Il ritorno di Mitridate
Il Teatro Massimo di Palermo ricorda Alessandro Scarlatti nel trecentesimo anniversario della scomparsa con una riuscita edizione di Mitridate Eupàtore. Rilevante il risultato ottenuto da Giulio Prandi alla testa dei complessi palermitani con un buon Tim Meade nel ruolo eponimo e l’ottima Laodice di Arianna Vendittelli.
Palermo, 12 ottobre 2025 -Il trecentesimo anniversario della scomparsa di Alessandro Scarlatti, palermitano di nascita e capostipite di una dinastia di compositori (padre del geniale Domenico) è occasione per la programmazione del Teatro Massimo di un’insolita incursione nel repertorio del primo settecento. Esattamente come sessantacinque anni fa, ossia in occasione del trecentesimo della nascita, la scelta cade su Mitridate Eupàtore, allora presentato in una revisione-rimaneggiamento ad opera di Giuseppe Piccioli e oggi in una nuova edizione critica di Luca Della Libera e Giacomo Biagi. Nella sterminata produzione di Alessandro Scarlatti, fra musica strumentale, oratori, cantate e lavori per il teatro, l’opera prescelta è particolarmente rappresentativa perché segna l’inizio di una prospettiva lavorativa in una Venezia non ancora dominata dalla prolificità produttiva vivaldiana, dopo il primo periodo napoletano e le successive collaborazioni romane con il Cardinale Ottoboni e prima del secondo e definitivo periodo napoletano. Nei cinque atti del bel libretto di Girolamo Frigimelica Roberti si assiste al ritorno in Ponto di Mitridate – accompagnato dalla giovane sposa Issicratea (sotto mentite spoglie di Eupàtore e Antigono, ambasciatori di Tolomeo Re d’Egitto) –, all’agnizione della sorella Laodice (amata da Nicomede), nonché alla tragica uccisione dell’uxoricida madre Stratonica e del suo secondo marito, l’usurpatore Farnace.
Da alcune lettere dell’epoca si può desumere che la prima del 1707 non dovette incontrare la piena comprensione di un pubblico non particolarmente attento, essendo destinata ad un lungo sonno destato solamente dalla prima ripresa in tempi moderni alla Scala nel 1956 (pensata per far risaltare Maria Callas come Laodice, in realtà poi cantata da Victoria de los Ángeles), prima di una ripresa radiofonica BBC con la Sutherland e delle più recenti riproposte filologicamente informate di Thomas Hengelbrock al Festival di Innsbruck nel 1995 e di Thibault Noally al Festival di Beaune nel 2017. Neanche questa volta il testo proposto a Palermo è esente da sfrondature se, a fronte dei quarantadue numeri ne mantengono ventinove, quasi in tutti non alterando la canonica forma ABA’. A fare da trait d’union fra la partitura e la regìa di Cecilia Ligorio è il drammaturgo Paolo Vittorio Montanari che nell’esaustive note alla drammaturgia del programma di sala fornisce un puntuale resoconto dei necessari spostamenti di numeri, adattamenti e tagli, rinviando comunque al libretto stampato in versione integrale (ed evidenziazione delle omi/manomi-ssioni). Pur con qualche rammarico di mancato ascolto, la scelta è comunque comprensibile se non forse obblicata, atteso che già fra la prima parte dello spettacolo (che riunisce i primi tre atti, in circa un’ora e mezza) e la seconda parte (di poco meno di un’ora) la sala va incontro a numerose ingiuste e ingiustificate defezioni; intanto per via della parte musicale dello spettacolo, di apprezzabile rilievo artistico, cui la parte visiva fornisce un supporto forse non sempre altrettanto accattivante.
Va riconosciuto a Cecilia Ligorio il merito di aver saputo rendere pienamente intelligibile la vicenda, impiegando la Sinfonia avanti l’opera per illustrare l’antefatto dell’omicidio di Mitridate Evergete ad opera della moglie Stratonica e dell’amante Farnace. Il taglio contemporaneo dello spettacolo (fra il Grave e l’Allegro della tripartita Sinfonia Evergete è freddato da un teatrale colpo di pistola) è funzionale ad una cifra visiva moderna e sobria, ambientata in una reggia in rovina disegnata da Gregorio Zurla. Se curati appaiono i costumi di Vera Pierantoni Giua e il disegno luci di Fabio Barettin, il lavoro di dettaglio sulla recitazione da parte dell’affermata regista veronese – contestualmente impegnata in un Don Giovanni mozartiano alla Maestranza di Siviglia – scivola talvolta in qualche mancata rifinitura e talaltra in qualche grottesco eccesso, come nel caso della teca contenente la presunta testa di Eupàtore, portata in pegno da quest’ultimo (in veste d’ambasciatore di Tolomeo) a Stratonica e Farnace.
Cose egregie e lodevoli fa Giulio Prandi in buca, pur senza ricorrere a strumenti d’epoca, se non per la realizzazione del basso continuo (impegnato in tutti i recitativi, ma a cui è affidato anche qualche numero), ben realizzato da Ignazio Maria Schifani con un secondo cembalo, un cello e due tiorbe. Merito del concertatore è quello di essere riuscito ad infondere all’Orchestra (in un numero limitato di prove) un’articolazione di suono complessivamente più che plausibile, pur dovendo rinunciare a qualche effetto teatrale previsto dalla partitura, come ad esempio il dialogo fra trombe e trombe marine (appariscenti cordofoni con cassa armonica a tromba, responsabile dell’arcana sonorità, adoperate anche da Bach nella cantata dell’ascensione Lobet Gott in seinen Reichen BWV 11, e qui sostituite da archi) nella sontuosa sinfonia del IV atto. L’Orchestra, del resto, si dimostra duttile nel seguire la sapienza stilistica Prandi in un repertorio assai lontano da quello usualmente praticato, non mancando all’appello né nell’insieme né nei numerosi obbligati che si incontrano: sicché l’oboe nel tempo centrale della Sinfonia iniziale, l violino in “Esci omai che più non v'hai loco” e “Cara tomba”, i due violini soli nella grande aria di Mitridate “Prima cura e dolce amore” o la tromba di “All'armi, a battaglia” contribuiscono non poco a far apprezzare le gemme di cui la partitura è con gran cura impreziosita. Non sono da meno i solisti, eccezion fatta per il secondario Pelopida di Konstantin Derri. Al ruolo eponimo scritto per castrato Tim Meade, controtenore, assicura la necessaria perizia stilistica e l’abilità tecnica funzionale ad una realizzazione espressiva assai sfaccettata, che trova perfetto riflesso nella consorte Issicratea di Francesca Ascioti. La coppia negativa di Farnace e Stratonica è realizzata dal baritono Renato Dolcini e da Carmela Remigio, rispettivamente; il primo forte di uno strumento ben assestato e sonoro, la seconda dalla recitazione sempre stentorea, nevrotica, che nelle arie comporta qualche debito di fiato o l’ariosa realizzazione del canto d’agilità in “Quante furie ha il crudo Averno” o di “Odiata, disprezzata”. Belle speranze fa riporre nel proprio strumento la giovane Martina Licari nei panni di un premuroso Nicomede consorte di Laodice che nelle sue sei arie e due duetti vede una pugnace Arianna Vendittelli brillare in tutto l’arco delle passioni umane, trionfatrice indiscussa della serata. Buona anche la prova del Coro istruito da Salvatore Punturo.
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