Di me non iscordarti
La rassegna Il Belcanto Ritrovato torna a offrire una gustosa coda al Rossini Opera Festival, quest'anno per la prima volta con un'opera seria, Amazilia di Pacini. La riscoperta è una vera sfida per un cast assai agguerrito e ben sostenuto dalla bacchetta di Enrico Lombardi.
FANO, 23 agosto 2025 - Amazilia di Pacini è rimasta in silenzio per quasi duecento anni. Almeno così parrebbe stando alle cronache teatrali, se ci si concentra sul titolo completo. In realtà di quest'opera, nata a Napoli nel 1825 come atto unico e ampliata in due per la ripresa viennese del 1827, circolarono a lungo pagine isolate: il caso più noto è senz'altro quello della cabaletta della protagonista “Parmi vederlo, ahi misero!” che piacque moltissimo alle primedonne dell'epoca e anche del secolo scorso, finendo interpolata da Beverly Sills nel glorioso pastiche chiamato L'assedio di Corinto che contribuì a riaccendere l'attenzione sul Rossini serio. Tuttavia, già ascoltando la sinfonia si sobbalza quando viene anticipato il tema della stretta del duetto Amazilia/Zadir del primo atto: “Di me non iscordarti” è ben nota nel duetto alternativo per Anna Bolena e Percy e l'avevamo mentalmente registrata come di mano donizettiana; invece veniva con ogni probabilità dal baule di Giovan Battista Rubini – che pure aveva cantato la parte di Zadir, scritta per Giovanni David – e il compositore bergamasco l'aveva accolta di buon grado. Questo la dice lunga sulla stima che di Pacini nutrivano i colleghi (serve ricordare che Rossini a Roma gli affidò diversi numeri di Matilde di Shabran?), ma anche su come una conoscenza più ampia del repertorio renda consapevoli di un codice, un linguaggio comune condiviso e su come l'idea contemporanea di originalità e plagio possa valere per lambiccarsi sulla paternità dei Cigni di Balaka e di Will you be here, non quale categoria di merito in ambiti come quello operistico del primo Ottocento. Per tutto questo, un festival dedicato a quanto, nei primi decenni del XIX secolo, non è Rossini, Bellini, Donizetti o Verdi è benemerito e benvenuto. E la riscoperta di Amazilia segna, per la quarta edizione (se non si conta la "numero zero" del 2021) del Belcanto Ritrovato, la possibilità del salto di qualità per “diventare grandi” e collocarsi definitivamente nella lista degli appuntamenti fissi da mettere in calendario, occupando uno spazio necessario ma finora fluido e sfuggente (molto aveva fatto Martina Franca, alla fine del secolo scorso ci aveva provato Lugo, poi lo stesso Rof aveva lanciato il ciclo Il mondo delle farse... solo per fare alcuni esempi).
Ma, alla fine, di cosa parla e com'è questa Amazilia presentata nell'edizione critica a firma di Gianmarco Rossi? Il soggetto si allinea alla corrente esotica amerinda: su un fantomatico confine fra Luisiana (sic) e Florida si fronteggiano due tribù, con inevitabile triangolo per la protagonista che preferisce il bel tenore figlio del capo nemico al baritono condottiero dei suoi. Potrebbe finire malissimo per gli innamorati, ma il padre del ragazzo – che agisce solo dietro le quinte – con un clamoroso voltafaccia, dopo aver offerto ai confinanti un'alleanza antispagnola, si unisce ai conquistadores e il comandante Don Alvaro entra come deus ex machina benedicendo la coppia e opprimendo gli sconfitti. Una spregiudicatezza politica che negli anni '20 dell'Ottocento non doveva fare più di tanto effetto se a dominarla erano europei cattolici. La semplicità del classico intreccio amoroso, peraltro, dà modo a Pacini di dispiegare non solo una partitura vocalmente lussureggiante, con tre parti principali di difficoltà trascendentale, ma anche di serrare i numeri con incisività d'invenzione, ricercate soluzioni strumentali (si pensi agli impasti dei fiati) e formali (l'impianto non tradisce l'uso dell'epoca, ma colpisce per esempio come il virtuosismo e il canto s'insinuino del recitativo). È musica che sortisce immediatamente il suo effetto, ma fa anche pensare che – al netto delle difficoltà vocali – possa trovare una nuova circolazione contemporanea, sintetica accattivante e ben scritta com'è.
