L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Allucinazioni al luna park

 di Stefano Ceccarelli

Il secondo titolo nella venue della Basilica di Massenzio, in seno al festival di Caracalla, è un nuovo allestimento del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart. L’esangue, monotona direzione di Alessandro Cadario e un cast altalenante nei risultati affogano in una regia farraginosa, psicologizzante, a firma di Vasily Barkhatov.

ROMA, 24 luglio 2025 – Una delle parole che nell’opinione pubblica contemporanea piace (o dispiace) di più e ‘fluidità’: ecco, il Don Giovanni di Mozart è un ottimo esempio di quanto potesse essere fluida un’opera dell’ultimo ventennio del ‘700: le richieste dei cantanti, infatti, si concretizzavano in tagli, sostituzioni di scene, arie che apparivano, si spostavano, ricomparivano. Insomma, non ci si annoiava mai a teatro. La ‘fluidità’, appunto, lungi dall’essere un disvalore, è una risorsa anche quand’è applicata all’opera lirica, permettendo di considerare la partitura di un’opera come un testo non rigido, capace di adattarsi a tutte le esigenze. Se si guarda, anche distrattamente, alla storia esecutiva del Don Giovanni nel secolo scorso e nel presente, si noterà proprio come quest’opera, celebre e amata quant’altre mai, sia stata argilla nelle mani di direttori d’orchestra e registi, con esiti più o meno convincenti.

Un esito del tutto discutibile è quello andato in scena nella cornice estiva della Basilica di Massenzio, dove il Teatro dell’Opera di Roma sta conducendo una programmazione parallela a quella di Caracalla. Il festival estivo del Costanzi ha puntato tutto, quest’anno, sull’innovazione, presentando registi che hanno firmato allestimenti molto arditi nella sperimentazione, i cui risultati lasciano, però, molto a desiderare – con l’unica eccezione di West Side Story a firma di Michieletto (leggi la recensione). La sensazione è quella che si sia puntato molto sulle regie, dando una netta preminenza a questo aspetto, a scapito anche, talvolta, di quello prettamente musicale. In particolare, le regie presentate alla Basilica di Massenzio, molto più di quelle maggiormente ‘istituzionali’ a Caracalla, si distinguono per la netta predominanza dell’idea registica sul dettato della partitura, che pare sovrastare, imporre una lettura (buona o meno che sia) sul libretto originale: lo si è visto nella problematica, debole idea di Ilaria Lanzino per la messa in scena della Resurrezione di Händel (leggi la recensione).

Stesso discorso si può fare per la lettura del Don Giovanni, fortemente psicanalitica, di Vasily Barkhatov. L’idea del regista immagina un Don Giovanni nella fase matura della sua vita, che vive fra le allucinazioni del passato ed il suo inesauribile satirismo. Barkhatov vede negli abusi del padre di Don Giovanni l’origine delle sue ‘disfunzioni’ nella sfera dell’eros. Durante l’ouverture, infatti, si assiste ai maltrattamenti del padre di Don Giovanni, qui bambino, verso la madre, culminati nell’atto di strapparle violentemente una collana di grosse pietre. Ecco, la collana sarà un leitmotiv nelle varie scene di seduzione nell’opera e Don Giovanni cercherà di metterla sempre al collo delle sue vittime. Ogni donna ricalca sua madre: violenza insegna violenza. Come ci si rende, poi, conto fin dall’inizio, il Commendatore è lo stesso padre di Don Giovanni, che lui uccide nel tentato stupro di Donna Anna, portando a compimento la pulsione di morte presente nel freudiano complesso di Edipo. Ovviamente, nel finale è il suo fantasma che fa sprofondare Don Giovanni negli Inferi. Barkhatov, inoltre, dissemina momenti nel corso dell’opera in cui il protagonista, oramai vecchio, cade vittima di allucinazioni, nelle quali vede costantemente i suoi genitori, eterno monito di un’imperiosa autorità. Fin qui, sulla carta, l’idea, certo originale, potrebbe anche non spiacere, ma la sua realizzazione pratica è una farraginosa sequela di caratteri e scene che si sovrappongono al libretto, intaccando l’equilibrio di un’opera che oserei definire apollinea. L’intelligibilità del tutto, poi, è complicata dalla claustrofobica ambientazione (l’ennesima!) in un luna park (la scenografia è firmata da Zinovy Margolin), nel cui centro ‘troneggia’ una ruota panoramica. La monotonia regna sovrana, in un susseguirsi di venditrici di zucchero filato, persone mascherate da unicorno o da ogni sorta di animale, bambini e rispettive famiglie. L’espediente degli specchi semoventi, adottato nel II atto, crea una variazione, le cui potenzialità sono, però, ben poco sfruttate. Un aspetto decisamente disturbante dello spettacolo, poi, è anche la caratterizzazione dei singoli personaggi. Don Giovanni, senescente, perde totalmente la sua allure da seduttore e si confà, piuttosto, al tipo di un attempato maniaco. Donna Elvira è presentata, sostanzialmente, come un’isterica, preda di continue stranezze, avverando le calunnie del protagonista nei suoi riguardi («è pazza, non badate»). Un incolore Don Ottavio si accompagna ad una Donna Anna di cui si ricorda solo il morboso attaccamento all’urna del padre. Masetto e Zerlina risultano più simpatici, in particolar modo la seconda, che dà vita ad una delle scene meglio riuscite dell’opera: durante il celebre duetto, Don Giovanni, giocando al tiro a segno, vince per lei un voluminoso orsacchiotto rosa, a rimarcare l’adolescenza della giovane. Leporello è forse il carattere, in generale, più riuscito: anche la scena dell’aria del catalogo non spiace, con il servo che indica ad un’incredula Elvira i nomi delle conquiste incisi su una panchina. Ma la scena, forse, più divertente è quella del terzetto delle maschere: Donna Anna, Donna Elvira e Don Ottavio sono rispettivamente mascherati da un polipo, un’ape e l’omino di marzapane. Se si guarda al resto, è noia e fastidio, in particolare nelle scene più ‘corali’ (il ballo in maschera, il finale I, ma anche l’ ‘ultima’ cena).Peraltro, sull’altare dell’idea registica di Barkhatov vengono sacrificati non solo svariati recitativi (il cui taglio lascia perplessi), ma si elimina del tutto l’ensemble finale, dal sapore moraleggiante. Se quest’ultima operazione trova la sua raison d’être in una tradizione esecutiva solida a cavallo fra ‘800 e ‘900 (benché Fedele D’Amico, nel programma di sala, giustamente noti che questo taglio «oggi suonerebbe fraintendimento radicale di tutta l’opera»), il suo troncamento, ex abrupto, al terrorizzato «No» del protagonista è talmente inaspettato da rimanere incomprensibile al pubblico, che attacca l’applauso di cortesia solo dopo qualche secondo.

