L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Gli enigmi di Zelmira

di Roberta Pedrotti

Subissata di contestazioni la regia di Calixto Bieito, la produzione inaugurale del Rossini Opera Festival trova una sponda sicura nella concertazione di Giacomo Sagripanti.

PESARO 10 agosto 2025 - Anche dopo che la Rossini Renaissance l'ha tolta dall'oblio, Zelmira ha avuto più difficoltà di altre sue sorelle a entrare nel cuore del pubblico. E sì che il Pesarese vi squaderna tutta la maestrìa armonica e strumentale maturata al culmine dell'esperienza napoletana, con un'orchestrazione magnifica, una scrittura vocale d'altissima caratura drammatica, un fulminante incipit in medias res che scatena un vero labirinto d'atmosfere notturne, sepolcrali, claustrofobiche. Il guaio è, semmai, un intreccio contorto come pochi già dalla catena di congiure e colpi di stato che costituisce l'antefatto: il povero Andrea Leone Tottola, librettista ingiustamente vituperato e in realtà validissimo, per Ermione aveva alle spalle Racine ed Euripide, mentre qui la fonte è un dramma vecchiotto (1762) di Dormont De Belloy; per adattarlo fa davvero quel che può e non è sua la colpa se raccontare Zelmira può essere ben più penoso che destreggiarsi in Simon Boccanegra (Il trovatore, poi, è una bazzecola!).

Qualche difficoltà con Zelmira deve averla incontrata pure Calixto Bieito, a giudicare dagli esiti di questo suo debutto pesarese per l'inaugurazione del Rossini Opera Festival 2025. Al netto delle contorsioni narrative che non sembra troppo interessato a districare, ci rimane infine il dubbio su cosa si sia voluto dire con questo spettacolo, giacché le suggestioni, i simboli, i fili sottili, i suggerimenti non mancano e, anzi, sembrano perfino troppi senza che si riconosca la mano forte di un regista a reggerli e guidarli. Il Bieito che un quarto di secolo fa scuoteva il mondo dell'opera con Un ballo in maschera al Liceu di Barcelona oggi appare stanco, appannato, e ci regala giusto una zampata d'artista nel quintetto del secondo atto, con quel movimento fra il labirinto e la scacchiera così ben illuminato da Michael Bauer. Per il resto, sembra abbandonare una serie di spunti alla libera interpretazione dello spettatore (e talvolta sembra davvero di dover fare dei voli pindarici), pago di un'idea iniziale che è fondamentalmente spaziale. Il meglio, Bieito, lo dà come scenografo in collaborazione con Barbora Horáková, inventando una piattaforma mobile che circonda l'orchestra nel centro del Palafestival. Non è un'invenzione originale e nessuno pretende che lo sia: il palazzetto di Viale dei Partigiani è entrato nella storia gloriosa del festival proprio per la versatilità con cui al suo interno sono stati costruiti imponenti impianti tradizionali o è stato reinventato con l'azione in platea e il pubblico fra tribune e gradinate. Pizzi con Tancredi nel 1991 e Vick con Moïse et Pharaon firmarono dei capolavori. Bieito non riesce a dare, invece, necessità ai movimenti dilatati in favore di troppe prospettive e troppo spesso si pensa che i solisti si spostino in un certo modo o interagiscano a una tale distanza (vedi l'attentato a Ilo nel finale primo, con lui, Zelmira e Leucippo separati da svariati metri) solo perché devono riempire la scena e farsi vedere in egual misura da ogni lato. Il vecchio frequentatore del Rof potrà divertirsi a inventare un gioco di citazioni: la vasca l'acqua fa pensare a Pizzi (La pietra del paragone) e Vick (Moïse), che riecheggia pure nella terra (Moïse e Tell) e nell'orsacchiotto (Semiramide ), mentre Eacide (Paolo Nevi) trasformato in creatura alata intenta a fare sue e giù per le scale delle tribune porta subito alla mente il Cupido dell'Ermione dello scorso anno. Il giochetto potrà sembrare ozioso, ma è indice della sensazione di disorganicità che lo spettacolo comunica, anche quando cita il dramma di Belloy (Zelmira che allatta il padre Polidoro) o ammicca all'episodio di Susanna e i vecchioni con Emma che canta la sua aria immersa nella vasca e spiata da un lubrico Azorre. Sì, perché il “prence amato” e in realtà già bieco usurpatore assassinato poco prima dell'inizio dell'opera si risveglia e si aggira per la scena senza che si chiarisca mai bene la sua natura (monito? minaccia? rimorso? ombra bonaria?). Bravo, comunque, Roberto Adriani nel notevole impegno richiesto, e bravissimo il piccolo Edoardo Maria D'Angelo, quasi onnipresente nei panni di un figlio di Zelmira che, invece di nascondersi da chi lo vorrebbe eliminare, saltella con dei palloncini colorati o diventa compagno di giochi di Antenore. Questi, normalmente considerato un vilain di prima categoria, qui appare succube del suo amante manipolatore Leucippo (a proposito, qualcuno una volta tanto potrebbe lasciare Gianluca Margheri vestito dall'inizio alla fine di un'opera?): l'idea di valorizzare il complice come autentica anima nera in una sorta di rapporto Macbeth-Lady potrebbe avere il suo fascino, ma questo si sfalda presto calcando troppo la mano e sull'erotomania dell'uno e sull'isterica regressione infantile dell'altro, che con la corona in testa e il pollice in bocca sembra più il Principe Giovanni del Robin Hood Disney.

