Routine
Non convince il nuovo allestimento di Tosca firmato da Alfonso Signorini per la 71^ edizione del Festival Puccini
Torre del Lago (LU) – La seconda recita di Tosca nella nuova produzione per l’apertura del Festival Puccini 2025, condivide il medesimo regista di Turandot: Alfonso Signorini, qui anche costumista (?).
La prima impressione lasciava sperare in qualcosa di più moderno del ristorante cinese, con l’assetto scenografico di Juan Guillermo Nova, visivamente d’impatto e con quella crasi consolidata ma non spiacevole fra tradizione e modernità minimale. Sant’Andrea della Valle, Palazzo Farnese e Castel Sant’Angelo hanno in sfondo delle grandi pareti rocciose con le parole «Homo», «Praevaricationem» e «Morte», visibili o meno a seconda dell’atto: meccanismo didascalico ma comunque apprezzabile. Nova è anche responsabile del momento più riuscito tout court nella rappresentazione, vale a dire quando la parete centrale ruota rivelando un colossale tabernacolo che si rivela sulla scena quando viene intonato il «Te aeternum Patrem».
Il resto è meno interessante e meno riuscito, seppure non risulti mai spiacevole o pesante alla vista. Principalmente si riscontrai il solito problema della mancanza di una direzione scenica chiara, dato che emerge chiaramente dai continui ingressi sbagliati dei personaggi: vogliamo accordare l’attenuante di un secondo cast che non abbia avuto occasione di provare granché, ma l’evento si verifica così tante volte (e ne abbiamo accennato brevemente anche nella recensione di Turandot) da far pensare che ci sia stata poca cura in questo senso; emblematico il terzo ingresso di Angelotti dopo l’uscita di Tosca è chiaramente indicato in partitura sul forte degli archi sei misure dopo 40 con le scale di semicrome dei legni. Queste indicazioni non sono opzionali perché incarnano il vero legame fra drammaturgia e musica, in breve è una delle espressioni del teatro musicale. Nel 2025 fa strano ripetere queste cose, ma evidentemente non sono ancora chiare a tutti.
Ci sono anche alcune soluzioni un po’ tirate per i capelli, come Tosca che si trova sul precipizio e un battito di ciglia dopo si trova quattro metri sopra quel punto (richiede un po’ troppo alla sospensione dell’incredulità) per buttarsi dagli spalti di Castel Sant’Angelo, ad esempio. Molto goffa la tortura di Cavaradossi: la decisione di mostrarla e non farla semplicemente udire da dietro le quinte è rischiosa se non si ha una buona idea, difatti il risultato rischia di essere involontariamente comico fra urletti poco virili del tenore e risate da Dottor Male di Scarpia; l’allestimento è anche infarcito di una serie di piccoli nonsense, come la deliziosa incongruenza di Sciarrone che enuncia: «È svenuto» ma Cavaradossi è ancora ben presente, o nel terzo atto in cui è previsto che si lasci cadere allo sparo dei fucili («Tieni a mente... al primo colpo... giù...») e invece viene legato per le braccia a una croce di Sant’Andrea, tanto da dover essere liberato da Tosca.
Le sorprese più grandi sono però dei fuori programma. Il primo è la morte misteriosissima di Cavaradossi, dato che il plotone non ha sparato, l’altro è rappresentato da delle modifiche inattese alla regia, in cui si riscontrano discrepanze rispetto alla prima rappresentazione: sono stati infatti espunti il passo a due su «E lucevan le stelle» e la proiezione del faccione di Scarpia dopo il suicidio di Tosca. Non entreremo nel merito di questi due dettagli in quanto non presenti nella rappresentazione in oggetto, però incuriosisce molto la decisione di apportare modifiche a una produzione a sole due settimane dalla prima, cosa che non può che generare perplessità.
Sul resto, permane la cifra di Signorini: horror vacui, presenza di cose non necessarie, spettacolo che si limita a galleggiare senza approdare da nessuna parte e direzione scenica non pervenuta. Se si va a teatro solo per il gusto dell’esperienza di un’arena estiva, certamente non si torna a casa delusi.
