L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Imprevisti in corso d’opera

di Luca Fialdini

Torna sulle sponde del lago di Massaciuccoli la Turandot firmata da Alfonso Signorini, con un’inattesa pioggia al termine del secondo atto

Torre del Lago, 25 luglio 2025 – Fra le produzioni riprese per l’edizione 2025 del Festival Puccini, torna anche quella Turandot che porta il nome di Alfonso Signorini alla regia: dopo la première del 2017 e la ripresa del 2018, questo allestimento inoffensivo ha conosciuto un certo numero di repliche e quest’anno torna al patrio lidio.

Lo spettacolo peraltro si presta a una serie di riflessioni collaterali, in quanto la situazione non è così netta come ci si potrebbe attendere. Signorini, che non ha certo bisogno di presentazioni, non ha nulla a che vedere con il mondo dell’opera; è notoriamente un appassionato melomane e di certo ha una grande sensibilità, ma è pacifico che non possieda il bagaglio tecnico di un regista, d’opera o tout court. È per questo che si rileva che il prodotto così confezionato non sia male, tutto sommato, con movimenti scenici puliti e mai fuori posto, una gestione delle masse lineare e il tutto, in fin dei conti, riesce a funzionare.

Non male ma anche non bene, iniziando proprio dall’idea dell’impianto complessivo. Con questa Turandot, Signorini riporta le lancette dell’opera indietro di almeno cinquant’anni, proponendo uno spettacolo quasi reazionario con tanto di mazzo di teste mozzate e di pannelli dipinti che ormai si sperava fossero estinti. Ci sono degli elementi visivi più riusciti, soprattutto i due magnifici leoni laterali, ma nella scenografia realizzata da Carla Tolomeo manca un’effettiva armonia e in questo continuo contrasto fra chinoiserie alla moda di un secolo fa e chincaglierie varie l’unico elemento che emerge con decisione è un diffuso horror vacui, la paura che quello che si presenta non sia sufficiente (e quindi mancanza di fiducia in sé stessi) “risolta” sovraccaricando la vista. Anche le funzionali luci di Valerio Alfieri non bastano a risolvere il problema.

Questa compresenza di stili diversi e cromie a volte contrastanti rende anche alcuni momenti piuttosto ineleganti, come Altoum , dall’apparizione fino al suo abbigliamento; è evidente perché trono e imperatore siano bianchi, cioè perché chi ha preso la decisione definitiva si è trovato questa descrizione nel libretto, ma non c’entra nulla con la scena come è stata concepita. Una pruderie abbastanza discutibile, visto che poi si interviene comunque sul libretto stesso e con cattivi effetti: nel testo di Adami e Simoni, l’apparizione della principessa di gelo avviene in un modo specifico (perpetuando peraltro l’eterno dubbio di un’ambientazione volutamente sospesa fra sogno e realtà), in un punto specifico e in un momento musicale specifico; qui ci si limita a farla scorgere – male – mentre saluta le folle con molta meno classe della regina Elisabetta. Questo è il nodo: si riporta la forma senza averne compresa la sostanza. Non si tratta di difetti che minino o compromettano del tutto lo spettacolo (che, come detto, alla fine regge), ma ne abbassano notevolmente la qualità: è una Turandot che non decolla e non affonda, si accontenta di galleggiare con la sua aura kitsch.

In questo non aiutano i costumi – pur ben realizzati da Fausto Puglisi – poiché riportano gli stessi difetti della visione scenica, con il coro vestito all’indiana, Timur e Liù arrivano dall’Amazzonia, Calaf e Turandot non è chiaro da dove e per qualche motivo questo curioso insieme ricorda le produzioni di Sam Raimi di Hercules e Xena. Scene e costumi sono anche validi per quel che concerne l’esecuzione, è l’ideazione complessiva stessa che risulta oltremodo confusa e preoccupata dalle cose sbagliate.

Molto meglio la realizzazione musicale, a cominciare dalla solida direzione di Renato Palumbo che lavora bene con un’Orchestra del Festival Puccini in ottima serata: c’è un’efficace comunicazione fra podio e strumenti, il direttore tiene salde le redini di questa partitura dalla nota complessità e l’orchestra risponde con smalto. Qualche passaggio avrebbe potuto essere più incisivo, ma nel complesso c’è di che essere soddisfatti e si è persino dato risalto ad alcuni interventi molto cesellati delle percussioni che non sempre ottengono questo rilievo. Meglio anche il coro, che dopo la singolare flessione dello scorso anno sembra tornato in forma; in un titolo in cui la massa ha un ruolo così importante, le due compagini coro e coro di voci bianche preparate da Marco Faelli e Chiara Mariani hanno ottenuto un buon risultato.