A peggiorare la situazione, oltre a una regia farraginosa e ipertrofica, v’è una direzione incolore, astenica, che rende poca giustizia ad una partitura dalla splendida scrittura: Alessandro Cadario manca decisamente di incisività, risultando piacevole solo in alcuni passaggi dolcemente melodici, o durante alcuni recitativi. L’orchestra fa il suo, anche se la venue e l’apparato dei microfoni non consentono una buona propagazione del suono; fattore che pagano, naturalmente, anche le voci, il cui cast manca di omogeneità nei risultati. Il senescente Don Giovanni di Roberto Frontali ha tutte le note, ma manca di squillo, di brillantezza, di smalto; si obietterà che rappresentare il protagonista nella sua fase matura, vittima delle allucinazioni del passato, è una scelta del regista, ma un’esecuzione così opaca dell’aria ‘dello champagne’ («Fin ch’han dal vino») e della serenata («Deh, vieni alla finestra, o mio tesoro») mortifica un ruolo che non può poggiare su una corda sola; certo, Frontali sa farsi valere, per esempio, nel duetto con Zerlina («Là ci darem la mano»), dove la voce si adagia bene sulla suadente melodia. Vito Priante canta un frizzante Leporello, grazie ad un fraseggio squisitamente comico, come pure alla duttilità di un mezzo vocale centrato, a fuoco; Priante coglie appieno ogni sfumatura del personaggio, soprattutto nel caleidoscopio degli accenti dei recitativi. Ottima la celeberrima «Madamina, il catalogo è questo», come pure la scena del cimitero («O statua gentilissima») ed il finale II. Il Masetto di Mihai Damian ha un buono squillo (lo si è notato nell’aria «Ho capito signorsì!») e voce profonda, facendo tutto abbastanza bene. Gianluca Buratto è un Commendatore stentoreo, lasciandosi apprezzare sia nella scena del sepolcreto che in quella finale della cena. Il Don Ottavio di Anthony León (che Barkhatov rappresenta anche nel ruolo di psicoterapeuta) vanta un buon mezzo vocale; le note ci sono, il timbro è morbido e seducente, anche se la performance non è sempre omogenea nei risultati: la sua aria, «Dalla sua pace», è certamente apprezzata. Maria Grazia Schiavo, che pure avrebbe una vocalità adatta per il ruolo di Donna Anna, mi pare riuscire pienamente solo nell’aria «Non mi dir, bell’idol mio», dove accompagna degnamente le lunghe, malinconiche frasi del cantabile e si profonde in ragguardevoli acuti nella parte finale. Ma non si può dire lo stesso del resto della performance, dove convince meno (anche a causa di una caratterizzazione monocorde a livello registico), a cominciare dal duetto con Ottavio («Fuggi, crudele, fuggi!»), come pure nell’aria «Or sai chi l’onore», cui manca verve. Carmela Remigio, una storica interprete di Donna Elvira, palesa diversi problemi nel suo ruolo d’elezione. A prescindere dalle riserve sulla caratterizzazione registica del personaggio, vocalmente parlando la Remigio arriva depotenziata negli armonici, tutta appoggiata sulle consonanti vibranti, dando l’impressione di un’emissione sforzata, innaturale, sclerotizzata. Tutto ciò è evidentissimo fin dalla cavatina, «Ah! Chi mi dice mai», anche se qualche passaggio apprezzabile si è ascoltato nel terzetto («Protegga il giusto cielo») e nell’aria «Mi tradì quell’alma ingrata». Assolutamente deliziosa la Zerlina di Eleonora Bellocci, vocalmente centrata, perfettamente udibile, dal timbro morbidamente acuto, uniforme: irresistibile in «Batti, batti, o bel Masetto», come pure in «Vedrai, carino», dove trova accenti seducenti, ma in maniera quasi ingenua. Alla fine, qualche applauso di cortesia, da parte di un pubblico perlopiù vacanziero, questo Don Giovanni lo ottiene; ma ho il sospetto che molti, compreso me, vorrebbero dimenticarlo presto.

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