L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Fiori, respiro

di Luca Fialdini

L’ultima “prima” del 71° Festival Puccini ripropone l’amato allestimento di Manu Lalli, che ne firma regia, scene e costumi; molto bene le prime parti maschili

Torre del Lago (LU), 8 agosto 2025 – Dopo allestimenti che hanno sollevato più di una perplessità e riprese vuote, è un piacere ritrovare al Festival Puccini di Torre del Lago l’ideazione scenica di Manu Lalli per Madama Butterfly, già analizzata all’epoca del debutto nel 2020. Per questa ripresa – fortunatamente ormai lontana dalle restrizioni COVID della pandemia – la regista mantiene i tratti essenziali che questo titolo ama molto e celebra nuovamente il fascino di questa scenografia composta interamente da verdi piante che, dalla scena nuziale, vengono progressivamente sostituite con esemplari secchi nelle due parti del secondo atto; una scena viva (letteralmente!), che respira e viene illuminata con grande eleganza da Valerio Alfieri. Si aggiungono anche diverse novità, come i mimi impegnati ad eseguire gestualità affini a quelle del teatro Nō: l’idea in sé è anche gradevole e l’inserimento di queste figure è condotto con intelligenza, ma talvolta rischia di appesantire una visione scenica giocata tutta su leggerezza ed essenzialità. Più discutibile la decisione di modificare alcuni ingressi (ad esempio il corteo nuziale che entra in scena anzitempo, o Dolore mostrato già all’inizio del secondo atto) e soprattutto di far assistere Pinkerton – non visto – alla morte di Butterfly, evento che modifica troppo radicalmente l’equilibrio drammaturgico della scena. Magari un po’ scontato ma sempre di grande effetto il “coro a bocca chiusa” eseguito con i coristi in scena, attorno a Butterfly, Suzuki e Dolore.

Con l’arrivo sul podio di Francesco Ivan Ciampa finalmente abbiamo la possibilità di apprezzare una direzione impeccabile: ha il totale controllo di qualsiasi cosa, con un’attenzione particolare agli equilibri delle masse e agli impasti, sempre correttamente bilanciati in modo da far udire tutto quello che succede nelle stratificazioni della partitura, anche in una situazione en plein air come questa; sotto il suo gesto finalmente ritroviamo il vero suono dell’Orchestra del Festival Puccini con tutti i suoi colori, la sua compattezza tanto nelle verticalità quanto nelle intenzioni. Il gesto chiarissimo garantisce non solo l’equilibrio fra palco e buca, ma è la chiave di una lettura che tiene ben presenti le necessità della drammaturgia; in questo senso si capiscono determinate scelte, ad esempio alcuni metronomi vengono leggermente rallentati, ma tutto è al servizio di un’interpretazione davvero raffinata e sanguigna (fa sempre piacere vedere che un direttore conservi ancora il fuoco). L’orchestra segue volentieri il direttore, sfruttando i tempi lenti per rendere più chiari alcuni passaggi o ancora per cesellare ulteriormente le timbrature: quanta differenza può fare un direttore competente! Bene anche il coro preparato come di consueto da Marco Faelli, corretto e dalla giusta intonazione.

Il cast può fare affidamento su dei validi comprimari. Oltre a Dolore (il piccolo Valentin Dell’Amico Brambach), riescono a ritagliarsi il loro spazio Claudia Belluomini (La zia), Maria Salvini (La madre), Francesco Lombardi (L’ufficiale del registro), Roberto Rabasco (Il commissario imperiale) e l’inossidabile Francesco Auriemma (Lo zio Yakusidé). Non eccezionale ma ben eseguito lo zio Bonzo di Andrea Tabili e centrato lo Yamadori di Manuel Pierattelli. Nicola Pamio impersona con gusto il suo Goro, ma la realizzazione della linea vocale è davvero anomala, più uno Sprechgesang che un’intonazione vera e propria. Francesca Paoletti, invece, riesce a fornire una prova positiva pur nei costretti limiti imposti da Kate Pinkerton.

Molto valida Chiara Mogini, una Suzuki dal timbro insolitamente chiaro ma con la garanzia del giusto appoggio nei centri e soprattutto nel registro grave. La parte vocale è accurata e bene intonata, unita a un’interpretazione sentita.

Luca Micheletti è uno Sharpless di lusso e mantiene la “tradizione” di questo allestimento di consoli più giovani di quanto il loro ruolo farebbe presumere. Lo strumento dal bel colore brunito e l’ottima gestione dell’emissione gli consentono una singolare morbidezza su tutto il registro, compresi i mi, fa e sol di passaggio trattati con una nonchalance che ha del meraviglioso. Micheletti soppesa attentamente ogni parola e il rapporto di ogni parola con la singola nota, come ci si aspetta da un attore di prosa passato anche al teatro musicale, riuscendo così a portare Sharpless oltre l’immagine di sostanziale bonarietà cui siamo abituati e mettendone in luce i non pochi chiaroscuri.

Ottimo Vincenzo Costanzo, che in questo contesto firma l’interpretazione che chi scrive abbia mai ascoltato dal tenore partenopeo. Ci sono ancora dei margini di miglioramento, ad esempio alcune frasi nel registro acuto hanno bisogno di un poco di consolidamento, ma con questo Pinkerton Costanzo è riuscito a trovare il giusto equilibrio tra l’afflato lirico e la baldanzosità – un po’ incoscienza, un po’ malizia – ritraendo con grande perizia il giovane tenente di marina. La resa vocale del personaggio appare molto maturata, con una nuova attenzione al dettaglio del fraseggio e dell’espressione, culminando in un limpido, lunghissimo do acuto al termine del primo atto e regalando alla fine del secondo un sofferto «Addio fiorito asil».

Sulla preparazione e sullo spessore di Maria Agresta non esistono dubbi, una reputazione confermata dalla evidente interiorizzazione del personaggio: nessun cliché, nessuna ansiosa ricerca della claque, piuttosto si punta il focus sui molti tormenti interiori del personaggio, dalla gabbia della società giapponese fino alla maternità vissuta non nel miglior modo possibile. Però, sin dall’ingresso, questa Cio Cio-san appare molto affaticata; va detto che in questa partitura Puccini “abusa” di tessiture davvero scomode per il soprano con fini espressivo-coloristici, ma in questa recita la linea vocale di Butterfly risulta davvero incerta. In particolare in questa recita le puntature sono state solo accennate, sia nel duetto d’amore del primo atto sia al termine di «Un bel dì vedremo». La situazione migliora nella prima e soprattutto seconda metà del secondo atto, in cui c’è spazio per qualche bel filato in piano, ciò non toglie che ci troviamo di fronte alla tipica “cattiva serata”, anche se eventuali indisposizioni non sono state segnalate. Alla ripresa dopo l’intervallo, uno spettatore – con scarsissima educazione – ha pure gridato: «Maria, studia!», senza ricevere considerazione dal resto della platea che invece, al termine dell’aria e al ritorno di Agresta sul palco per i saluti finali, le ha tributato lunghi applausi di stima e incoraggiamento.

Leggi anche

Torre del Lago, Madama Butterfly, 21/08/2020

Torre del Lago, La bohème, 07/08/2025

Torre del Lago, Tosca, 01/08/2025

Torre del Lago, Turandot, 25/07/2025

Torre del Lago, Suor Angelica, 13/07/2025


Vuoi sostenere L'Ape musicale?

Basta il costo di un caffé!

con un bonifico sul nostro conto

o via PayPal

 



 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.