L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il peso delle scelte

di Luca Fialdini

L’ultima rappresentazione della Bohème nella stagione 2025 del Festival Puccini, funestata da una direzione non all’altezza, si segnala per la competenza del cast

Torre del Lago (LU), 7 agosto 2025 – Nella sua 71^ edizione, il Festival Puccini di Torre del Lago tenta di andare sul sicuro con la proposta di grandi nomi (almeno per ogni prima) e – con l’eccezione di Tosca – di allestimenti già rodati, inoffensivi e sul cui gradimento il pubblico si è già espresso favorevolmente nelle edizioni passate. In questo senso è più che comprensibile il ritorno dell’amata – e storica – Bohème con le scene di Luciano Ricceri e la regia di Ettore Scola, in questo caso meritoriamente accompagnata da un messaggio a sostegno di Gaza apparso sugli schermi dei latotitoli prima dell’inizio della rappresentazione.

Per quel che riguarda la componente visiva, rimandiamo a quanto annotato nel 2021, anche se ormai ha senso parlare solo di allestimento e non di regia: come accade alle ideazioni sceniche storiche, una volta morto il regista si svuotano di significato sempre più a ogni ripresa e si limitano ad essere dei meravigliosi gusci destinati a non conservare il contenuto per cui erano stati concepiti. Se poi aggiungiamo che in molte realtà (e non si parla solo di Torre del Lago) ormai la tendenza è quella di far provare il primo cast e gli altri solo nei ritagli di tempo, allora voler parlare di regia risulta concettualmente fuori luogo.

Curiosa la decisione – presa in corso d’opera, dato che nel programma della stagione la cosa è diversamente indicata – di avere due direttori per tre recite: Pier Giorgio Morandi il 19 e 26 luglio e per l’ultima del 7 agosto Gaetano Soliman. In quest’ultima apparizione della Bohème funziona tutto: bene il cast, l’orchestra è davvero volenterosa, compatto il coro, più efficace del solito la banda del secondo quadro, i mimi tutti in bolla, tutto assolutamente a posto. Quello che non funziona mai, in nessun momento, è la direzione. Soliman adotta tempi a dir poco wagneriani in cui tutto è dilatato, tutto è lentissimo (vale la pena di citare “Sì. Mi chiamano Mimì” e “Quando me’n vo” come esempi rimarchevoli), a tal punto da sfilacciare completamente la tenuta drammaturgica dell’opera e in effetti quest’ultima fa davvero fatica a reggersi in piedi; oltretutto, l’impiego di metronomi così innaturali non solo modifica radicalmente il senso stesso dei vari numeri musicali, ma causa agli interpreti un corollario di difficoltà tecniche accessorie francamente evitabili, esplicitato in alcune – seppur contenute – imperfezioni figlie delle scelte direttoriali. Il gesto è di difficoltosa divinazione, tanto da mettere in difficoltà palco e buca, peraltro non sempre allineatissimi; l’Orchestra del Festival Puccini riesce a reggere botta, ma inevitabilmente la tenuta non è delle più solide e soprattutto qualsiasi cosa risulta piallato: riuscire a dirigere Puccini senza far uscire un colore è veramente opera di genio. A complicare ulteriormente la comunicazione c’è anche la tendenza a bloccarsi, specialmente in alcuni punti critici (il quartetto del terzo quadro, le puntature, ecc.) in cui le voci avrebbero bisogno del supporto del podio.

L’esito è una Bohème straordinariamente faticosa, cui è concesso solo di trascinarsi fino alla conclusione. Negli ambienti più reazionari – o meglio, retrogradi – è di gran moda prendersela con i registi che oltraggiano i compositori rovinando le loro opere: nessuno è in grado di rovinare un’opera come un cattivo direttore. Maleducato ma intimamente condivisibile il grido: «Maestro, un caffè!» echeggiato in platea nel primo quadro.

Come nel caso di Tosca, anche qui l’orchestra cerca di sopperire per quanto possibile alle lacune del podio; il coro e il coro di voci bianche, rispettivamente preparati da Marco Faelli e Viviana Apicella, risultano di buon effetto e nel secondo quadro si ritagliano un giusto spazio, nel terzo c’è qualche scricchiolio negli interventi delle lattivendole (e forse in questo gioca un ruolo anche il numero esiguo di coriste) ma poca cosa. Molto bene la banda della ritirata, che riesce ad aggiungere un po’ di quella vivacità di cui si sente un gran bisogno.

Il cast dei solisti è a dir poco eroico e una generosa percentuale di quanto si sia riusciti a salvare è dipeso direttamente da loro, in particolare dal quartetto protagonista. Bene il gruppo dei comprimari, iniziando da Simone Simoni (Un doganiere), Francesco Auriemma (Un sergente dei doganieri), Francesco Napoleoni (Parpignol) e Matteo Mollica (Alcindoro), con un’attenzione particolare al valido Claudio Ottino che tratteggia un essenziale quanto efficace Benoît.

Non benissimo Antonio Di Matteo: se il suo Colline è dotato di un certo spessore umano, la realizzazione della linea vocale poteva essere più accurata; invece Italo Proferisce nelle vesti di Schaunard risulta molto convincente ed efficace.

Vittorio Prato risulta più che valido come Marcello, proponendo un taglio magari più maturo e meno effervescente di altri, ma sempre intenso, vitale. Vocalmente parlando, Prato può contare su un timbro brunito e un’emissione ben sfogata, sempre appoggiata su tutta la gamma, oltre che una bella rotondità di suono. Si concede anche qualche passo più spiritoso, complice la buona alchimia con Claudia Belluomini che firma una Musetta fresca e brillante. A eccezione di un piccolo inciampo sul si acuto del valzer, staccato dal podio a un tempo deprimente, il soprano dimostra un buon controllo dello strumento vocale, in particolare nell’uso di pianissimi sempre ben udibili e nella ricerca di colori argentei non così comuni; Belluomini inoltre fornisce una prova attoriale molto riuscita in cui mette a fuoco le varie tappe dell’evoluzione di Musetta, fino ad arrivare a un quarto quadro particolarmente sentito.

Positiva la prova di Carlo Raffaelli. Il fraseggio accurato così come l’articolazione, la vocalità chiara e lo slancio lirico lo rendono interessante come Rodolfo; ci sono alcuni aspetti da mettere a posto, al netto della serata faticosa (come lo è stata per tutti, fra il podio e il mostruoso tasso di umidità), in particolare la gestione del registro acuto che in diversi passaggi risulta affaticato e soprattutto la parte attoriale può essere meno legnosa.

Nell’interpretazione maiuscola di Maria Novella Malfatti si nota la familiarità con il ruolo, ma ancor di più la grande interiorizzazione del personaggio: la sua Mimì è una sartina senza le frivolezze e le ingenuità di una certa tradizione, proponendo anzi il ritratto intimo e lucido di una donna appassionata ma non languida. Malfatti presenta un timbro lievemente umbratile, voce corposa nel registro grave e che si arricchisce di armonici nel registro acuto, una varietà di nuance utilizzata ai fini di una maggiore espressività; si segnala anche la grande perizia nell’esecuzione dei (bellissimi) filati e il controllo tecnico nell’emissione dei pianissimi.

Applausi abbastanza tiepidi del pubblico pagante, con l’eccezione del quartetto protagonista che riceve più caldi tributi. Assolutamente corretto dal momento che, se non fosse stato per loro, difficilmente si sarebbe potuta portare a casa la serata.

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Torre del Lago, Tosca, 01/08/2025

Torre del Lago, La bohème, 21/08/2021


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