Poco international e troppo context
Il Bellini International Context, giunto alla quinta edizione, vara al Massimo di Catania un Pirata belliniano non esente da rilievi. Il bicentenario di Adelson e Salvini è invece onorato da un interessante convegno monografico, concluso con un’esecuzione di una selezione di numeri dell’opera a cura degli allievi del Conservatorio di Catania.
Catania, 23 settembre 2025 - Arriva – non senza stanchezza – al traguardo della quinta edizione il Bellini International Context, con appuntamento di punta al Teatro Massimo Bellini di Catania per una recita isolata in forma scenica del Pirata nel giorno del centonovantesimo anniversario della morte di Cigno catanese. La kermesse organizzata dalla Regione Siciliana, pur mantenendo la meritoria idea originaria di coinvolgere le principali istituzioni musicali e accademiche siciliane in un cartellone vario, articolato su un arco temporale di una ventina di giorni, sembra però mostrare più di qualche limite se, per la prima volta, si propone un titolo operistico belliniano senza ricorrere all’edizione critica nazionale; e risultano francamente poco comprensibili le ragioni della scelta proprio del Pirata che, come è noto, necessita di un terzetto di protagonisti di difficilissima reperibilità, nell’anno in cui cade il bicentenario del primo lavoro operistico del catalogo belliniano, Adelson e Salvini, titolo è già disponibile un’edizione critica (ancorché provvisoria), oltretutto varabile sulle tavole del palcoscenico con una distribuzione solistica ben più facile da assemblare. Più in generale la formula sembra meritevole di qualche rispensamento (e, di fatti, la prossima edizione dovrebbe proporre una recita dei Puritani non più isolata, bensì seguita da alcune recite nell’ambito della stagione d’opera del Massimo catanese, a tutto vantaggio della sostenibilità dello sforzo produttivo), oltre che di una guida artistica autorevole, capace di assicurare qualcosa che vada oltre il mero coordinamento manageriale di varie istituzioni.
La scarsa cura testuale riservata al Pirata in questa circostanza si spinge all’approssimazione a partire dal collocare in buca la banda, a tutto detrimento degli effetti di spazialità del suono pensati dall’eminente operista siciliano nell’avvio del finale primo e, soprattutto, nel coro di pirati, tutto giocato sull’eco fra coro, orchestra e banda in quinta. Né la mano di Marco Alibrando sa farsi più autorevole alle condizioni date, giacché la sua prova è tutta indirizzata ad accompagnare e poco più; ne discendono scelte agogiche troppo supine alla contingenza, senza il benché minimo elemento di coerenza e logicità.
Nei panni del pirata Gualtiero si ritrova Celso Albelo, che per questo tipo di vocalità avrebbe il colore e l’estensione necessari, che ritorna a Catania dopo un memorabile Leicester al fianco di Mariella Devia in Maria Stuarda, una quindicina d’anni fa. Le scelte di repertorio negli anni lo hanno portato ad un irrobustimento della linea di canto che, pur con una pasta timbrica sempre pregevole, hanno reso l’ascesa all’acuto talvolta muscolare, talaltra non esente da qualche nasalità di troppo, in un contesto realizzativo complessivo (al netto di scorciature e accomodi) comunque assai volenteroso, a tratti ammirevole per la pervicacia del cimento.
Altrettanto valido è l’antagonista Ernesto impersonato da Franco Vassallo che non riesce a saettare nel canto di agilità ma con calda pasta baritonale asseconda assai bene la melismatica scrittura belliniana, facendosi così preferire nei cantabili rispetto alle cabalette.
Manca un poco troppo all’appello, invece, l’Imogene di Irina Lungu, cui la vocalità di Henriette Méric-Lalande calza decisamente troppo bassa, con conseguente evanescenza della linea di canto nei centri, tanto da apparire semplicemente accennata, e un recupero di terreno che giunge solo in corrispondenza del grande finale del secondo atto.
A completare il cast sono il sonoro Goffredo di Mariano Buccino, l’affidabile Itulbo di Ivan Tanushi e la più ordinaria Adele di Silvia Caliò che, assieme al valido coro preparato da Luigi Petrozziello, agiscono nei bei costumi ottocenteschi, dall’orizzonte cromatico molto omogeneo, firmati da Marina Fracasso. Quanto al resto della parte visiva Renato Bonajuto fa un lavoro di onesto artigianato registico, servendosi dell’espediente di una scena vuota sul cui fondale si materializzano, assemblandosi di volta in volta, le scene della prima assoluta dell’opera, per come le conosciamo dai disegni di Alessandro Sanquirico.
Fortunatamente segni di maggiore vitalità si registrano nei due giorni seguenti, grazie al convegno di studi in occasione del bicentenario di Adelson e Salvini, organizzato dall’Università e dal Conservatorio Catania, in cui si è caldeggiata l’idea di onorare con un convegno monografico i bicentenari degli altri titoli belliniani che ricorreranno negli anni a venire: se non altro al context degli appuntamenti effimeri sarà comunque assicurata almeno una ragion d’essere festivaliera.
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