L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Luci e ombre del Crepuscolo

di Roberta Pedrotti

Spiccano le prove di Sonja Šarić e Albert Pesendorfer nella Götterdämmerung che chiude fra gli applausi il Ring wagneriano diretto da Oksana Lyniv, salvo smentite la seconda donna nella storia a dirigere l'intera Tetralogia dopo Simone Young.

BOLOGNA, 24 ottobre 2025 - L'ultima volta era stato fra il 1987 e il 1992, in forma scenica (una produzione di Pier'Alli che fece epoca) e due direttori ad alternarsi (Peter Schneider per Rheingold e Siegfried, Riccardo Chailly per Die Walküre e Götterdämmerung). Oggi torna a concludersi un ciclo completo del Ring a Bologna, che per diritto di primogenitura reclama il titolo di città wagneriana d'Italia: questa volta in forma oratoriale – pur con varie tentazioni semisceniche – ma con un'unica mano nella concertazione, quella di Oksana Lyniv, che chiude con questa firma eloquente il suo incarico come direttrice musicale al Comunale. Un triennio in cui il baricentro del repertorio si è allontanato dal belcanto per avvicinarsi al tardo romanticismo in senso più qualitativo che quantitativo (Rossini, Bellini e Donizetti non sono mancati, ma in visioni stilisticamente discutibili; il repertorio tedesco non è apparso più che in passato, ma le sonorità e il taglio interpretativo di Lyniv andava senz'altro in direzione wagneriana e straussiana, con esiti peraltro anche assai interessanti in Puccini).

Al termine di questa Tetralogia si può stendere un bilancio che non può essere univoco. Da un lato l'impresa, considerata così ostica per tante fondazioni italiane, ha valore di per sé, si sono ascoltate molte interpretazioni notevoli (su tutte diremmo almeno Thomas Johannes Mayer come Wotan, Sonja Šarić Freia Sieglinde e Brünnhilde, Stuart Skelton Siegmund, Michael Heim Siegfried, Matthäus Schmidlechner Mime, Claudio Otelli Alberich, cui si aggiunge ora l'Hagen di Albert Pesendorfer), un bell'impegno dell'orchestra e una visione musicale coerente. Dall'altro, al di là di qualche aspetto musicale e vocale meno convincente, spiacciono alcune disattenzioni evitabili: peccato che, nel momento in cui un teatro come il Comunale intraprende un ciclo di tale importanza, si limiti il programma di sala a un esile fascicoletto privo di sinossi; spiace che alcune belle idee teatrali (nella Götterdämmerung già solo l'apparizione del coro dalla balconata è un felice effetto) non si siano organizzate in un disegno più strutturato nelle varie giornate e che la scelta – opportuna – di proiettare i testi cantati e le didascalie per creare una sorta di “scena invisibile” non si sia concretizzata in maniera ben chiara e visibile per tutto il pubblico e abbia addirittura spesso troncato brutalmente delle frasi (si leggono espressioni sospese del tipo “da un lato Gunther con il volto” o “Hagen appare evidentemente”). Peccato.

Ritiratosi il Wotan di Mayer nel suo Walhall in attesa del Crepuscolo, emerge la novità dell'Hagen di Albert Pesendorfer, imperioso, possente, torvo, alieno da pose manierate da villain e perfettamente credibile come rispettato guerriero dall'anima nera, a sua volta vittima di un padre che lo ha generato e cresciuto per quell'unico scopo e, pure, consapevole nell'abbracciarlo senza tentennamenti. Tale padre, tale figlio: l'apparizione di Claudio Otelli restituisce tutta la prosciugata ostinazione del nibelungo che, a differenza di Wotan, non si arrende all'ineluttabilità del fato. Sonja Šarić conferma l'ottima impressione già ricavata in precedenza, sostenendo la parte massacrante di Brünnhilde con un canto ampio e luminoso, che non disperde il fiero onore della guerriera nel fiorire della sua femminilità, anzi, l'uno corrobora l'altro.

