Ravel e l’anima delle cose
Esito felicissimo per la produzione dell’Enfant et les sortilèges al Festival della Valle d’Itria, in cui spiccano l’ensemble strumentale ed Elena Antonini nel ruolo del titolo
Martina Franca, 19 luglio 2025 – «Degli effetti facciam presto la lista» e – naturalmente – a ogni avvicendamento fra direttori artistici, nessuno di noi riesce a resistere alla tentazione di comparare il vecchio col nuovo e annotare scrupolosamente ogni possibile differenza. È pacifico che si tratta sempre di un cambiamento, ma quello portato da Silvia Colasanti al 51° Festival della Valle d’Itria è un cambiamento gentile, che non sbatte i piedi né tantomeno desidera imporre una ristrutturazione totale; piuttosto, inserisce nelle solite forme (le produzioni d’opera, gli immancabili concerti del sorbetto, ecc.) una nuova prospettiva. Un festival che ha sempre rivolto la sua attenzione soprattutto alla musica del Sette-Ottocento, si trova finalmente a spingere il proprio sguardo e con decisione nel Novecento, osando pure proporre qualche contenuto accento di contemporanea.
Non si dimentica né si tradisce quello che è stato il Festival per cinquant’anni, difatti si inaugura questa edizione con una nuova produzione del Tancredi rossiniano in cui si presentano sia il finale veneziano sia quello ferrarese e, inoltre, è presente tutto quel sottobosco barocco/classico/protoromantico di Mercadante, Carafa, Sacchini, Traetta, Paër e Scarlatti padre; a questo fondamentale retroterra, però, se ne affianca uno di eguale importanza e il Festival della Valle d’Itria si scopre a parlare il linguaggio del Novecento con maggior intensità rispetto al passato: Webern, Korngold e Schulhoff sfilano a fianco di Šostakovič (presente pure con la Sinfonia n. 14 eseguita dall’Orchestra dell’Accademia della Scala diretta da Fabio Luisi), Rautavaara, Schnittcke e Tavener, approdando fino ai viventi Pärt, Silvestrov e Marzocchi. Non basta: c’è tantissimo Britten, un sentito omaggio in attesa delle celebrazioni per il centenario della morte che fra le pietre bianche di Martina Franca raggiunge l’apice con la prima rappresentazione in Italia dell’Owen Wingrave, composto cinquantacinque anni fa ma che trova tragico riscontro anche nella nostra attualità. Attraverso questa programmazione davvero raffinata ma che non perde mai di vista il coinvolgimento del pubblico, Silvia Colasanti non solo crea una situazione di grande interesse, ma fornisce a tutti noi ottime motivazioni per andare a Martina dato che è davvero difficile trovare a sud delle Alpi un cartellone che racchiuda tutti questi autori.
È quindi tutto? No. Assieme a prime esecuzioni italiane e nuove commissioni del Festival, nel chiostro di San Domenico trova una propria dimensione un autore amato, celebrato, ma la cui vasta produzione non è ancora domestica per il grandissimo pubblico; a Maurice Ravel questa edizione regala due ampi spazi, uno consacrato alla produzione liederistica e l’altro in cui si puntano si accendono le luci su una delle più straordinarie gemme del teatro musicale del primo novecento: L’enfant et les sortilèges.
Partendo dal presupposto che nulla è facile e Ravel non lo è mai a priori, l’Enfant è una partitura davvero impervia sotto il profilo tecnico ed espressivo, così come sotto quello interpretativo in senso lato e recitativo in senso stretto, con una scrittura vocale e strumentale che non fa sconti a nessuno. In breve, è un meraviglioso oggetto musicale con cui è facilissimo tagliarsi, quindi bisogna saperlo maneggiare con cura.
