L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Dall’Elvezia al Walpurga e al Gennargentu

di Giuseppe Guggino

Più di qualcosa non funziona nella Sonnambula posta a conclusione della stagione d’opera 2024/25 del Teatro Massimo di Palermo. Apprezzabile solamente la raffinata Amina di Jessica Pratt.

Palermo, 23 ottobre 2025Bastano i ribattuti iniziali dei corni in orchestra e quelli della banda sul palco a contrassegnare una serata nata sotto cattiva stella: il sipario s’è già levato su di una scena cupa, sinistra, e una pantomima illustra Amina perseguitata da spiritelli dispettosi. Ma la Walpurgisnacht mal si concilia con l’idillio svizzero, con la grazia della sua musica a tinte pastello, con la melodia belliniana. Così come mal s’appaiano le velleità psicologiche a una drammaturgia degli affetti che nasce un innocente vaudeville di Scribe. Bárbara Lluch però insiste pervicacemente sulle brutte coreografie, continua per due ore abbondanti ad indugiare su una cifra visiva tanto torva e cupa quanto autonoma rispetto alla musica, sicché sorprende il progetto registico sia andato avanti senza che nessuno glielo facesse notare né a Palermo né nei teatri di Madrid, Barcellona e Tokyo – che coproducono l’infelice parto – né tra i componenti del suo nutrito team creativo, ossia Christof Hetzer per le scene fra fantasy e post-rivoluzione industriale, Clara Peluffo Valentini per i banalotti costumi, Urs Schönebaum per le livide luci e Iratxe Ansa e Igor Bacovich per le fastidiose coreografie e per la fallimentare gestione delle masse in scena. Né si comprende come scene tanto minimaliste possano dar luogo a cambi scena di incredibile durata all’interno dei due atti, ma tant’è. Occorre attendere pazientemente il finale secondo, con la sonnambula Amina su di una pensilina d’un capannone industriale, perché dalla regia nasca qualche effetto capace di catalizzare la parallela drammaturgia musicale. Ma è un po’ poco per recuperare un’intera serata per il resto da dimenticare.

Non vanno meglio le cose sul piano musicale, con Giuseppe Mengoli alla testa di una svogliata Orchestra del Teatro Massimo e del sufficiente Coro preparato da Salvatore Punturo. La scelta dei tempi improntata ad una cifra quanto mai contemplativa può anche risultare assai intrigante, a patto di saper ottenere un suono levigato, prezioso, compatto. Il giovane direttore di collaudata esperienza in ambito sinfonico approda invece alla scivolosa scrittura belliniana con esperienza evidentemente meno scaltrita in ambito belcantistico; ne discendono ripetute e anche clamorose perdite di contatto fra buca e palco, sonorità sfilacciate (cui le scelte agogiche sono di nocumento) e una sostanziale incapacità di gestire il recitativo accompagnato.

A salvare la serata non rimane che un cast complessivamente plausibile, a partire da un solido Mariano Orozco alle prese con Alessio, dalla sufficiente Teresa di Daniela Pini e dall’interessante giovane vocalità di Ilaria Monteverdi, che assicura una buona tornitura alle arie di Lisa, sebbene con un’emissione eccessivamente spinta in regione acuta del pentagramma, a cui è d’uopo imporre un maggior controllo in futuro. Carlo Lepore è un Conte Rodolfo di buon volume ma di perfettibile classe. L’Elvino di Francesco Demuro, forte di uno strumento dal timbro pregevole e molto sonoro, è però caratterizzato da un’emissione rigidissima, che induce il tenore sardo a cantare costantemente tra il mezzoforte e il forte, rifugiandosi nel canto spoggiato in occasione degli sporadici tentativi di alleggerimento delle dinamiche; è una prova la sua che centra tutte le note scritte, ma che manca il canone stilistico, ossia quell’ideale di canto angelicato che Bellini aveva saputo modellare sulle caratteristiche di Giovan Battista Rubini, con il conseguente risultato distopico di spostarsi dall’Elvezia verso il Gennargentu e il genuino canto dei suoi pastori. A far risaltare ulteriormente l’effetto di straniamento stilistico è la raffinata Amina di Jessica Pratt che invece dà lezione di forbitezza del canto, di maestria nel cesello, di consapevolezza belcantistica; nulla è fuori posto in una realizzazione che appare altamente meditata anche nel gestire qualche assottigliamento di sonorità nel grave, cui una voce di estrazione lirico-leggera va fisiologicamente incontro, alle prese con una vocalità pensata per Giuditta Pasta.

Archiviata un poco sottotono la stagione 2024/25 ci si prepara all’inaugurazione di quella nuova, con l’insolito dittico operistico Rachmaninov/Leoncavallo.

Leggi anche

Roma, La sonnambula, 14/04/2024

Cagliari, La sonnambula, 13/05/2022

Napoli, La sonnambula, 30/01/2022


Vuoi sostenere L'Ape musicale?

Basta il costo di un caffé!

con un bonifico sul nostro conto

o via PayPal

 



 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.