Efficace nel complesso è il Siegfried di Tilmann Unger, molto attento nella costruzione di un personaggio non certo semplice, eroe ormai maturo eppure ancora ragazzino, fra ingenuità perfino tenere e spacconate arroganti, per la maggior parte dell'opera sotto l'effetto di un incantesimo. È giunto all'ultimo momento (tant'è vero che il programma di sala riporta ancora il nome di Heim e non viene fatto nessun annuncio: altra disattenzione evitabile) e un po' di rigidità si può ben perdonare.

Più timidini appaiono in fratelli Ghibicunghi: Anton Keremidtchiev è un Gunther incollato allo spartito che rende un ritratto assai fragile e dimesso di un principe che, in effetti, sembra contar meno di re Théoden plagiato da Grima Vermilinguo; la Gutrun di Charlotte Shipley è talmente dimessa da non porre in campo di fronte a Brünnhilde il candore della principessa sognatrice e fa quasi tenerezza, come la ragazza un po' insignificante e poco brillante che si trova all'improvviso fidanzata del giovanotto più ambito della compagnia e non capisce come e perché la cosa cominci e finisca.

Come già nel recente Œdipus Rex, Atala Schöck (qui alle prese con Waltraute) denuncia qualche opacità e segno d'usura che ottunde il fascino del suo racconto. Sono, viceversa ben assortite per carattere e gradazioni timbriche le Norne di Tamta Tarielashvili, Eleonora Filipponi e Brit-Tone Müllertz, le Figlie del Reno di Yulia Tkachenko, Marina Ogii e Egle Wyss.

C'è un che di umano, nelle scene delle triplici entità femminili, come nel dire che se il cerchio si chiude, dalle onde del Reno alle onde del Reno, il filo si è spezzato e l'età del mito è davvero finita. Il piglio di commedia leggendaria, con le beffe delle fiabe intorno al fuoco di dei e folletti, del Rheingold, dopo l'epica della stirpe di Wälse, torna a un'azione d'inganni, giochi d'amore e potere, viceversa, affatto terreni. In quest'ottica viene spontaneo porre la lettura di Lyniv, il cui gesto deciso pare prediligere la narrazione all'allegoria metafisica, alle astrazioni concettuali la concretezza delle azioni umane, sottolineando con particolare energia le forze telluriche di un male non più sovrannaturale incarnato da Hagen. Ottima, proprio dalla scena della chiamata dei guerrieri alla festa nuziale, è la prova del coro del Comunale preparato da Gea Garatti Ansini. Bene anche la tenuta complessiva dell'orchestra, che esprime con chiarezza i Leitmotive all'interno di un tessuto narrativo abbracciato con trasporto. Peccato che proprio due momenti chiave come il Viaggio di Siegfried sul Reno e il preludio al terzo atto siano, però, segnati da qualche défaillance di troppo negli ottoni.

Al termine, l'accoglienza è calorosissima, con inevitabili punte per Šarić, Pesendorfer e Lyniv. Bologna è felice di aver riavuto un Ring completo nella stagione del suo teatro, con le sue luci e le sue ombre. Certo, i vuoti in sala dispiacevano, soprattutto se si considera che l'esaurito al botteghino era già assicurato con l'accorpamento dei cinque turni d'abbonamento su due date e quindi, per quante sono state le rinunce preventive e gli abbandoni in corso d'opera, tanti sinceri appassionati wagneriani potrebbero non aver trovato posto. La contabilità è salva nella forma, ma una riflessione sulla partecipazione a un evento qual è l'intera Tetralogia wagneriana deve porsi per un fulcro della vita culturale di una città come la Dotta.

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Bologna, Siegfried, 15/06/2025

Bologna, Die Walküre, 17/10/2024

Bologna, Die Walküre (atto I), 15/01/2022

Bologna, Das Rheingold, 12/06/2024

 

 


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