L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Rossini Pride

di Roberta Pedrotti

L'italiana in Algeri che Rosetta Cucchi crea con un'irresistibile, emozionante e autoironica Daniela Barcellona chiude fra gli applausi le tre prime operistiche del Rossini Opera Festival. Sugli scudi anche la prova di Giorgi Manoshvili come Mustafà, mentre non convince Dmitry Korchak in veste di direttore.

PESARO 12 agosto 2025 - A ciascuno il suo mestiere, o anche, ma non spesso, più di uno. Come Laurence Dale, con una bella carriera tenorile alle spalle, anche Rosetta Cucchi prima di dedicarsi alla regia ha avuto un'intensa vita musicale, pianista accompagnatrice e preparatrice, maestra di sala e ai recitativi. Donna di teatro, certo, ma che parte dalla partitura e questo nei suoi spettacoli traspare sempre. Si potrà apprezzare o meno l'estetica, condividere o meno un'interpretazione, ma non si potrà negare che uno spettacolo di Cucchi non nasca mai per caso o per pretesto. Lo si vede in questa coloratissima, esuberante, esagerata (scene di Tiziano Santi, costumi di Claudia Pernigotti, luci di Daniele Naldi e video di Nicolas Boni) Italiana in Algeri che deve essere cucita su misura per Daniela Barcellona e vuole anche impegnarsi sul tema dei diritti civili: presupposti potenzialmente scivolosi nel passaggio dalla teoria alla pratica. E invece è un successo, proprio perché l'eccesso, il surreale della follia completa e organizzata rossiniana qui spazza via ogni elucubrazione troppo seriosa; l'estetica queer e camp, essendo di per sé sopra le righe, non arriva mai forzare la mano e chiede solo di stare al gioco. Un gioco metateatrale per cui la storica campionessa dei ruoli en travesti, quasi predestinata anche per il suo metro e ottanta di statura, per interpretare la campionessa della seduzione femminile diventa un uomo a tutti gli effetti che però è anche una drag queen. Anzi, Isabella è la leader di un'intera compagnia drag, arrestata dall'esercito di Mustafà (alla cui corte i lavoratori sono schiavizzati a norma di legge, mentre non si vede di buon occhio ogni divagazione dal machismo eterosessuale) e pronta a portare scompiglio, gioia e libertà. Quando canta “Pensa alla patria”, però, si mette come a nudo, in abiti maschili, con il suo io quotidiano, per parlare seriamente di coraggio. Questo momento rende plausibile anche tutta l'ironia sugli stereotipi di ogni tipo, perché L'italiana in Algeri, con le sue turcherie, può essere anche questo, senza limiti e freni inibitori, oltre che una celebrazione della femminilità (cosa che magari noi donne cisgender siamo abituate a dare per scontata e che invece, per altre, sono scoperte e conquiste che sovvertono le nostre convinzioni).

Tutto si regge, è chiaro, sulla presenza di Daniela Barcellona e sarebbe impensabile senza di lei. Dopo l'ultimo grande personaggio en travesti (Eduardo), dopo il recital dello scorso anno sembrava che la sua storia d'amore con il Rof avesse toccato il suo coronamento naturale. Invece torna con la parte forse più imprevedibile per lei oggi e non solo dà una lezione d'intelligenza musicale e stilistica, ma anche di ironia, autoironia, abnegazione. E di amore incondizionato e ricambiato per il Festival e il suo pubblico.

Di fronte alla diva che ha fatto la storia del Rof in questo primo quarto di ventunesimo secolo, ecco il fuoriclasse emergente: Giorgi Manoshvili, Mustafà, non è una sorpresa e dal debutto pesarese del 2021 ormai si può ben dire sia assai più di una promessa. Tuttavia, continua, con i suoi soli trentacinque anni, a stupire: voce è bella, duttile, morbida, l'articolazione nitida, ma soprattutto ha il senso della parola, il gusto dell'intenzione, del recitar cantando, una simpatia scenica innata, una comunicativa immediata tanto nel serio quanto nel buffo, un bel modo di porgere. Facile immaginarlo come basso di riferimento dei prossimi anni.

Il resto del cast resta qualche passo indietro: Misha Kiria è un omaccione che in scena ispira il sorriso, il suo Taddeo impresario e autista della compagnia di Isabella teatralmente funziona, ma la vocalità, per quanto corposa, risulta a tratti un po' scomposta (anche nell'intonazione), troppo per un palcoscenico che si pone a riferimento stilistico come quello pesarese. E troppo fragile risulta pure il Lindoro di Josh Lovell, ben definito sul piano attoriale, ma impacciato e spesso intimidito dalle colorature e dalla tessitura, tant'è che non si rimpiange la rinuncia all'aria rossiniana “Concedi amor pietoso” in favore dell'apocrifa e più semplice “Ah come il cor di giubilo”.

Gurgen Baveyan è un Haly di voce chiara e di vivacissima teatralità; Vittoriana De Amicis non manca l'appuntamento con i suoi acuti e rende a meraviglia il passaggio di questa Elvira da mogliettina spenta e dimessa ad audace dominatrice “amorosa, docil, buona” solo a parole, così come Andrea Niño (Zulma) dismette i panni di grigia donna delle pulizie per affermarsi giovane e libera. Non cantano, ma si integrano con grande disinvoltura e forte presenza nel contesto operistico le quattro Drag Calypso Fox, Elecktra Bionic, Ivana Vamp e Maruska Starr. Invece, se la partecipazione attoriale è pure molto vivace, il coro del Ventidio Basso presenta stasera qualche squilibrio di troppo.

Qui però entra in gioco un altro musicista che, a differenza di Dale e Cucchi, non ha trovato grandi fortune in ambiti diversi. Dmitry Korchak è un validissimo tenore, in qualche caso anche eccellente, ma non si può dire altrettanto come direttore. In più punti – concertati, ma anche l'aria di Taddeo – si avvertono sfasamenti, l'incedere musicale ha un che di pedante, scolastico che fatica a piegarsi nel respiro e nel sostegno del canto – osservazione quasi paradossale, data la carriera vocale di Korchak. Mentre ci auguriamo di riapplaudire presto l'artista russo nelle più consone vesti tenorili, lodiamo la prova dell'orchestra del Comunale di Bologna (bello il solo di Paride Canu in “Languir per una bella”) e di Giorgio D'Alonzo al cembalo nei recitativi (a proposito: anche stasera, come nella Cambiale, abbiamo il continuo purtroppo senza violoncello).

In teatro si respira aria di festa, non mancano risate e applausi a scena aperta da parte di un pubblico con una gran voglia di stare al gioco e di stringersi attorno alla beniamina Daniela Barcellona, che infatti ottiene calorose ovazioni, saggiamente ripartite con i colleghi, Manoshvili in testa.

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