Mantova a Verona
Uno spettacolo dal fascino classico, un protagonsita eccellente e un meccanismo ben oliato in tutti i suoi elementi consegnano al successo il Rigoletto all'Arena di Verona.
Verona, 8 agosto 2025 - Siamo a Verona, si entra in Arena – e ci si ritrova a Mantova, che dista a soli quaranta chilometri dalla città veneta. Si entra per assistere a un capolavoro verdiano, che, pur facendo parte della cosiddetta “trilogia popolare” non vizia con la sua presenza il celebre anfiteatro. Il suo ritorno è sempre gradito e ha le ottime chance di ottenere un grande successo: e così è stato.
Il palcoscenico gigantesco dell’Arena ospita lo scenario mantovano ispirato ai palazzi dei Gonzaga, alle sale affrescate di Palazzo Te, alle tante terrazze rinascimentali cittadine. Le scene spettacolari, da sempre oggetto d’ammirazione del pubblico, portano la firma di Raffaele del Savio e s’ispirano dall’edizione areniana del 1928, creata dal ben noto Ettore Fagiuoli, autore del classico allestimento dell’Aida del 1913 al quale l’Arena di Verona non rinuncia. È uno stile tradizionale, che vanta un bell’uso dello spazio, adopera una ricca gamma di forme e colori e accarezza l’occhio: anche gli amanti degli allestimenti trasferiti nelle epoche diverse potrebbero subirne il fascino.
Sulla locandina si legge il nome di Ivo Guerra come regista, ma è facile pensare che dal 2003, l’anno del debutto della produzione, ben poco rimanga del disegno originale. Nelle riprese hanno messo le mani diversi collaboratori, ma possiamo constatare con soddisfazione che il vecchio spettacolo resta dinamico e scorrevole, gli artisti del coro sono ben coordinati e i solisti interagiscono in modo convincente. I costumi di Carla Gallieri sono di un taglio elegante e dai bei colori e le luci di Claudio Schmid danno un contributo prezioso per la creazione delle atmosfere gaie e fosche.
Nel cast domina il francese Ludovic Tézier, oggi uno dei re dei baritoni in circolazione e in possesso di una personalità artistica importante, attraente e poliedrica. Veste i panni del buffone con un’estrema naturalezza senza avere paura di apparire deforme e antipatico. Impavido e pungente con i cortigiani, è dolce e premuroso con la figlia, ma non nasconde il lato ossessivo del personaggio verdiano; la ricca gamma di sfumature psicologiche si rispecchia nell’andatura e nella mimica, ma nel canto è realmente infinita. Magistrale l’esecuzione del monologo “Pari siamo” per il declamato sofferente e ironico, da far venire i brividi, ma è in “Cortigiani, vil razza dannata” che Tézier raggiunge l’autentica vetta della sua interpretazione, accolta da applausi grandiosi.
Il soprano armeno Nina Minasyan ha il physique du rôle e la voce cristallina perfetti per l’angelica Gilda, tuttavia si ha l’impressione che non abbia la sostanza e il volume sufficienti per dominare lo spazio areniano. La sua voce vorremmo definirla di “sopranino” e intona “Caro nome” in modo dolcissimo, aereo; le fioriture sono precise, ma eseguite con poca energia, mentre in “Tutte le feste al tempio” approfondisce la ricerca del personaggio, colorando la melodia di sfumature drammatiche. Molto credibili e commoventi la sua recitazione e il canto nel terzetto e nel duetto dell’ultimo atto.
È un po’ triste ammettere che l’anello debole di questa catena sia il tenore venuto dalla lontana Samoa, Pene Pati, al debutto in Arena con il ruolo del Duca di Mantova. In possesso di materiale vocale sufficiente, ma non eccezionale, offre una prestazione segnata da alti e bassi: il timbro è gradevole, l’emissione e la dizione accettabili, ma quando è ora di salire verso l’acuto e emetterlo, i problemi saltano fuori. Se la salita è faticosa, il re nella cabaletta “Possente amor” proprio non è riuscito, ciò nonostante il pubblico lo premia con dei generosi applausi.
Maddalena ha le sembianze avvenenti e la voce ben timbrata di Martina Belli. Sensuale e sfrontata, si ritaglia uno spazio importante nel celebre quartetto. Al suo fianco si apprezza lo Sparafucile di Gianluca Buratto.
Agostina Smimmero valorizza la piccola parte di Giovanna, studia il ruolo in tutti i dettagli ed è bonacciona solo in apparenza, quando viene il momento si trasforma nella complice corrotta di un’azione indegna. La custode di Gilda sovrintende all’irruzione del Duca nella casa e impietosamente consegna la fanciulla nelle mani del seduttore; poche frasi scritte da Verdi sono affiancate dal disegno plastico di un’attrice consumata.
Buona la squadra dei comprimari, che, come spesso in Arena, ècomposta dagli artisti specializzati nei rispettivi ruoli: Abramo Rosalen (il conte di Monterone), Nicolò Ceriani (il cavaliere Marullo), Matteo Macchioni (Matteo Borsa), Hidenori Inoue (il conte di Ceprano), Francesco Maionchi (la Contessa di Ceprano), Ramaz Chikviladze (usciere di corte), Elisabetta Zizzo (paggio della Duchessa).
Il coro areniano preparato da Roberto Gabbiani stavolta sembra aver superato sé stesso; un grande elogio meritano entrambi i cori dei cortigiani, “Zitti, zitti, moviamo a vendetta” e “Scorrendo uniti remota via” per la compattezza del suono, la ricchezza di sfumature e la dizione chiarissima.
Ammirazione sincera va anche ai tecnici della Fondazione Arena di Verona, molto impegnati nel complesso disegno scenografico della produzione, una vera delizia per gli occhi.
La partitura verdiana si rivela molto adatta alla personalità del direttore Michele Spotti per le dinamiche contrastanti e i colori forti. Raggiunge un buon equilibrio tra la buca d’orchestra e il palcoscenico e merita pienamente i calorosi applausi.
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