L’esito di questa prima è davvero ragguardevole, tanto più se si considera – per usare le parole della direttrice artistica Colasanti – che si tratta di una «produzione a chilometro zero»: le voci provengono tutte dall’Accademia “Rodolfo Celletti” della Fondazione Paolo Grassi, il coro di voci bianche è quello della medesima Fondazione e anche le scene sono state assemblate in loco; la produzione prende subito per il verso giusto questo titolo davvero particolare: non è un’opera (e infatti Ravel la battezza «fantaisie lyrique en deux parties») ma è in ogni sua parte puro teatro musicale, è surreale e con un elevatissimo coefficiente di bizzarria ma non è né illogico né casuale, non ha una effettiva trama orizzontale ma esiste comunque una risoluzione, peraltro si noti come questa non sia catartica né tantomeno abbia intenti moraleggianti. L’ideazione scenica qui proposta, che porta la firma di Rita Cosentino per la regia e quella di Francesca Cosanti per scene e costumi, si adegua docilmente alla sequenza di scene oniriche ritratte da Colette: si gioca con le molte bizzarrie del libretto, immagini fantastiche in equilibrio sulla sottile linea tra il fiabesco e l’inquietante; se da una parte non ci sono particolari guizzi registici, dall’altra il tutto è condotto in modo piacevolissimo e con una certa eleganza, tali da inquadrare esattamente lo spirito dell’opera e da restituirlo al numerosissimo pubblico. Si segnala anche la buona gestione del gesto scenico: l’Enfant da questo punto di vista non facilita le scelte della regia perché si presta moltissimo a gestualità molto vivaci financo coreografiche (non per niente esistono produzioni che trasformano il titolo in balletto, con i cantanti in buca), ma se l’autore del gesto è anche chi canta, allora il tutto deve essere ridotto in ragione del canto. Vale la pena di citare come esempi non esaustivi il soprano di coloratura – Le Feu et al. – che durante le agilità ha necessità di muoversi il meno possibile, così come il tenore nei panni del Petit Veillard deve poter prestare la giusta attenzione all’impervia linea vocale e agli incastri con il mezzosoprano e il coro.
Pregevolissima la realizzazione musicale, che si segnala a partire dalla parte strumentale. In questo caso non è stata eseguita la partitura nella sua versione ordinaria ma in riduzione per flauto (anche ottavino), violoncello, due percussionisti, pianoforte a quattro mani e quell’autentica delizia di un pianoforte preparato à l’imitation de Luthéal, strumenti che in sede d’esecuzione hanno visto rispettivamente Giulio Francesconi, Federica Del Gaudio, Gabriele Maggi, Michele D’Urso, Anastasia Gromoglasova, Liubov Gromoglasova e Valerio Dollorenzo. Si tratta di un settimino formidabile, compattissimo in ogni momento e dalla forte capacità espressiva, elemento tutt’altro che scontato nella riuscita visto che si tratta pur sempre di eseguire Ravel all’aperto. Sia per la bontà intrinseca della riduzione, sia per l’effettiva capacità degli interpreti, in questa riduzione non si avverte la mancanza di nulla e si rende un grande servigio a Maurice Ravel.
Meno buona la direzione di Myriam Farina: ci sono delle idee interessanti e in generale un’apprezzabile trattamento del colore, ma non sempre è garantito l’equilibrio fra palco e buca, inoltre si ravvisa una scelta dei metronomi un po’ corriva che in un’occasione («Deux robinets coulent dans un réservoir») determina un incidente del tutto evitabile, dato che il podio prende una velocità tale che strumenti, cantanti e coro di voci bianche non riescono mai ad andare insieme, nonostante anche quella cesura che conduce all’accelerando in «Millimètre, centimètre, décimètre».
Bene l’L. A. Chorus, Lucania & Apulia Chorus preparato da Luigi Leo, con una intonazione pulita e vocalmente corretto per il titolo; si sarebbe apprezzata una maggiore grazia nel coro «Adieu, pastourelles!», tuttavia nel chœur des animaux e nell’ensemble finale «Il est bon, l'enfant, il est sage» si raggiungono vette piuttosto elevate. Molto ben intonato e dalla valida presenza scenica il Coro di voci bianche della Fondazione Paolo Grassi preparato da Angela Lacarbonara.
