Una canzone francese e una stanza d’albergo
Ultime opere della stagione (se si esclude una blasonata recita di Tosca ad inizio novembre), Il diario di uno scomparso di Leoš Janáček e La voix humaine di Francis Poulenc emozionano gli spettatori al Teatro Nazionale, non solo grazie agli ottimi interpreti in scena (Mathias Koziorowski e Veronica Simeoni per il primo titolo, la regale Anna Caterina Antonacci per il secondo), ma anche per l’intelligente e coinvolgente regia di Andrea Bernard. Donald Sulzen accompagna il tutto, magnificamente, al pianoforte.
ROMA, 21 ottobre 2025 – La prassi, oramai consolidata, di rappresentare due titoli ‘brevi’ assieme crea sintonie del tutto inaspettate, come il caso del dittico che chiude, al Teatro Nazionale, la stagione operistica 2024/2025, all’insegna, ancora, dell’opera contemporanea. Il diario di uno scomparso di Leoš Janáček e La voix humaine di Francis Poulenc, infatti, arrivano dopo The Turn of the Screw di Britten (la recensione) e Adriana Mater della Saariaho (la recensione): quattro titoli contemporanei che, fra settembre e ottobre, aprono porte su un repertorio desueto, non ancora entrato stabilmente nelle programmazioni operistiche.
Il diario e La voix sono, inoltre, due opere da camera e la direzione artistica del Costanzi sceglie di rappresentarle proprio nelle loro vesti originali, non nelle trasposizioni orchestrali che ne hanno reso possibile la rappresentazione, anche in grandi palcoscenici. Il Teatro Nazionale, più intimo, immerge ancor di più gli spettatori nelle vicende di queste opere, che sono brillantemente narrate dal regista Andrea Bernard, il quale riesce a trovare una chiave per creare continuità narrativa fra i due titoli. L’idea di fondo risiede nella solitudine dei due protagonisti, Jan e l’innominata femme della geniale penna di Cocteau. Bernard presenta agli spettatori (grazie alle curatissime scene di Alberto Beltrame) «due stanze di uno stesso albergo» (riporto dalle note di regia) nelle quali si svolgono, nel medesimo momento, le due vicende. Si tratta, naturalmente, della stessa stanza, quella chambre de femme prescritta da Cocteau per La voix. In tal senso, la vicenda de Il diario di uno scomparso viene attualizzata (il libretto richiama paesaggi pastorali della Moravia), ma non si dimentichi che Janáček pensava, originariamente, ad una “semi oscurità” – come annotato all’inizio del libretto – dando unica preminenza alla voce cantante. Bernard si appoggia all’idea che «l’albergo è un ‘non-luogo’: anonimo, neutro, di passaggio», una scena tutto sommato neutra e funzionale a adattarsi a più vicende. L’operazione di Bernard risulta certamente d’effetto, soprattutto grazie ad un intelligente stratagemma scenico: Jan, protagonista del Diario, verso la fine dell’opera ascolta provenire dalla stanza attigua, da uno stereo a tutto volume, “Non, je ne regrette rien” della Piaf e colpisce la parete più volte, stizzito; gli stessi colpi si sentono all’inizio de La voix humaine, mentre la protagonista mette a tutto volume la celebre canzone. L’idea registica di Bernard è la medesima per le due pièce, cioè quella di creare, attorno al/la protagonista, una storia, aiutandosi anche con comparse che emergono da una dimensione onirico/allucinatoria. La zingara Zefka, che vive nei boschi moravi, diventa una seducente sex worker; l’uomo che ha spezzato il cuore della femme, tanto da indurla al tentativo di suicidio, appare sulla scena, bello e glaciale, addirittura mentre la tradisce con un’altra amante. Se si può obiettare a Bernard, per quanto riguarda La voix, di aver portato sulla scena ciò che vi sarebbe dovuto rimanere lontano (l’amato), tuttavia l’effetto non scioglie la tensione e l’angoscia che la partitura di Poulenc promana da ogni nota.
L’accompagnamento delle voci è ad opera di Donald Sulzen, pianista di vaglia che legge con intensità le due partiture, caratterizzate da due ‘colori’ differenti: se Il diario di uno scomparso alterna aspri passaggi a momenti di afflato lirico (si pensi anche all’Intermezzo erotico), La voix humaine ha un carattere angoscioso ed estetizzante al contempo.
Il cast vocali si fa certamente valere. Per quanto riguarda Il diario, Mathias Koziorowski regala un’intensa performance: dotato di una voce piena e squillante, talvolta, però, rigida nella fascia acuta, Koziorowski riesce ad alternare momenti di slancio, che mettono a dura prova la corda tenorile, a passaggi più ariosi, lirici, dove gioca con le mezzevoci e i colori. Anche la Zefka di Veronica Simeoni si merita il plauso del pubblico, soprattutto perché l’interprete, forte di un timbro brunito, sensuale, pieno, riesce a incarnare perfettamente l’erotismo esotico del personaggio. Senza ombra di dubbio, però, la migliore performance della serata non può che regalarla Anna Caterina Antonacci, cantante di straordinario gusto, la quale si è cimentata più e più volte nel difficilissimo ruolo di “Elle”, l’innominata donna de La voix. La Antonacci attraversa, vocalmente e fisicamente, tutte le emozioni dell’amante tradita, passando dalla recitazione all’angoscioso canto spiegato, con un controllo del fiato invidiabile e con una tecnica impressionante, che le consente di risultare reale, palpabile, anche quando apre la voce, il cui smalto e timbro, inconfondibili, sembrano inossidabili. La sua presenza sul palco è magnetica e la recitazione di intenso realismo. Era stata proprio lei, del resto, nel 2017, l’ultima interprete del ruolo, in una serata unica, in forma di concerto, al Costanzi. Il pubblico la applaude calorosamente, come del resto fa con Koziorowski e la Simeoni, tributando il giusto riconoscimento ad una serata che difficilmente cadrà nel dimenticatoio.
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