Il Fantozzi di Berg (in italiano)
L’operazione di dare Wozzeck in versione ritmica, al Teatro La Fenice, è in verità di quelle fini, tanto più se ottimamente attuata da artisti quali Markus Stenz, Valentino Villa, Roberto De Candia, Lidia Fridman ed Enea Scala. La quarta recita, qui recensita, è rimasta tuttavia interrotta a due terzi per un malore improvviso del direttore, mentre si allungano un paio di ombre specifiche intorno all’attuale stato gestionale del massimo teatro veneziano.
VENEZIA, 23 ottobre 2025 – Wozzeck di Alban Berg compie cent’anni e il Teatro La Fenice di Venezia – unico a ricordarsene in Italia – ne ha dato un nuovo allestimento per cinque recite dal 17 al 26 ottobre. E con un dettaglio capace di eccitare uno sdegnato chiasso melomane, sempre ammesso che la melomania s’attagli a un lavoro espressionista: l’opera è stata eseguita, anziché nell’originale tedesco, in versione ritmica italiana. Ma l’operazione è in verità di quelle fini. Nessun precedente pericoloso, intanto: non accadrà che d’ora in avanti si torni a cantare in italiano anche Carmen o Boris Godunov. Poi: la versione ritmica adottata è quella di Alberto Martelli, il primo apologo ed esegeta italiano di Wozzeck; fu varata a Roma nel 1942, usata per almeno una generazione e conosciuta da certi anziani appassionati che ancora oggi ne raccontano divertiti. Ci sono almeno due vantaggi nel resuscitarla una tantum – come del resto converrebbe fare anche con i Singspiele di Mozart, i colossi mitici di Wagner e l’orizzonte settecentesco o esotico di Richard Strauss – e tali vantaggi poggiano entrambi sulla scarsa confidenza degli italiani con la lingua tedesca. Il primo è che in questo modo, banalmente, si capiscono le fondamentalissime parole anziché abbandonarsi alla mera suggestione fonica di lemmi incomprensibili. Il secondo è che si possono arruolare i cantanti sull’inedito mercato delle voci italiane per anagrafe o naturalizzazione, superando la diffidenza loro o di chi li scrittura. Ne consegue d’altronde, per il capolavoro di Berg, un radicale mutamento di tinta, meno pericoloso che istruttivo, insomma un’esperienza da fare: la lingua tedesca schiocca, fruscia, taglia e schianta aggressivamente o disperatamente, basata com’è sulle consonanti, mentre quella italiana, basata sulle vocali, riesce a rendere legate anche le linee melodiche più deliberatamente aspre; nel contempo, i cantanti di formazione italiana recano in dote la qualità timbrica, la facilità estensiva, la radiosa risonanza e la tavolozza cromatica di norma estranee ai colleghi di affiliazione germanica: il dramma inflessibile e grottesco del soldato-operaio alienato e delle macchiette sadico-graduate assume, attraverso di loro, singolari tratti morbidi, umani, sfumati, da commedia, satiricamente fantozziani, meno esasperati e dunque più prossimi alla sensibilità e all’esperienza dello spettatore. Ciò è dimostrato alla perfezione da una compagnia veneziana prestante come non si ascolterebbe a Berlino, Monaco o Vienna: Roberto De Candia come straziato protagonista, Enea Scala – un lusso inaudito – come squillante Tamburmaggiore, Paolo Antognetti come colorito Andres, Leonardo Cortellazzi come sussiegoso Capitano, Omar Montanari come puntiglioso Dottore, Rocco Cavalluzzi e William Corrò come vividi Garzoni, Marcello Nardis come spaesante Sciocco, Lidia Fridman come temperamentosa Maria e Manuela Custer come schietta Margret. Il livido allestimento con regìa di Valentino Villa, scene di Massimo Checchetto, costumi di Elena Cicorella e luci di Pasquale Mari, a sua volta, reca dovizia di analisi provvedendo, con intuibile poca spesa, a un impianto di effetto monumentale. All’operazione italofona si presta curiosamente non un concertatore nostrano in vena di nuovi orizzonti, ma uno specialista internazionale qual è Markus Stenz, in consolidata intesa con l’orchestra e il coro del Teatro La Fenice. È prudente non spendere altre parole, poiché la recita qui recensita è stata interrotta a due terzi per via di un malore improvviso del direttore stesso. Qualcosa si può aggiungere, invece, sul clima censurabile o spiazzante respirato in sala. Alla civile lettura del comunicato dei lavoratori sull’atto di forza del nuovo sovrintendente nella nomina del direttore musicale, unanimi applausi solidali hanno seppellito la sprezzante apostrofe che un esponente politico locale ha rivolto ai lavoratori stessi, con lo sconcertante dettaglio del trovarsi costui non in un posto a pagamento bensì, da solo, nel palco della sovrintendenza. Lo svenimento del direttore ha inoltre svelato sconcertanti falle organizzative nella Fenice di ultima maniera gestionale: sul posto non è stato individuato un collaboratore pronto a condurre a termine la recita, e a Stenz stesso è toccato chiedere scusa e annunciare la conclusione anticipata della recita; mentre il pubblico usciva sbigottito, due domande passavano di bocca in bocca: la sovrintendenza dov’era? e perché il relativo palco, al riaccendersi delle luci, risultava non più occupato?
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