Riflessi in trappola
La ripresa dello spettacolo materico e claustrofobico di Marco Arturo Marelli vive nella concertazione sopraffina di Alain Altinoglu e del suggestivo dualismo fra il Pelléas di Rolando Villazon e il Golaud di Simon Keenlyside al fianco della Mélisande di Kate Lindsey.
VIENNA, 2 novembre 2025 - La natura è là fuori e non è una foresta misteriosa, è l'aria aperta, rinfrancante di una spiaggia che guarda un orizzonte infinito; da lì viene Mélisande e lì tornerà, quando alla sua morte la vista tornerà ad aprirsi sull'immenso. Ma il regno di Allemonde è solo pareti di cemento, un bunker impenetrabile e labirintico dove la donna non può che soffocare e spegnersi, cercando ristoro in quelle acque profonde che sanno d'inconscio ignoto più che di libertà. Questo è il capolavoro teatrale di Debussy nella visione del regista Marco Arturo Marelli (anche responsabile di scene e luci, mentre i costumi sono di Dagmar Niefind) per la Wiener Staatsoper. L'opera elusiva per eccellenza arriva a eludere la presenza della sua emblematica serva oscura, delle grotte marine e delle fonti, si direbbe, eppure le onde varcano le mura, si insinuano e increspano con il loro riflesso il grigio grezzo della reggia; la barca bianca diventa un fulcro dell'azione, del rapporto stesso fra Pelléas e Mélisande, fungendo anche da balcone.
Nel peso di questo massiccio labirinto, la concertazione di Alain Altinoglu intesse la ragnatela iridescente del non detto, sfrutta tutto il meraviglioso potenziale sonoro dell'orchestra della Staatsoper nelle gradazioni di luce e di spessore che definiscono una poetica che non è solo evanescenza, ma anche sconquassante intensità interiore, opprimente densità.
In questo tessuto controllatissimo si inseriscono le parole, i gesti, gli sguardi di Mélisande e delle generazioni che si susseguono intorno al trono di Allemonde. Kate Lindsey trova opportune sonorità infantili e straniate sfumate fra emissioni più piene e vibranti. I nipoti di Arkel – un toccante Jean Teitgen dal bel timbro antico – trovano in Rolando Villazon e Simon Keenlyside due interpreti all'altezza della loro fama. Nessuno dei due si può dire oggi all'apice del fulgore vocale, pure le esigenze della scrittura di Debussy si adattano senza problemi ai loro mezzi attuali e anche se nel corso dello spettacolo qualche suono un po' appannato può capitare, sono gli artisti a vincere, con il loro senso della musicalità e della parola cantata. Declinano un dualismo di ricerca, di impossibilità di conoscere sé stessi (l'inconsapevolezza che però vibra di irrisolto desiderio in Pélleas) e il prossimo (la resa rabbiosa e spossata di Golaud) e lo fanno da par loro. Villazon nella maturità un po' dolente di Pélleas fa rivivere un pizzico dell'innocente, incosciente tenerezza del suo Nemorino; Keenlyside, viceversa, è un Golaud ferito, indurito, che apre e chiude l'opera accarezzando l'idea del suicidio. All'inizio è l'incontro con Mélisande a distoglierlo; infine sarà l'intervento del piccolo Yniold (Hannah-Theres Weigl, brava assai) a salvarlo e, forse, riaprire il ciclo eterno della vita, del dolore, del mistero.
Con la rassegnata Geneviève di Zoryana Kushpler ricordiamo anche il puntuale medico di Dohoon Lee e, benché Debussy non lo coinvolga molto, il coro della Staatsoper.
Teatro al solito pieno, pubblico folto, eterogeneo e attento. Chi l'ha detto che Pelléas è opera per pochi?
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