Concerto di chiusura. Čajkovskij, l'uomo
27 luglio 2025 – Il Cantiere di utopie, dopo la libertà della carne, parla ancora all'oggi con l'arte. Ha un bel dire chi commenta sull'onda degli slogan e confonde il particolare con l'universale che oggi si censuri il russo in quanto tale: ecco qua un programma tutto consacrato a Čajkovskij, uno che, per inciso, i suoi bei problemi con la società del tempo li ha avuti e non se la passerebbe benissimo nemmeno nella Russia di oggi.
Preceduta dall'appello per Gaza, la Patetica, il testamento artistico e spirituale di Čajkovskij sembra tracciare una linea tangente ai troppi conflitti in atto (anche quelli che nessuno ricorda, come quelli africani o in Yemen) per dire che non sono i popoli e le culture da stigmatizzare, sono sempre le vittime e gli innocenti da difendere, che un'ingiustizia non ne giustifica un'altra, che nessun alibi può coprire odio e discriminazione. Si condanna la violenza, si difendono l'umanità e le culture. Homo sum, humani nihil a me alienum puto, sono un essere umano e non considero estraneo nulla di umano (Terenzio).
Anche il vento, stasera, sembra voler partecipare. Le condizioni d'ascolto, in Piazza Grande, non saranno le migliori, ma oltre alla bellezza del luogo l'idea di un soffio esterno che assedia la sesta e ultima sinfonia di Čajkovskij ben si confà alla sostanza poetica di questa chiusura di Cantiere. Il tormento dell'artista fra pulsioni di vita e annientamento in contrasto con la società trova risposta anche nella natura, nel mondo circostante che sibila attorno ad esso.
L'orchestra Haydn di Bolzano e Trento, in residenza al Festival, si presenta con il suo direttore principale Alessandro Bonato, che, senza bacchetta, dà forma nel gesto a un pensiero che è tutt'uno con il suono. Non si percepisce mai un'imposizione, semmai una condivisione, né una tesi, semmai una profondità d'analisi del tutto interiorizzata e ormai, naturale, nella concentrazione e nell'unità d'intenti che dal palco si trasmette al pubblico, anche nella varietà perfino fisica dei pizzicati, così ben realizzati dagli archi della Haydn.
L'apparizione, fra i tumulti, della melodia del secondo tema nel primo movimento ha una dolcezza sincera, priva di lusinghe o ammiccamenti, fragile e tuttavia indomita nel condizionare la serrata evoluzione dialettica nel rapporto con l'Allegro vivo. Né si tratta di confrontare due opposti, una tesi e un'antitesi, semplicemente, bensì di accogliere un'altra complessità, la complessità della vita, di una frastagliata meditatio mortis aperta poi, nel valzer del secondo movimento, a una pulsione mista di attrazione e repulsione verso la società. C'è un anelito seducente, vagamente trasognato, nella carnalità sfiorata dalle volute della danza, ma anche la dolorosa consapevolezza dell'impossibilità di esserne parte. Si scatena, naturale, il dualismo di un doppio finale: il terzo movimento prorompe in un crescendo che travolge all'ascolto proprio perché non si fa travolgere da sé stesso nell'esecuzione. Il dominio tecnico affinato nel controllo autonomo di ogni dimensione del suono e posto al servizio del dialogo costruttivo con l'orchestra fa sì che tutta la sinfonia sia permeata da un moto perpetuo, da una continua variazione interna scevra da giustapposizioni artificiose o effettistici lambiccamenti celebrali. Tutto appare semplicemente necessario, come il rapprendersi di tutta l'energia accumulata ed espressa attraverso i movimenti precedenti nella commossa, densa trenodia del quarto. Lo sciogliersi finale del composto lamento funebre del fagotto (e sia lodato il solista insieme con tutti i fiati e l'orchestra in ogni sezione) lascia sospesi nel silenzio per eterni istanti: tale era il trasporto totale innescato dal valzer che la risposta non può essere che uguale e contraria, complementare.
Gli applausi premiano una lettura difficile da dimenticare da parte di Bonato e della Haydn, che sicuramente al chiuso avremmo gustato con ancor maggior dovizia di dettagli, ma che pure nella piazza, sotto il cielo e contro il vento assume un suo ulteriore valore poetico.
E non è certo finita.
Nella seconda parte arriva alla ribalta anche Mariangela Vacatello, per il primo Concerto per pianoforte e orchestra sempre di Čajkovskij. Un Čajkovskij trentaquattrenne, questa volta, nella feconda alba della carriera: dopo l'estremo addio, il percorso a ritroso del programma propone uno slancio più energico e positivo, propone uno sguardo ottimista. Tuttavia, non si tratta di una consolazione di comodo: la scelta di favorire opzioni della prima stesura (1874) rispetto ai vari rimaneggiamenti successivi conduce la partitura ancora su binari da un lato più lirici e riflessivi, dall'altro – vedi il secondo movimento – più leggiadri e mobili. Allora, l'indubbio vigore di cui Vacatello è ben capace, il tratto anche perentorio del suo limpido virtuosismo o l'intensità del pathos cantabile acquisiscono lo spessore di un interlocutore attivo qual è l'orchestra Haydn. Sotto la guida di Bonato, essa non contende il protagonismo alla pianista, ma nemmeno si fa accompagnatrice supina. Il concerto solistico ha la sua ragion d'essere nel rapporto fra singolo e collettività e al di là dell'indubbia soddisfazione strumentale (ribadita peraltro dal bis: una pirotecnica e fantasiosa Campanella di Liszt/Paganini) è senz'altro la sostanza musicale a fare la differenza e costituire un filo conduttore attraverso la poetica di Čajkovskij: ecco il singolo, isolato, il cui pensiero si riverbera nell'insieme, ed ecco la collettività agognata e temuta, che non cessa di interagire, affine o contraria, con l'individuo.
Lo studio e la riflessione, la comunione di carne e mente, la luce di un suono che si fa ponte e legame, il dibattersi interiore nella meditazione sul dolore e la ricerca inesausta di sé, della vita, della libertà e poi la riflessione. Anche questo è politica, anche questo è Cantiere: che l'utopia possa durare e crescere ancora per molti anni. Ne abbiamo bisogno.
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