L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’ipertrofico Barbiere

di Giuseppe Guggino

Il Barbiere rossiniano segna la ripresa di stagione del Massimo di Palermo dopo la lunga pausa estiva con il garbato nuovo allestimento confezionato da Stefania Bonfadelli e l’acerba e ipereccitata direzione di Riccardo Bisatti.

Palermo, 21 settembre 2025Ha esiti assai interlocutori il Barbiere di Siviglia di Rossini che segna la ripresa di stagione del Teatro Massimo di Palermo dopo la pausa estiva, nonostante una generale tendenza all’eccesso, che certamente diverte ma che forse tradisce l’essenza del melodramma derivante da Beaumarchais e dell’olimpica perfezione della costruzione musicale rossiniana. Il ventiquattrenne Riccardo Bisatti serve la scrittura di un Rossini parimenti ventiquattrenne con impari senso dell’equilibrio, tanto nelle forme quanto negli equilibri fonici, assicurando una sostanziale correttezza che peraltro è messa in discussione nelle strette, allorquando si schiaccia un po’ troppo il piede sull’acceleratore. Tengono comunque complessivamente bene sia l’orchestra che il coro maschile preparato da Salvatore Punturo.

Nel cast si fa notare certamente l’Almaviva di Ruzil Gatin che, pur non eguagliando il livello del Norfolk dello scorso anno, gestisce un altro ruolo pensato per Manuel Garcia con voce ampia e sonora, tutt’altro che eunucoide, agilità ben assestate e buona forbitezza stilistica, con qualche emotiva preoccupazione per il controllo dell’intonazione. Per contro sfrontatissimo, esuberante è il Figaro di Mattia Olivieri, molto ben cantato, ma affetto da un’ipercinetismo scenico funzionale ad un’eterodossa realizzazione del canto d’agilità, che porta a preferirlo di gran lunga impegnato nel repertorio da baritono serio. Con Maria Kataeva, mezzosoprano dalla voce duttile forse eccessivamente scurita, si torna agli eccessi delle variazioni liberty in acuto stilisticamente opinabili quanto l’uso delle nacchere che fa per buona parte del secondo atto. E infine il Don Bartolo di Vincenzo Taormina è tanto febbrilmente indaffarato a strappare la risata che, oltre all’inserto di qualche dialettismo nei recitativi, finisce per attaccare l’arietta “Quando mi sei vicina” sull’introduzione strumentale, finendo per intonarla una volta più del dovuto. A completare la distribuzione sono l’esperienza di Simon Orfila, ben impegnato come Don Basilio, e l’ordinarietà di Noemi Muschetti e Italo Proferisce rispettivamente Berta e Fiorello/Ufficiale.

In una serata le cui sorti musicali sono sorrette da Figaro ed Almaviva sorprende non poco che a quest’ultimo non sia concesso il Rondò nel secondo atto, pur in un contesto di integralità testuale con la riapertura di tanti recitativi.

Maggior coerenza si registra nella parte visiva dello spettacolo (una nuova produzione) di Stefania Bonfadelli, coadiuvata da un team creativo tutto al femminile. Le creano qualche problema di troppo le scene razionalissime ed eleganti di Serena Rocco che situano la casa di Don Bartolo a quota soprelevata, comportando qualche andirivieni di troppo, anche se complessivamente ben gestito. Coloratissimi e garbati sono i costumi di Valeria Donata Bettella la cui vivacità fa il paio con quella del disegno luci di Fiammetta Baldiserri.

Alla ribalta gli apprezzamenti piovono abbastanza indistinti da parte di pubblico già proiettato a guadagnare rapidamente l’uscita.

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