L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Ecco il Leon!

di Roberta Pedrotti

Il perdurare dell'indisposizione di Fabio Sartori porta all'inatteso debutto italiano nei panni di Otello del tenore Brian Jadge, che si candida a diventare un punto di riferimento per la parte nei prossimi anni.

PARMA, 11 ottobre 2025 - Terza recita di Otello e terzo protagonista: dopo la prima il titolare Fabio Sartori è colpito da indisposizione, sostituito alla seconda da Yusif Eyvazov e ora da Brian Jadge, fresco fresco di debutto nella parte a Madrid. Il suo arrivo a Parma è una gradita sorpresa, che conferma l'eco positiva delle recite spagnole; la voce del tenore statunitense, infatti, attraversa i quattro atti senza mai accusare stanchezza, mettendo viceversa in luce la bontà dell'emissione e la ricchezza ben controllata degli armonici. Non si tratta di un titanico oricalco dalle risonanze baritonali, bensì da un tenore dallo squillo facile ed eroico che potrebbe rievocare l'immagine di Tamagno e dei tenori più prossimi a Verdi; pure, non solo il suo canto ha sempre l'ampiezza necessaria a imporsi nella sala, il timbro è anche debitamente virile e ombreggiato. In definitiva, siamo in presenza di quello che può essere l'Otello per eccellenza dei prossimi anni, una volta limate mende che nel contesto attuale sono del tutto veniali: pronuncia e dizione possono senz'altro migliorare e con esse l'interpretazione, già ben impostata senza cadute di gusto, potrà farsi più sottile e sfaccettata.

Non bastava la girandola dei protagonisti a movimentare la recita: mentre tutti attendono che Roberto Abbado scenda in buca, il sovrintendente Luciano Messi annuncia che per un imprevisto Francesco Pittari (Roderigo) non potrà prendere parte al primo atto dell'opera e verrà sostituito, dal palco di proscenio, dall'artista del coro Damiano Lombardo: chapeau. Pittari poi rientra impeccabile nel finale terzo.

Da qui in poi, nessun'altra sorpresa: presente in locandina fin dal primo momento, Ariunbaatar Ganbaatar si conferma un baritono di grande potenziale, sul quale si vorrebbe volentieri scommettere per il futuro. Jago è un punto d'arrivo più che di partenza e senz'altro il personaggio potrà crescere, senz'altro la serie dei debutti dovrà essere dosata con cautela, ma la qualità dello strumento e la chiarezza dell'articolazione, la preparazione accurata già ora gli garantiscono meritato successo. Successo che arride vivissimo anche a Mariangela Sicilia, che si confronta con l'emozione inarrivabile della sua partecipazione in mattinata all'Otello di Opera in Carcere: là era nella vita reale, ora si cala nella finzione teatrale, che la vuole – anche nelle intenzioni registiche – fiera e combattiva, una giovane di educazione elevata, consapevole, attenta anche al suo ruolo pubblico. Il personaggio misura ogni parola così come l'artista è abituata a cesellarlo. Non è una tenera e trepida vittima sacrificale, ma una donna capace perfino di un contegno distaccato, il che rende insieme straniante e crudamente realistico il suo cadere in trappola.

Davide Tuscano si fa ancora una volta apprezzare come Cassio di ottima presenza scenica e vocale; efficaci anche la materna Emilia di Natalia Gavrilan, il Montano di Alessio Verna, il Lodovico di Francesco Leone e l'Araldo di Cesare Lana.

Tutto è bene quel che finisce bene, anche grazie al sangue freddo di Roberto Abbado, che sostiene il cast senza rinunciare alla cura di una lettura musicale in cui la Filarmonica Toscanini si muove fra riflessi oscuri come lame di ossidiana, privilegiando l'abisso interiore sulle tempeste esterne. Ai contrasti ben evidenti sin dalla prima scena, in cui turbinano sibili statici ed esplosioni fragorose, il coro del Regio dà impeccabile realizzazione, sempre ben a fuoco nel timbro e nell'espressione; la scena idilliaca dell'omaggio a Desdemona nel secondo atto colpisce un po' meno nella resa dell'armonioso intreccio di colori distinti (uomini, donne, voci bianche). Anche sul piano registico, la scena non convince troppo. Federico Tiezzi, firma di lungo corso fra opera e prosa, si avvale di una scenografa come Margherita Palli e di una costumista come Giovanna Buzzi: sembra quasi superfluo soffermarsi sulla qualità di ogni singola creazione. È piuttosto l'insieme che fatica a imporre una sua coerenza, fra minimalismo teso verso astrazione e simbolismo (il palcoscenico nudo con giochi geometrici di quinte e sipari su cui proiettare parole chiave), movimenti irrealistici (quasi coreografica la tempesta iniziale) e poi un finale in una camera da letto contemporanea del tutto verosimile, quotidiana, se non fosse che poi lì non si capisce come Otello si dia la morte (pare con un pugno in fronte...). Tutto confezionato assai bene, con momenti suggestivi, come l'esposizione di tassidermia nel secondo quadro del terzo atto, pur senza indicare, fra tanti bivi, una direzione chiara, una linea interpretativa decisa da seguire o su cui riflettere. Questa viene semmai, pur fra imprevisti e cambi in corsa, da una solida parte musicale che, forte della qualità di coro, orchestra, concertazione e cast conduce in porto fra calorosi applausi una recita che si ricorderà come l'inatteso e fortunato debutto italiano dell'Otello di Brian Jadge.

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