A latere di tutto questo si osserva anche un altro fenomeno. Come detto nella scorsa recensione lacustre, quest’anno si è puntato molto (cioè tutto) su prime parti di grandissimo richiamo; in questa seconda replica, con l’eccezione di Eleonora Buratto, i nomi di spessore mancano del tutto e dato che si offre la solita Tosca di routine il pubblico è tutt’altro che numeroso. Forse sarebbe stato più sensato pensare a un investimento diverso, con un minor numero di cast e una continuità più logica. D’altronde, chi non ha potuto vedere lo Scarpia di Luca Salsi alla prima sarebbe stato più che lieto di poterlo vedere in una replica, no? L’idea dei cast plurimi, inoltre, mostra tutto i rovescio della medaglia, visto che non tutti hanno avuto modo di confrontarsi con il palcoscenico prima della recita prevista; è chiaro che un professionista di livello in qualche modo riesce a portare a casa la serata, ma quale genere di qualità si potrà mai rendere così?
Greve, macchinosa, senile e pesante la direzione di Giorgio Croci, ritratto di una situazione in cui il podio tendenzialmente si limita a seguire l’orchestra. Nessun colore, nessuna idea e per di più si privilegiano tempi sedentari (il «Vissi d’arte» è staccato a un metronomo persino più lento del 40 alla seminimina indicato in partitura); ci sono anche degli scollamenti con il palco, ad esempio con il «Si festeggi la vittoria» del coro di voci bianche. In una situazione come questa, l’Orchestra del Festival Puccini profonde tutto il proprio impegno per trainare la serata ma un organismo musicale come questo merita di meglio. Manca davvero qualsiasi tentativo di interpretare la partitura da parte del podio, preferendo limitarsi a una spenta routine. Più che apprezzabili le prove del coro e del coro di voci bianche preparati da Marco Faelli e Viviana Apicella, confermando il ritorno a più alti standard, ma anche loro avrebbero senz’altro giovato di una gestione migliore da parte del direttore.
Paradossalmente, nel cast solistico i comprimari lavorano meglio delle prime parti. Bene intonato il Pastorello di Francesca Presepi, ben centrati e vocalmente corretti il Carceriere di Omar Cepparolli e lo Sciarrone di Paolo Pecchioli; convince Francesco Napoleoni, molto accurato nel gestire il suo Spoletta, e Claudio Ottino tratteggia il Sagrestano senza eccessi e tenendosi lontano da tentazioni caricaturali. Perfettibile l’Angelotti di Luciano Leoni.
Michael Fabiano, chiamato a interpretare il cavalier Cavaradossi, è autenticamente tenore: il timbro è veramente buono, la dizione ottima (al netto di un paio di vocali troppo aperte, ma chi è senza peccato scagli la prima pietra), lo squillo c’è, il fraseggio è pure abbastanza nitido, eppure la sua unica preoccupazione è quella di spingere il più possibile, denunciando una certa fatica – tutt’altro che necessaria – quando la linea vocale inizia ad arrampicarsi un po’. Questo comporta l’appiattimento totale, la completa assenza di colori. Tenta di recuperare in questo senso in «E lucevan le stelle», dimostrando di avere comunque un buon intuito musicale, ma tutto viene livellato con una mano di stucco da «Oh! dolci baci». Sul versante attoriale può contare su una valida presenza scenica, ma anche qui si vuole strafare cadendo in manierismi francamente evitabili. Less is more.
Mikołaj Zalasiński è uno Scarpia davvero modesto. Siamo d’accordo che è il villain della situazione, ma questa incarnazione è davvero volgare: da quando entra in scena è capace solo di sbraitare, non provando nemmeno a creare dei chiaroscuri (musicali e psicologici), rinunciando alla complessità e alle sfaccettature del personaggio. Va bene la ferocia, ma c’è bisogno di molto altro, iniziando dal fascino e dal carisma. La parte vocale è anche piuttosto corretta, con i mi e i fa al loro posto, quel che manca è l’interpretazione e, se vogliamo dirla tutta, anche una dizione meno dura.
Eleonora Buratto è apparsa in difficoltà a causa delle condizioni ambientali, cioè poche prove e podio poco collaborativo. Nel primo atto, in particolare, si ravvisa qualche rigidità sulla scena trasformatasi in un suono non sempre adamantino; si assiste comunque a una prova in crescendo che nel secondo atto riesce a far intuire con maggior chiarezza il pensiero interpretativo del soprano e soprattutto le sue effettive capacità. Si noti che, al netto del pensiero di chi scrive, Buratto è riuscita non solo a passare indenne il «Vissi d’arte» più lento della storia, ma anche a infondere una netta interpretazione. Riteniamo questo un chiaro indice della sua tempra e del suo controllo tecnico.
Applausi piuttosto tiepidi con l’eccezione di Eleonora Buratto, accolta con calore da un pubblico che per tutto il resto si presenta non eccessivamente entusiasta di assistere all’ennesima Tosca che si accontenta di arrivare alla fine del terz’atto.
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