastanti i legni e ottoni sovrastanti gli archi – e in modo sbrigativo nella poetica. Se demotivata era parsa la sua Norma dell’estate scorsa al Festival della Valle d’Itria, incomprensibile risulta ora l’idea di riconfermarlo per lo stesso titolo a Milano, tanto più in un presente ove Alessandro Bonato, Riccardo Minasi o Michele Spotti alzano sensibilmente la posta interpretativa. Ottimo sarebbe invece, in Luisi, l’intento di eseguire la partitura integralmente e in edizione critica, se non fosse che a un solo passo dal Finale, nel capitale duetto di Norma e Pollione, cadono ventun battute pari a miseri quaranta secondi d’ascolto: e allora addio alla sacrosanta integrità del testo, addio alla regolarità formale belliniana, avanti – come unica causa plausibile – alla pigrizia dei cantanti viziati dalla tradizione.
Cantanti che nelle prime parti sono il soprano Marina Rebeka, come eroina eponima, e il tenore Freddie De Tommaso, come Pollione. Entrambi si avvalgono di un’italianità di fantasia, alla maniera di Londra, Parigi o Vienna, tollerabile là ma un tantino meno sotto le Alpi e incline – il segreto sta nell’equilibrio – all’esagerazione ovvero a una certa apatia. Lei la declina nobilmente, con uno studio che diviene però calligrafia e con uno stile che rade l’effettistica affettazione. Lui la intende rozzamente, con un porgere veristeggiante e omettendo come nulla fosse il Do sopracuto nella cavatina. Non li aiuta il fallimentare nuovo allestimento con regìa di Olivier Py, scene e costumi di Pierre-André Weitz, luci di Bertrand Killy e coreografia di Ivo Bauchiero: tutti assieme sono frullati un fanta-Risorgimento estraneo alla storia dell’opera, il teatro nel teatro di Norma e Adalgisa reinventate attrici, il mito di Medea, risibili balletti di soldati pseudo-asburgici su metri musicali non di danza, infine lo sbaglio di ricostruire, dentro la Scala vera, una Scala posticcia che esibisce un’imbarazzante, irrispettosa scarsa conoscenza della circostante architettura di Giuseppe Piermarini. C’è materiale drammaturgico e visivo per più di una Norma, ma il prodotto è un ambizioso, indolente, irrisolto guazzabuglio.
Nell’amarezza di questo orizzonte, avviene così, per paradosso, che le notizie funeste divengano propizie. Alla recita dell’11 luglio, il loggione non prende bene l’annuncio del doppio passo indietro della Rebeka e di De Tommaso e il subentro, al loro posto, del soprano e del tenore dapprima previsti per la sola recita del 14. Eppure, è proprio grazie a tali ultimi che questa Norma prende d’un tratto a parlare italiano per naturalezza, semplicità, schiettezza e comunicativa, insomma idiomatismo, come nella Scala degli ultimi vent’anni è troppo spesso mancato al mancare di garanti quali Riccardo Chailly o Michele Mariotti. Lei, Norma, passa così a Marta Torbidoni, tangibilmente emozionata per l’anticipato debutto scaligero d’urgenza, ma solida nella linea di canto, chiarissima nella pronuncia, scolpita nell’accento, sferzante nell’agilità di forza, timbrata pur senza esotismi, primadonna senza fronzoli, professionista abnegatissima; alla fine, miete soltanto applausi – anche al termine della cabaletta, dopo «Casta diva», là ove l’applauso non parte mai – salvo l’auto-qualificato dissenso di due-balordi-due. Lui, Pollione, passa invece ad Antonio Poli, che perde l’occasione di sfoderare la nota tralasciata dal collega ma lo batte sul fronte dell’espansività espressiva, della fragranza timbrica e della pertinenza stilistica. Va da sé, poi, che in concomitanza di un doppio forfait qualcuno scalpiti per balzare dalla seconda alla prima linea: Vasilisa Berzhanskaya, dopo un triennio di alti e bassi tra scelte di carriera anfibie dal contralto al soprano, anzitutto a partire da questa Norma, con la sua Adalgisa, torna a essere un miracolo di facilità estensiva, smaltata rotondità, timbro radioso, vocalizzazione fluida, sagace proiezione, terso legato, misurata attorialità e conseguita naturalizzazione – dalla dizione esatta alle tenui sfumature – nella civiltà musicale italiana. Come modello di mestiere le è accanto, a dispetto degli anni che passano e che qualcosa erodono, il solito Michele Pertusi quale Oroveso: guai a sottovalutare, quando un interprete sa svettarvi e riscattarla, una parte creduta comprimaria e al contrario insignita di ben due arie (un traguardo cui la protagonista arriva solo calcolando l’ultimo cantabile nel Finale). Il comprimariato vero, infine, sorprende per pregio: Laura Lolita Perešivana dà luogo a una Clotilde d’inusitato corpo, mentre Paolo Antognetti è un Flavio di tale esuberanza da incalzare Pollione.
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