L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Fin c’han dal sangue

di Antonino Trotta

Al Teatro Coccia di Novara, Don Giovanni diventa un vampiro: seduttore e predatore, si muove tra le ombre di Bram Stoker in un allestimento firmato da Paul-Émile Fourny che fonde il mito mozartiano con l’estetica gotica. Eccellente il cast, in cui brillano le prove di Christian Federici, Stefano Marchisio ed Eleonora Boaretto.

Novara, 26 ottobre 2025 – Quella di Don Giovanni, si sa, è una figura pressoché inafferrabile, un enigma che continua ad attraversare i secoli mutando forma di volta in volta: libertino, eroe, demone, vittima della propria fame o della propria sete; in lui si assommano la luce della libertà e il buio dell’abisso, la brama di vivere e la condanna dell’eterno ritorno. Il suo fascino è immortale: come dinnanzi a uno specchio, si gioca a riconoscersi nelle sue ombre, nei suoi eccessi, nelle sue cadute, rivedendo nella mitologica personalità la parte di noi che non osa confessarsi alla luce del giorno. Al Teatro Coccia di Novara, però, questo gioco perverso c’è negato: Don Giovanni diventa un vampiro e nella superficie riflettente ci troviamo dunque ben poco.

Paul-Émile Fourny, che del nuovo allestimento coprodotto con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi firma la regia, immerge il capolavoro mozartiano nelle tenebre del romanzo di Bram Stoker, evocandone l’immaginario gotico di castelli insonni – molto bella la scenografia di Benito Leonori, ben illuminata dalle luci di Patrick Méeüs e arricchita dalle video proiezioni di Mario Spinaci –, mantelli di velluto – i costumi, eleganti e puliti, sono di Giovanna Fiorentini – e notti che non conoscono alba. Ecco dunque il suo Don Giovanni, elegante e predatorio, muoversi in scena animato dalla stessa insaziabilità del celebre conte transilvano, sempre intento ad ammirare e a mordere eburnei colli con quella sicumera che da secoli accompagna il passo dell’eterno seduttore. Anche i personaggi che intorno a lui ruotano traggono ispirazione dalla penna di Stoker: Donna Anna ha la grazia inquieta di Mina, divisa tra terrore e attrazione, Donna Elvira porta in sé la febbre di Lucy, sospesa tra la purezza perduta e il desiderio di redenzione, mentre Don Ottavio, l’unico a mantenere acceso il lume della ragione come un Van Helsing disarmato, tenta invano di riportare il senno là dove l’incanto del vampiro l’ha tramutato in sonno. Così come il conte Dracula si nutre del sangue dei vivi per illudersi d’eternità, anche il Don Giovanni di Mozart – e di Fourny – si alimenta delle vite che attraversa, delle passioni che divora, di quell’energia effimera che agli altri chiamano amore. Certo, ciò che più risplende in questa messinscena, tra paletti appuntiti e corone d’aglio, è il lato ironico e giocoso del dramma, presente del resto nel tessuto letterario e musicale dell’opera e tutt’altro che marginale nell’economia del capolavoro. Si glissa invece con maggiore leggerezza sulla complessità del protagonista, che in questa lettura perde qualcosa della sua tormentata umanità per farsi creatura altra, simbolica, disumana. E se in Mozart la sua grandezza nasce proprio da quella tensione fragile e irriducibile tra libertà e colpa, qui la sua natura ultraterrena sembra assolverlo da ogni responsabilità, come se la colpa stessa non potesse più tangerlo. Il suo destino non è più quello dell’uomo che sfida il cielo, ma di una creatura eterna, immune alla punizione e al rimorso. Poco importa, comunque: al di là di questa riflessione, lo spettacolo, originalissimo nel taglio, funziona nel complesso assai bene. Merito di un parallelismo che non impone forzature alla drammaturgia e di una messinscena costruita con misura, tecnica e verve teatrale.