Peccato che un'aria monumentale come “Mentre qual fiera ingorda” fatichi a rappresentare le bizze di un bambinone psicologicamente fragile: si apprezza la dedizione con cui Enea Scala dà tutto sé stesso alla scena, arrivando a cantare proprio il finale della sua terribile grande aria a testa in giù. Nulla davvero gli si può rimproverare, considerato come l'impetuosità e anche l'asperità del canto corrisponda al gesto e, anzi, mantenga una stupefacente continuità di resa. Tuttavia, rispetto al Pirro dello scorso anno – ben altrimenti autorevole e motivato nell'essere schiacciato psicologicamente dall'ombra paterna – questo Antenore non colpisce allo stesso modo.

Per il terzo anno consecutivo, Scala fa coppia con Anastasia Bartoli e anche per lei pesa il confronto con Ermione, parte che, peraltro, aveva avuto anche più tempo per preparare essendo subentrata in cartellone ufficialmente solo pochi mesi fa. Bartoli ha sempre dalla sua un carisma scenico autentico, che le fa portare con disinvoltura il doppio costume pensato per lei da Ingo Krügler, con un'ampia gonna per il suo volto pubblico di membro della famiglia reale, in pantaloni e canotta nella sua lotta privata contro gli usurpatori. La vocalità è baciata dalla natura per peso, estensione, facilità. Perfino troppa, verrebbe da dire, perché talora qualche pronuncia un po' arruffata e qualche passo d'agilità non nitidissimo e compensato da scatti vigorosi fa rimpiangere che, affrontando un repertorio assai vasto forte della qualità del suo strumento, non abbia affinato maggiormente stile e articolazione rossiniana. Dopo il grande risultato di Ermione anche qui abbiamo una prova di tutto rispetto ma non altrettanto eclatante.

Assente da Pesaro da forse troppi anni era, invece, Lawrence Brownlee (ultima opera, La Cenerentola nel 2010), per nulla impensierito dalla tessitura acuta di Ilo, incisivo nel fraseggio, ben fluido nell'articolazione, forbito nello stile, per quanto anche lui piuttosto pallido nella definizione scenica. Troviamo molto bene pure Marko Mimica (ultima opera a Pesaro, La donna del lago nel 2016), un Polidoro autorevole e ben sfumato, che non ha perso confidenza con il belcanto.

Rispetto a quanto annunciato inizialmente, la versione eseguita è stata quella di Vienna 1822 (eseguita a Pesaro già nel 1995) e non quella di Parigi 1826 (data al Rof nel 2009), vale a dire l'originale stesura napoletana con l'aggiunta dell'aria di Emma scritta appositamente per la tournée del San Carlo nella capitale asburgica. È qui nel cantabile che Marina Viotti mostra il meglio di sé, con ispirata delicatezza, mentre la cabaletta – in cui, tanto per cambiare, le sono chieste movenze isteriche – appare meno fluida, anche per una significativa disomogeneità fra i registri. Non è di per sé un male – Podles docebat – ma sicuramente, in contesti più favorevoli, potrà essere gestita in maniera più efficace.

Con il Leucippo di Margheri assurto al rango di burattinaio e protagonista e il citato Eacide di Nevi, ricordiamo anche il Gran sacerdote di Shi Zong, eroico nell'attraversare la scena nel più improbabile dei costumi (capelli verdi, vestaglia svolazzante su un perizoma da lottatore di sumo, reggendo in mano un'urna di plexiglass). Tutto in nero, invece, il coro del Ventidio Basso preparato da Pasquale Veleno, molto impegnato ma forse un tantino esiguo rispetto alle esigenze della partitura.

E, a proposito delle esigenze musicali dell'ultimo capolavoro napoletano di Rossini, non si può che salutare con piacere il ritorno dell'Orchestra del Comunale di Bologna, storica partner del Rof e già in buca nelle due precedenti edizioni di Zelmira. L'entusiasmo e la voglia di farsi valere sono evidenti, mettendo così a frutto l'idiomaticità di una compagine affine per natura a questo repertorio. Sul podio, convince Giacomo Sagripanti, che conduce in porto senza incidenti una situazione piuttosto complessa da gestire sul piano spaziale e acustico. Si mostra attento e scrupoloso nel rapporto con la scena, anche quando i solisti e il coro si trovano a cantare dalle tribune, né perde di vista l'equilibrio dei tempi e la cura dei colori.

Alla fine, il pubblico che fa da corona a questa Zelmira non sembra avere dubbi: premia la dedizione, l'energia e la qualità di cast e direttore, boccia quasi unanimemente Bieito e la sua squadra. Non è la prima volta e non sarà l'ultima: per fortuna un festival non è fatto di certezze, ma di discussioni, critiche, reinvenzioni. E anche di sorprese, come anche il gustoso antipasto mattutino con un mini concerto rossiniano (Une larme e le variazioni di Paganini sulla Preghiera di Mosé) di Ettore Pagano durante la premiazione degli Abbiati 2025.

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