Difficoltà, si diceva. Giorgio Caoduro si fa carico della parte dell'antagonista Cabana, scritta per Lablache, e lo fa con appassionata spavalderia, assecondando con accenti stentorei il carattere autoritario del personaggio. Merita incondizionato l'onore delle armi lo Zadir di Manuel Amati, davvero eroico nell'attendere con dedizione e senza cercar sconti a una parte invero diabolica per com'è costantemente spinta sui vertici del pentagramma in figurazioni non certo semplici. Stupisce poi come Paola Leoci, applaudita a Pesaro fino a pochi giorni prima come graziosa Fannì, sfoderi un gran temperamento e affronti di slancio una parte seria di tale portata, creata da Joséphine Fodor e subito ripresa da Adelaide Tosi, evitando compromessi.
Molto bene fa Mariano Orozco nella parte di Orozimbo, fratello d'animo nobile di Cabana, così come Michele Galbiati nei brevissimi interventi di un selvaggio e di Don Alvaro e Noemi Umani come Mila, fedele amica di Amazilia e figlia di Orozimbo.
Il confronto diretto fra alcune recenti performance dell'Orchestra Sinfonica Rossini (promotrice del Festival) a Pesaro e l'esito di questa sera già fa capire che Enrico Lombardi sul podio abbia fatto la differenza, non solo per lo scrupolo affettuoso con cui cura questo repertorio raro, ma anche per la capacità evidente di motivare i musicisti, già impegnati a ritmo serrato, nelle scorse settimane, fra ROF e concerti pop estivi. Dopo La casa disabitata di Lauro Rossi, Lombardi si conferma un elemento fondamentale per Il Belcanto ritrovato, capace di dare sempre la sensazione che tutti vada come deve andare nonostante i mezzi oggettivamente risicati. Quest'ultimo aspetto pertiene senz'altro a chi, soprattutto nelle istituzioni pubbliche, tiene i cordoni della borsa. E, purtroppo, non sembra al momento si possa sperare granché da Stato e Regione, fra tagli ai fondi per lo spettacolo dal vivo, il ROF che lamenta ben 700.000 euro in meno di finanziamenti e la ICO regionale in stato d'agitazione con un contratto non aggiornato e limitato a soli otto mesi annuali. In questo panorama è già un miracolo che riescano a esistere altre piccole realtà; certo, saremmo tutti felicissimi se queste produzioni potessero contare su tempi di prova adeguati o su un coro un po' più strutturato del volenteroso piccolo ensemble del Teatro della Fortuna preparato da Mirca Rosciani.
Siccome le idee non costano nulla, ma chi le elabora e realizza deve veder riconosciuto il proprio lavoro non pretendiamo la luna e, anzi, plaudiamo alla scelta dell'esecuzione in forma concertante (coordinata da Laura Mungherli) con la proiezione di scene ideate da Tommaso Casadei, diplomato al Liceo artistico Mengaroni di Pesaro, con il solo suggerimento, in futuro, di disporre i leggii un po' più verso il proscenio per meglio sfruttare l'ottima acustica del Teatro. Quel che, però, senza dubbio si può fare è far crescere la squadra di un progetto bello come Il Belcanto Ritrovato, in modo da poter consolidare la linfa vitale di una sostanza musicologica. Ottimo che il Festival si sia dotato di un consulente artistico come Bruno De Simone, anche interprete assiduo e appassionato di questo repertorio raro, tuttavia vedendo la dedizione con cui Lombardi sul podio riesce a dare una coerenza stilistica, espressiva ed esecutiva lavorando a fondo sul testo fa pensare che sarebbe un perfetto direttore musicale dell'intero progetto. Nondimeno, con la Fondazione Rossini a due passi e una schiera di musicologi che non si perdono una di queste riscoperte (e i recenti volumi di Senici e Carnini proprio sul mondo musicale dei primi decenni del XIX secolo) verrebbe naturale sollecitare l'impellenza di un vero comitato scientifico che segni un vero passo avanti per un Festival che potrebbe essere un vero “spin off” del Rof.
Non solo ci piacerebbe che qualche direzione artistica lungimirante e qualche cantante audace e curioso mettessero in cantiere almeno qualche brano di Amazilia in concerto, ma saremmo felici anche di veder crescere questo festival in una regione (e in un paese) che non disperda le risorse, non subordini il merito al mercato, ma sappia valorizzare come si deve le grandi e le piccole realtà.
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