In forze a quest’ultima v’è un cast interessante e ben affiatato, capace di aderire con intelligenza al gioco registico senza mai sacrificare la qualità della resa musicale. Christian Federici è un Don Giovanni magnifico per presenza scenica e solidità vocale: la sua linea di canto, densa, timbrata e pastosa, sa farsi insinuante nei momenti di seduzione e tagliente nei confronti più drammatici, con un fraseggio che sbalza il testo con franchezza e magnetico mordente, restituendo alla parola la sua forza teatrale e alla musica il suo respiro drammatico. La canzonetta del secondo atto, poi, è un capolavoro di canto a fior di labbro, sostenuto e mai accennato, cesellato con gusto e ironia, nel perfetto equilibrio tra seduzione e astuzia beffarda. In quella manciata di minuti Federici sembra condensare tutta l’essenza del suo irresistibile personaggio: un fascino che ammalia e inganna, un sorriso che già anticipa il morso. Al suo fianco, il Leporello di Stefano Marchisio gioca il ruolo del mattatore, del motore comico che mette in moto la macchina teatrale mozartiana, dosando con intelligenza tempi e colori. La voce, ben proiettata e omogenea, si piega con disinvoltura alle esigenze del canto sillabato e del recitativo, mentre la carica attoriale sempre viva, vivace e mai sopra le righe, conferisce al personaggio quella vitalità arguta e un po’ disincantata che ne fa l’altra faccia del suo padrone. Nel loro continuo rincorrersi, padrone e servo diventano così un unico corpo drammatico: l’uno l’ombra dell’altro, complici in un gioco di specchi dove il riso, spesso, sa di paura. Valerio Borgioni è un Don Ottavio dai mezzi squisiti sorretti però da una tecnica ancora perfettibile: se ambo le arie son risolte dovizia di sfumature – molto apprezzato è stato il generoso uso di mezzevoci nella prima – e gusto, qui e là, specie nei recitativi, l’emissione perde un po' di rotondità e di precisione. Tra le donne s’impone l’impeccabile Zerlina di Eleonora Boaretto. Sempre espressiva, sensibile, musicale, Boaretto, con uno strumento luminoso e ben governato, fa risplendere Zerlina di quella freschezza ingenua e al tempo stesso consapevole che ne costituisce l’essenza. La voce, agile e omogenea in tutta la gamma, si muove con naturalezza tra civetteria e tenerezza, mentre la linea di canto, curatissima nel legato e aggraziata nel porgere, esalta la spontaneità del personaggio senza mai scadere nel bozzetto. Anche Maria Mudryak, Donna Anna, fa benissimo, specie nelle arie e nei numeri d’assieme, dove fa sfoggio di pianissimi eterei e agilità saettate con nerbo e fierezza. Manca solo un po’ di pathos nei recitativi, che talora restano più dettati che vissuti, ma la linea vocale, sempre nobile e ben sostenuta, restituisce un personaggio saldo, composto, di grande eleganza. Pur cantando tutte le note, Louise Guenter non sempre trova continuità di emissione e immacolata omogeneità nella scrittura pestifera e umorale di Donna Elvira, ma sa compensare con agguerrito temperamento, tratteggiando un personaggio vibrante, passionale, mai privo di quella fragilità che ne è la cifra più vera. Gianluca Failla dona a Masetto voce e presenza statuaria, dal timbro brunito e ben proiettato, che si impone con naturale autorevolezza senza rinunciare a un tocco di genuina semplicità contadina. Eccellente, infine, il Commendatore di Luca Dall’Amico, voce profonda e autorevole, di granitica sicurezza e impeccabile proiezione. Il timbro, scuro e compatto, conferisce al personaggio una forza ieratica che si impone sin dall’ingresso, mentre l’emissione salda e la dizione nitida ne esaltano l’autorità. Buona la prova del Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno istruito dal maestro Pasquale Veleno.

In buca, purtroppo, note dolenti. Alla guida della valida Time Machine Ensemble, Arthur Fagen dirige con meccanicità e pesantezza, sacrificando la naturale scorrevolezza teatrale che anima la partitura. I tempi, spesso rigidi e zavorranti – soprattutto per il palcoscenico –, appiattiscono la tensione drammatica e finiscono per privare la musica di quel respiro vivo, mobile, che è il cuore pulsante del Don Giovanni. Ne consegue una lettura appena funzionale, più attenta allo scorrere inanimato del tempo che al battito interno della scena, più cronometrica che drammatica.

La serata è stata però salutata da una platea piena e festante che ha tributato al ricco parterre vocale le meritate ovazioni.

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