Il folto cast solistico è davvero ottimo nel suo complesso e visibilmente affiatato, pertanto merita tutti i nostri complimenti. Joaquín Cangemi fornisce una prova più che riuscita nei panni de La Théièere (Wedgwood noir) in cui fa sfoggio di un timbro chiaro e pulito, così come di un’emissione ben controllata, degli elementi che si ritroveranno tutti nel conclusivo ruolo de La Rainette; dispiace per l’incidente dell’arithmétique, unico incolpevole errore all’interno di una recita ben realizzata. Fraseggio scrupoloso e capacità di infondere credibilità al proprio ruolo con pochissimi tratti caratterizzano la doppia performance di Konstantinos Stafylides, interprete prima dell’Horologe comtoise e poi di un divertente (e divertito) Chat. Segno positivo anche per i bravi Nicola Ciancio (Le Fauteuil/Un Arbre), Yue He (La Chauve-souris/Une Pastourelle) e Barbora Kršiaková (La Bergère/La Chouette).
Ambra Biaggi interpreta con grande gusto un’apprezzatissima Tasse chinoise, per poi ripresentarsi nelle vesti dell’altrettanto riuscita Chatte ma, andando oltre i ruoli brillanti, registra una felice riuscita anche nella dimensione più sottilmente malinconica del Pâtre. Meno centrata la Princesse: Claudia Ceraulo è del tutto a proprio agio sulla scena e propone uno stile di recitazione efficace, ma si trova a impersonare un personaggio non adatto alla propria vocalità. Ravel indica che Feu, Princesse e Rosignol devono essere interpretati dallo stesso cantante, cioè un soprano di coloratura; questo significa che la voce della Princesse debba essere leggera ed eterea, caratteristiche che Ceraulo non ha e naturalmente non è una colpa. Manca un poco di appoggio, soprattutto nel registro acuto, che porta a qualche piccolissima insicurezza nella parte finale dell’aria («C'eût été toi, le Prince au Cimier d'aurore!»), un dettaglio senz’altro facilmente risolvibile.
Molto bene Chiara Maria Fiorani, impeccabile nel frastagliato fraseggio del Feu e analogamente in quei tremendi picchiettati del Rossignol. Non paga, Fiorani esegue pure un bel re-re bemolle-do sovracuti in piano nella seconda parte dell’aria del fuoco e dei lunghi, morbidi fa naturali sovracuti nel corso dei pertichini del Rossignol; raffinate cesellature che impreziosiscono un’interpretazione dalla non comune accuratezza.
Di felice riuscita anche Manami Maejima. Chiamata a ricoprire il triplice ruolo di Maman/La Libellule/L'Écureuil, si segnala per la vocalità misurata e il non scontato calore umano come Maman.
Elena Antonini, debuttante nel ruolo del titolo, è semplicemente straordinaria. Convocata con molto ritardo rispetto al resto del cast, Antonini ha interiorizzato il personaggio in modo ammirevole e si noti quanto questo sia scomodo: l’Enfant è sempre in scena, canta molto e per altrettanto tempo deve tacere ma non sta mai fermo, deve interagire continuamente con i personaggi proposti man mano dall’incedere delle scene e questo eccellente mezzosoprano non manca mai di presenza scenica, in ogni momento dà veramente il massimo e pure con significativa naturalezza. A questo si aggiunge uno strumento vocale ottimamente controllato, irreprensibile sul fraseggio, dall’ottima intonazione e ben appoggiato (anche se non guasterebbe un rinforzo nel registro grave); molte virtù di cui Antonini ha il pieno controllo e che le consentono di firmare un’interpretazione maiuscola, dove si coniugano vivace energia e intima espressività, come nella meravigliosa esecuzione di «Toi, le coeur de la rose», per limitarci a un solo esempio.
A suggello di una serata destinata a essere ricordata, non si può non segnalare nuovamente la grande affluenza di pubblico che ha accolto questa produzione e non esiste migliore indice del fatto che l’indirizzo imboccato dalla nuova direzione artistica è quello giusto, riuscendo ad avvicinare con la stessa efficacia il pubblico generalista e quello specializzato con una produzione di notevole spessore.
Leggi anche
Martina Franca, Ariodante, 22 e 25/07/2024
Martina Franca, Norma, 21/07/2024
Martina Franca, Il paese dei campanelli / Il turco in Italia, 30/07-01/08/2023
