L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’ultima Norma

di Antonino Trotta

Si chiude con un inatteso e appetitoso colpo di scena la discussa Norma scaligera: Jessica Pratt sostituisce al volo l’ancora indisposta Marina Rebeka nell’ultima recita del capolavoro belliniano, trionfando sul palcoscenico del Piermarini per statura vocale e interpretativa.

Milano, 17 luglio 2025 – Nell’ultimo mese, almeno nell’ambiente, non s’è parlato d’altro: il ritorno di Norma sulle tavole di Milano, dopo quarantott’anni d’assenza, ha senza dubbio catalizzato l’attenzione di melomani, critici e addetti ai lavori vari, ingenerando in tutti noi un’attesa spasmodica e invero alimentando, come già in generale accade quando si tratta della Scala, aspettative altissime. D’altro canto, il legame tra il più imponente lavoro belliniano e il massimo tra i teatri d’opera della penisola affonda le radici nella storia gloriosa del melodramma italiano, intrecciando nomi leggendari, interpretazioni rimaste nella memoria e un’aura di sacralità che rende l’agognato passo quasi un evento. Evento che, ne avrete già letto, ha raccolto più sopracciglia aggrottate che applausi convinti: Fabiana Crepaldi firma su queste colonne un eccellente editoriale circa le ragioni e gli esiti dell’operazione scaligera mentre il sommo Francesco Lora, nella recensione della recita dell’11, con penna autorevole e disincantata va dritto al nocciolo della questione, enucleando con precisione chirurgica le fragilità e i limiti di questa produzione. A quanto scritto dai colleghi, onestamente, v’è ben poco da aggiungere, se non fosse che nell’ultima recita, a sostenere il mitologico ruolo della protagonista, in sostituzione della titolare Marina Rebeka ancora indisposta, è chiamata, con appena un giorno di preavviso, la superlativa Jessica Pratt, pronta a intervenire nel punto di massimo rodaggio dello spettacolo, trasformando un’ipotesi di crisi in un’occasione di autentico interesse.

Indossare quelle vesti, su quel palcoscenico, senza uno straccio di prova, quand’anche si è freschi della recente esperienza fiorentina, non è impresa di poco conto, specie quando all’ultimo si opta per scelte che coinvolgono tutti i complessi del teatro – «Casta diva», ad esempio, è cantata nell’originale tonalità di sol, e qui un plauso va anche a coro e orchestra che hanno accordato la trasposizione last-minute –. Oltre al fegato, però, il soprano reca in dono all’indomita sacerdotessa soprattutto cuore, polmoni e cervello. Plastica in fraseggio sensibilissimo e carico di sfumature, svettante in quelle siderali agilità saettate con assoluta padronanza di mezzi ed eccezionale messa a fuoco drammatica – propria di chi conosce e riconosce nella virtuosa invenzione belcantista un infallibile strumento espressivo e mai un fronzolo decorativo –, Jessica Pratt consegna al pubblico del Piermarini una Norma di grande pathos, modernissima in quella velata fragilità che emerge in filigrana là dove dignità e fierezza lucidano in superficie la corazza. Non a caso, tra i momenti topici della serata, v’è il duetto con Pollione, che sulla carta pur insiste sul registro a lei meno favorevole, ma nella pratica s’infiamma per quel porgere febbrile e vibrante che non lascia sprecata neanche una sillaba del testo, per quegli accenti staccati con immedesimazione totale, per quella capacità di dosare tensione e delicatezza in una linea canto sì cangiante e vivido da rendere tangibile il tormento interiore che poi è il cuore pulsante di tutto l’arco narrativo. Non importa, allora, se in qualche sporadica “t” s’avverte un pizzico di flap: a fronte di una lettura così profondamente pensata, musicalmente compiuta, virtuosisticamente iridescente ed emotivamente magnetica, anche qualche fugace inflessione anglofona finisce per apparire un dettaglio veniale, perdonabilissimo in una recita con così tanto altro a cui badare.

Del resto del cast s’è ampiamente parlato in maniera esaustiva nelle recensioni già citate. Vasilisa Berzhanskaya è l’altra punta di diamante della produzione: torrenziale nel volume di voce, impeccabile nell’agguerrito tecnicismo che le assicura facilità e brillantezza in tutta la tessitura, disegna un’Adalgisa appassionata e intensa, al punto da indurre il dubbio su una migliore adesione al ruolo di prima – tra l’altro, già affrontato – anziché seconda donna. Freddie De Tommaso, invece, è un Pollione fuor d’acqua, di spicco sì nella floridità dei mezzi ma decisamente estraneo alla poetica e all’estetica del Belcanto. Michele Pertusi, Oroveso, squaderna e dimostra tutte le qualità che andrebbero richieste a un vocalista e a un interprete alle prese con simili cimenti. Laura Lolita Perešivana e Paolo Antognetti, rispettivamente Clotilde e Flavio, completa con onore la locandina.

Fabio Luisi dirige con professionalità e rigore, favorendo più la quadratura perfetta della partitura che il sostegno viscerale e istintivo della narrazione: si ammira, insomma, nella sua concertazione, la purezza dell’architettura strumentale, la preziosità di certi intarsi, la cura del dettaglio, ma latita quella spinta carnale, stemperata spesso da agogiche condotte un po' agli estremi, che accende e rinfranca il dramma.

Il fortuito accredito guadagnato all’ultimo ci posiziona in una seconda fila di un palco laterale, da cui non è possibile godere appieno della regia firmata da Olivier Py. Più di una volta, però, lo scrivente s’è affacciato, e mai ha maledetto quella col senno di poi salvifica poltrona.

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