L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Tutto nel mondo è burla

di Roberta Pedrotti

Mentre il decimo Verdi Off sperimenta e solleva problematiche etiche ed esistenziali, il venticinquesimo Festival Verdi completa il suo ciclo shakespeariano con un Falstaff giocoso e rassicurante.

PARMA 16 ottobre 2025 - Il 2025 è un anno importante per il Festival Verdi, che celebra non solo il suo primo quarto di secolo, ma anche il primo decennio della sua rassegna parallela, Verdi Off, vale a dire una costellazione di progetti divulgativi e sociali, sperimentazioni, arti visive, prosa, musica, coreografia indispensabile, ormai, nell'esplorare la ricchezza e la contemporaneità dell'opera verdiana.

Fra i tanti progetti di quest'anno (senza dimenticare il legame con Opera in Carcere) ricorderemo almeno Il sonno uccidesti, un'istallazione ideata da Damiano Michieletto e Paolo Fantin. In una specie di suono bianco da cui, come spettri nella nebbia, da elaborazioni elettroniche si fanno riconoscibili temi del Macbeth (sound design Michele Braga); lame di specchio infranto che pendono come spade di Damocle, una figura umana (Hyperrealistic art di Leonardo Cruciano e Imaginari Factory) immersa in una superficie liquida ora immota, ora increspata, il ciclo delle luci progettate da Alessandro Carletti: è l'immagine dell'angoscia profonda, non l'ansia che sconquassa in un momento, ma quella che non abbandona, paralizza, accompagna come un eterno rumore di fondo e toglie il sonno. Per il colpevole e per l'innocente, ammesso che li si possa distinguere, non c'è che vigilia e si esce in silenzio, pensando, dalla galleria San Ludovico.

Si percorrono pochi passi e si è al Teatro Regio. Falstaff è all'ultima delle sole due recite (più l'anteprima giovani) superstiti dopo l'annullamento per sciopero generale della prima del 3 ottobre. Dall'angoscia si passa alla commedia, commedia agrodolce, malinconica, è vero, ma stasera l'impressione è proprio quella di tornare alla pura tradizione dell'opera buffa: la concertazione di Michele Spotti non trascura certo i momenti più lirici e delicati, ma imprime un passo brillante, sottolinea il tronfio autocompiacimento di Sir John, predilige l'esuberante “allegria d'oneste donne” e un dialogo incalzante. La visione più giocosa si regge bene perché Spotti è uno di quei direttori che rassicurano sulla serietà e sulla preparazione tecnica delle nuove generazioni: non facciamo giovanilismo (tanto più che, con una decina di anni di carriera ormai sulle spalle, il trentaduenne lombardo può ben scrollarsi di dosso le etichette anagrafiche), né si generalizza. Non sono tutti così bravi, ma chi lo è lo è per davvero. Il podio fa quadrare sempre i conti e fa funzionare la commedia, permettendosi anche di calcare un po' il pedale, perché sa giostrare i colori, lavorare con l'orchestra, badare al palcoscenico. Basti il crescendo che accompagna tutto il monologo delle corna di Ford a dichiarare che qui, stasera, le cose si fanno per bene.

Lo spirito della commedia è ben alimentato dalla produzione di Jacopo Spirei che aveva debuttato al Regio nel 2017, fra lo storico Stiffelio in piedi di Vick e una Jérusalem invero un po' imbolsita di De Ana. La periferia residenziale inglese contemporanea (ma occhieggiante anche ai decenni passati nelle scene di Nikolaus Webern con i costumi di Silvia Aymonino) passa, con il contributo delle luci di Giuseppe Di Iorio, a svelare un seducente mondo notturno di sensi repressi trasformandosi in foresta. I personaggi sono tutti caratterizzati a dovere, a partire dalle comari di Windsor, ben amalgamate e distinte: Roberta Mantegna, Alice di luminosa vocalità, è un'irreprensibile madre di famiglia piena di brio, mentre Caterina Piva, con la sua Meg un po' vamp e dal timbro cremoso, lascia intendere che, se mastro Ford non ha nulla da temere, con uno spasimante un po' più appetitoso di Sir John Mr Page avrebbe potuto avere qualche grattacapo. E finalmente Quickly non è la solita matura zitella di spirito (un po' una Karen McCluskey di Desperate Housewives), bensì una donna libera e single, ancora giovane e dal look alternativo: Teresa Iervolino è semplicemente perfetta con il suo fraseggio piccante. La coppia giovane si atteggia a ribelle, mini abitino vintage, anfibi e treccine colorate per Nannetta, kilt in pelle nera per Fenton, smartphone sempre in mano per amoreggiare di nascosto dai parenti: Giuliana Gianfaldoni ha una voce forse un po' corposa per chi si immagina una liliale fatina, ma non per chi pensi a un'adolescente risoluta in piena tempesta ormonale; Dave Monaco affronta il suo primo Verdi senza tradire la propria vocalità, anzi portando in dote il gusto belcantista delle sfumature del Sonetto di Fenton e un'anima giovanile autentica.

Impeccabile è pure l'orgoglioso Ford di Alessandro Luongo, canto sempre a fuoco e temperamento sanguigno che scalpita nel contegno borghese. Il veterano Gregory Bonfatti (Cajus) e i più giovani Roberto Covatta (Bardolfo) ed Eugenio Di Lieto (Pistola) costituiscono un ben assortito trio di caratteri.

Resta, ovviamente, il protagonista, l'eponimo sir John la cui arguzia “crea l'arguzia degli altri”. Misha Kiria ha il physique du rôle: alto, largo, rubicondo, viso simpatico e un'attitudine teatrale che pare innata. Gli va anche dato merito di una pronuncia italiana straordinariamente limpida, apprezzabile anche se fosse madrelingua. È bravo, insomma, senza dubbio, ed è ben inserito nello spettacolo, che aveva già interpretato per una recita nel 2017, alternandosi con Roberto De Candia. Tuttavia, se non si può che dir bene, non si riesce nemmeno a dir meglio: tutto sembra rimanere ancora una volta negli argini rassicuranti della commedia, ben fatta, sì, ma senza rischio, senza guizzo, senza quello scavo in più, quell'essere ficcanti e taglienti nella musica con assoluta precisione e intenzione. Torniamo al discorso iniziale su una bella serata, senza dubbio di qualità, senza dubbio di alto livello, che, però, con una scintilla in più, anche fra le burle, avrebbe potuto “uccidere il sonno” al pensiero dei “peli grigi” e della “risata final”: invece, dopo una bella cena, si dorme come angioletti.

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