Aspettando Don Giovanni
Nella produzione di Barrie Kosky ripresa alla Wiener Staatsoper con la concertazione di Christoph Koncz, la coppia cardine Don Giovanni/Leporello trova eccellenti interpreti in Mattia Olivieri e Philippe Sly.
VIENNA, 1 novembre 2025 - C'è chi, beatamente, confida nell'esistenza di un “Don Giovanni di Mozart” originale, come se ne esistesse un'unica interpretazione autentica, come se potessimo contare su una sola verità, quando non possediamo che le pagine vergate dal compositore e da Lorenzo da Ponte. “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemos” vale anche per l'opera, tanto più per questa: ne conosciamo il nome, la forma scritta, ma il suo mito non può essere definito. Anzi, perfino la sua forma si è consolidata in autonomia rispetto al testo, mescolando le versioni di Vienna e di Praga per non rinunciare a nessuna aria di Don Ottavio o di Donna Elvira (mentre il duetto Leporello/Zerlina giace comunque dimenticato). Per inciso, non sarebbe proprio una cattiva idea cercare di tornare a scegliere di volta in volta una delle due stesure licenziate dagli autori accettando di non ascoltare magari uno o due brani celebri in cambio di una maggior fluidità drammaturgica.
Di Don Giovanni non abbiamo che il nome, le parole, le note, il mito inafferrabile che continuiamo a inseguire. E lo inseguiamo anche questa sera, alla Wiener Staatsoper, lasciandoci guidare sul cammino segnato da Barrie Kosky in una petrosa landa scoscesa (scene e costumi di Katrin Tea Tag, luci di Franck Evin). Non ci sono elementi urbani, costruzioni artificiali in questa natura spoglia, solo roccia che il libero baccanale del finale primo ricopre di erbe gigantesche, quasi un Paese delle meraviglie, o in cui si apre una fonte d'acqua lustrale, pura e infera. Meri elementi primordiali in un paesaggio ctonio che pare un'emanazione del rapporto fra Don Giovanni e Leporello, o, meglio, della testa di quest'ultimo, come scopriremo man mano. Se lo si soppesa nota per nota, per la parte il pur bravo Philippe Sly forse non sembrerà il cantante ideale, dotato della debita sostanza nella tessitura grave, eppure, signori, che interprete, che attore! Si insinua pian piano, come personaggio chiaramente borderline, fragile e pure padrone della situazione, quantomeno neurodivergente. Al momento del catalogo arriviamo al nodo: non solo il famigerato elenco non è messo su carta e tutto immagazzinato nel cervello del fido servitore, ma forse tutto quello che vediamo non è altro che la mente di Leporello, la sua proiezione del rapporto simbiotico con un Burlador che non è, come visto altre volte, un alter ego, bensì un riferimento idealizzato. Ispira insieme venerazione e ribellione, protettivo e minaccioso insieme. Così lo vede Leporello, ma cosa sia in realtà questo Don Giovanni sembra sfuggire ancora una volta, ritratto volutamente elusivo perfino a sé stesso grazie alla superlativa interpretazione di Mattia Olivieri. Sin dall'inizio lo squillo evoca la freschezza baritonale che immaginiamo nel primo interprete Luigi Bassi, ma presto si afferma una signorile virilità del timbro che fa il paio con il pizzico di distacco di chi vive la seduzione, l'amoralità, lo spirito libertino come condizione innata, senza, in realtà, trovare un reale piacere nell'irretire le proprie prede, tant'è che le titubanze di Zerlina in “Là ci darem la mano” paiono annoiarlo più che eccitarlo. Olivieri infonde umanità e fascino in questa astrazione, cogliendo un equilibrio che accresce ancor più l'ineffabile magnetismo di Don Giovanni, fino a una scena della dannazione che davvero inchioda alla poltrona e inchioda al fiato, mentre il cuore gli cede nella stretta del Commendatore. Questi, l'imponente Tareq Nazmi, compare in ossa e carni insanguinate: la pietra del convitato è semmai pervasiva di tutta la scena, di tutta la visione di Leporello, al punto che non abbiamo schioppi o spade, ma solo ciottoli di varie dimensioni e anche la “statua gentilissima” non è che un sasso brandito a mo' di teschio (Yorick, sei tu?). Il terzetto del cimitero, peraltro, è visto in una chiave insolitamente comica, con il servitore per nulla intimorito e anzi irridente, accrescendo per contrasto (e straniamento) la tensione dell'epilogo. Vedere poi, dopo la morale conclusiva, Leporello che per “trovar padron miglior” torna a stendersi nella posizione in cui era apparso al levarsi del sipario ricorda che non c'è per lui altri che Don Giovanni, in un ciclo eterno di ricerca del mito.
A fronte di una coppia protagonista così ben assortita e carismatica, tutta la compagnia di canto offre una prova d'alto livello: con ottima proiezione, Adela Zaharia esce indenne dalle insidie di Donn'Anna, felicemente intensa, decisa e non matronale; Bogdan Volkov caratterizza il suo Don Ottavio con dignitosa, maschia compostezza; Tara Erraught è un tantino aspra, ma ciò non disdice al carattere di Donna Elvira, sebbene la tessitura di “Mi tradì quell'alma ingrata” non le sia comodissima. Provengono dall'Opera Studio della Staatsoper gli interpreti di Zerlina e Masetto, Anita Montserrat e Aleksej Maksimov, non solo validissimi musicalmente, ma anche assai nitidi nella pronuncia, come tutti i colleghi. Abituati alla distrazione (talvolta utile, non lo si nega) dei soprattitoli sul boccascena in voga nella maggior parte dei teatri, è davvero gustoso spegnere il piccolo monitor della propria poltrona e godersi un'opera che si sa a memoria concentrandosi solo sul palcoscenico e sulla teatralità con cui tutto è cantato (una lode anche ai recitativi realizzati come si deve con cembalo e violoncello). Questo vivo senso del dramma (e ricordiamo che la definizione “dramma giocoso” significa semplicemente opera buffa, perché in seno a questo genere nacque Don Giovanni e per etimologia dramma non significa altro che azione) si rispecchia a meraviglia nella concertazione di Christoph Koncz, che sa essere incalzante senza mai essere sbrigativa, forte di una sensibilità musicale che si esprime nella cura del dettaglio come nella capacità di sintesi e visione d'insieme. Al di sopra delle lodi per l'orchestra e il coro della Wiener Staatsoper sta, poi, solo la naturalezza con cui tanta bravura si esprime.
Staatsoper esaurita in ogni ordine di posti, successo ardente e meritato.
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