Purtroppo il meteo avverso ci ha tolto la possibilità di ascoltare l’esecuzione integrale con l’orchestra, dato che al termine del secondo atto la pioggia ha tolto ogni possibilità di dare seguito alla rappresentazione in cavea (cosa che si spera faccia riflettere sulla tradizione tutta lacustre di affliggere l’opera con due intervalli di almeno 25 minuti l’uno: se si può dare Wozzeck senza interruzioni, allora si può dare anche Turandot). Lo sguardo sul terzo atto è stato offerto attraverso una selezione di brani, ma con il coro intero, grazie alla disponibilità dei solisti, del coro e della pianista Michi Tagasaki.

Il parterre di prime parti è di altissimo livello, come le altre prime di questa edizione in cui si è spinto veramente molto su grandi nomi sperando in un buon richiamo per il pubblico: almeno sulle prime il metodo sembra funzionare, perché questa serata e la Tosca del 18 luglio segnano quasi il tutto esaurito.

Variegato l’esito delle prove del gruppo dei solisti: efficaci Andrea Volpini (Principe di Persia) e Maria Salvini (Seconda ancella), meno convincente il Mandarino di Luca Dall'Amico. Abbastanza ben realizzato il trio Ping (Sergio Vitale), Pang (Andrea Tanzillo) e Pong (Tiziano Barontini), mentre Massimiliano Pisapia tratteggia un Altoum ieratico e regale.

La sfortuna metereologica ci ha privati della prova dell’ottimo Michele Pertusi nella sua interezza, avendoci consentito il solo ascolto del primo atto e non della parte successiva alla morte di Liù nel terzo. A proposito di quest’ultima, c’era molta attesa per l’interpretazione di Carolina López Moreno, ma il risultato non è stato del tutto soddisfacente (e nell’impressione giocano senz’altro un ruolo importante i ricordi ancora vividi della Mimì dello scorso anno e di quella straordinaria Cio Cio-san del 2023). Si ammirano – come sempre – la generosità e la bellezza timbrica dello strumento, l’intelligenza musicale, l’attenzione nel cesellare il dettaglio, tutte caratteristiche che l’hanno resa una delle interpreti più interessanti fra quelle della sua generazione, ma nelle parti udite in cavea il risultato è apparso poco centrato e con due poco percettibili “inciampi" di «Signore, ascolta» in cui il fiato si è spezzato. Peccato non poterla ascoltare nuovamente in questa produzione perché l’intervento durante la selezione nel foyer ha fatto presagire sviluppi migliori, ma questo è quel che ci è stato concesso di ascoltare.

Assolutamente notevole il Calaf di Gregory Kunde: ruolo ancora relativamente verde nel suo vastissimo repertorio in quanto portato a debutto a sessantacinque anni nel 2019, conserva ancora oggi tutto il carisma e il controllo dimostrato già allora. Per essere totalmente onesti, nel primo atto si ravvisa qualche occasionale rigidità, ma ascoltare un Calaf di settantun anni che ha ancora lo squillo eroico è un qualcosa che va oltre alla rarità; Kunde ha davvero molto mestiere nel gestire la scena, inoltre la sua vocalità appare incredibilmente solida pensando all’età e non è tanto per dire: il tenore statunitense firma una prova di grande intensità, in cui ha sempre tutto sotto controllo, senza mai il minimo cedimento.

Ritroviamo con vivo piacere Anna Pirozzi nel ruolo del titolo e confermiamo senza esitazione il giudizio dello scorso anno. Pirozzi possiede uno strumento senz’altro potente, guadagnando una maggior proiezione nell’ottava superiore dove il suo timbro si ammanta anche di una rilucenza metallica assai affascinante e rinnova la magia di una bella dizione anche nel registro acuto. C’è una buona gestione anche dei gravi, meno appariscenti a comunque appoggiati e sul fiato, eleganti e salendo si produce in un timbro di freddo metallo «come quella spada» che è Turandot.

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