Maratona per domani
Il tradizionale concerto degli allievi dell'Accademia Rossiniana apre ufficialmente l'atmosfera festivaliera a Pesaro in attesa dell'inaugurazione ufficiale del 10 agosto. Come ogni anno si mescolano emozioni, aspettative, sorprese.
PESARO, 21 luglio 2025 - La saggia bambola a transistor di Gianni Rodari chiedeva, con evidente richiamo a Don Milani, a cosa servissero i voti, perché “Quando imparavi a camminare e facevi un capitombolo, forse la mamma ti scriveva quattro sul sedere? Ma a camminare hai imparato lo stesso.” Come spesso capita, poi, la benemerita lotta verso un sistema competitivo e classificatorio che finiva per discriminare più che educare, si è distorta in più casi in un livellamento al basso nelle competenze e nelle esigenze, ma anche in disagi da non sottovalutare, come quello di chi ha rifiutato il voto di maturità. I momenti di passaggio e le relative valutazioni non sono giudizi universali senza appello, ma sono comunque tappe importanti in un percorso.
Per questo si va curiosi ad ascoltare il primo concerto degli allievi dell'Accademia Rossiniana di Pesaro, non per avere certezze, ma per seguire un cammini. Siamo abituati ormai alla ricerca spasmodica dell'enfant prodige e del fenomeno, mentre si farebbe bene a considerare che c'è chi è più e chi meno precoce, che esistono mille sfumature di talenti e qualità, non solo genio e inettitudine, che in momenti e contesti diversi un artista può esprimersi diversamente e che, soprattutto, al di là della fioritura rapida o tardiva, è la vita a fare la maturità e la profondità di un interprete.
A breve, oltre che nella nutrita serie di concerti che li vede protagonisti, i ragazzi si metteranno alla prova nel Viaggio a Reims, con l'opportunità di costruire un personaggio e avvalersi della scena e dell'interazione dei colleghi, ma anche altre insidie. Oggi hanno un'aria a testa, scelta senz'altro per mostrare le loro carte migliori, pur trovandosi a dover convincere e dare tutto soli e nello spazio di pochi minuti. Il rischio di cedere all'emozione, di non dosare bene le forze e trovarsi un po' in debito di controllo nelle battute finali e nelle colorature vorticose è dietro l'angolo, talvolta si palesa in modo più evidente, ma è questione, infine, veniale in un percorso di formazione: l'esperienza aiuterà senz'altro ad acquisire sicurezza e costanza.
Accompagnati come sempre dall'attento e infaticabile Rubén Sánchez-Vieco, si alternano in diciannove dando vita a un galà serrato che supera le due ore.
Due perle si riconoscono subito nei finali delle due parti: Greta Doveri, già ascoltata con l'Accademia della Scala, affronta con bella musicalità e fraseggio convincente la scena di catene di Amenaide e Antonella Granata mette in luce un nobile legato e una notevole qualità vocale in "Sombre forêt". Dei cinesi Huigang Liu (basso, impegnato come Assur) e Jazhou Wang (baritono, ascoltato come Figaro) colpisce la cura della dizione e dell'intenzione espressiva, oltre al buon assetto tecnico e al bel timbro. Valeria Gorbunova nel rondò della Donna del lago fa intendere un notevole potenziale, per piglio e smalto di mezzosoprano acuto, ancora in parte da domare. Un bello slancio istintivo si nota pure nella sortita di Fiorilla di Vittoria Brugnolo, né va dimenticata Laura Khamzatova, nella grande aria di Berenice dall'Occasione fa il ladro. Attendiamo, poi, con grande curiosità di riascoltare anche Rosalba Ducato (qui alla ribalta con “Vorrei spiegarvi il giubilo”), Anna-Helena MacLachlan (“Una voce poco fa”) e Arina Verevkina (“Di piacer mi balza il cor”).
I buffi Matteo Torcaso (“A un dottor della mia sorte”) e Maurizio Bove (“Ho un gran peso sulla testa”) si presentano già con una professionalità più scafata, ma non passa inosservato nemmeno il baldanzoso Agshin Khudaverdiyev (quanto è difficile la cavatina di Dandini tutta sulle spalle del baritono senza coro e pertichini!). Jacob Harrison si destreggia bene nella perniciosissima aria di Alidoro e Nicola Farnesi nella cavatina di Slook suggerisce una vocalità ancora in maturazione, ma ben impostata e forte di una immediata teatralità.
Ancora un po' più timidi risultano i tenori, ma Krzysztof Lachman (“Ridente in cielo”) avrà tempo di sciogliersi, Abel Zamora (“D'ogni più sacro impegno”) e Aldo Sartori (“Languir per una bella”) di dare anche maggior incisività alle loro voci gentili, Hiroki Hono (“Sì, ritrovarla io giuro”) di articolare meglio i fonemi italiani. Ma pure per questo, per tutti, serviranno i prossimi concerti e il cimento del Viaggio a Reims.
Infatti, se fino a quel momento avevamo tenuto ciascuno sotto la lente, bilanciando analisi e indulgenze, vederli schierati per il Gran pezzo concertato sotto la direzione di Alessandro Mazzocchetti ce li fa subito immaginare sulla scena, scatta l'empatia e l'affetto per il debutto nel pieno del cartellone del Rof, per il Libesnkof, la Corinna, la Melibea o il Sidney di domani, o magari anche la Modestina o il Luigino che parte un po' di nascosto, in sordina per arrivare lontano. Ci ricordiamo, per esempio, che fra i ragazzi dell'Accademia 1996, con Daniela Barcellona e Carlo Lepore, c'era anche Fabio Sartori e che proprio il tenore oggi lirico spinto fra i tre fu il primo (come Don Eusebio nell'Occasione fa il ladro) a debuttare in un'opera del Festival: Rossini fa bene in ogni caso.
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