Discesa all'abisso
di Francesca Mulas
Il divieto ai minori e il gossip intorno alla sparizione in locandina della prevista Beatrice Venezi sul podio sembravano preannunciare un caso mediatico intorno alla Salome proposta dall'Ente lirico De Carolis di Sassari, che risulta in realtà meno scandalosa di quanto promesso da vedere, ma assai interessante da ascoltare.
SASSARI, 7 novembre 2025 - Salome di Richard Strauss al Comunale di Sassari è andata in scena il 7 novembre con premesse che sembravano preannunciare un caso: vietata ai minori, come da comunicato, e, soprattutto quel cambio di bacchetta da Beatrice Venezi a Federico Santi che aveva acceso le antenne del gossip operistico. Doppio scandalo annunciato: la regia provocatrice e il direttore che subentra. Poi il sipario si alza, e la verità è più sottile: lo spettacolo scandalizza meno di quanto promesso, ma suona meglio di quanto sperato.
Sul palco c'è tutto il campionario del fetish: nudi integrali, fruste, collari, coreografie da club berlinese e un seno scoperto, quello della protagonista, Anastasia Boldryeva. Hugo de Ana, d’altronde, ci ha abituato ad ambientazioni inusuali e d’impatto: in questo caso, tuttavia, la scelta pare non pienamente centrata. Strauss e Wilde giocano con le zone d’ombra, con la seduzione e l’ossessione languida, in un gioco di rimandi carico di tensione. Nella regia sassarese, invece, la messa in scena quasi didascalica della sessualità nella corte di Erode è un giocare facile, forse troppo facile, soprattutto nella scena di apertura e nella celeberrima Danza dei Sette Veli. Manca l’ambiguità: resta un meccanismo a vista, preciso ma inerte.
Più complessa, per fortuna, la figura di Salome, vista da Hugo de Ana non come una femme fatale ma come una ragazza che scopre il proprio potere in tempo reale: e Boldryeva interpreta stupendamente il personaggio, con una capacità sia musicale sia attoriale superba. La voce parte timida, quasi acerba, poi si dilata e si ispessisce mentre il personaggio capisce cosa può ottenere e cosa può distruggere. È un lavoro di trasformazione vocale che funziona proprio perché non parte da un punto di arrivo, ma lo conquista scena dopo scena: e anche i gesti, gli sguardi cambiano, pur mantenendo sottotraccia la capricciosità adolescenziale della principessa alle prese con il rifiuto dell’oggetto del suo primo desiderio.
Il resto del cast è altrettanto efficace: mentre Roman Ialcic, si staglia monolitico, ieratico, come si confà al personaggio di San Giovanni, Annamaria Chiuri è un'Erodiade sfaccettata, dal timbro tagliente e dalla linea precisa, una mistress fuori tempo massimo angosciata dalla gelosia e dal tempo che passa. Anche Ewardo Stenzowski nel ruolo di Erode, ribalta il cliché del tiranno: qui il re è fragile, incerto, un uomo che canta il proprio vuoto più che il proprio potere. È parola cantata moderna, senza enfasi, senza retorica; un Erode che implora più che comandare, reso in maniera puntuale. Tutto il cast (Vincenzo Spinelli, Narraboth; Elisa Fortunati, paggio; Michael Zeni, primo nazareno e cappadociano; Alessandro Abis, primo soldato; Davide Procaccini, secondo soldato e quinto ebreo; Mauro Secci, primo ebreo; Nicolas Resinelli, secondo ebreo; Francesco Napoleoni, terzo ebreo e schiavo; Andrea Schifaudo, quarto ebreo; Paolo Masala, secondo nazareno) ha mostrato sulla scena l’esito di quello che, si intuisce, è il frutto di un lungo lavoro di ricerca e studio: e la voce, in questo caso, è stata davvero uno strumento al servizio del dramma e di un arco narrativo.
E qui si arriva al punto. Federico Santi prende la partitura di Strauss e la legge come un organismo in decomposizione progressiva. Si parte da un residuo tardo-romantico, ancora leggibile, con una sintassi ottocentesca soprattutto nelle sonorità. Poi, sezione dopo sezione, il tessuto sonoro si corrode. I fiati si dilatano, gli archi si disfano in filamenti che sembrano dissolversi nell'aria. La musica smette di accompagnare e diventa contagio, in un percorso orchestrale interessante e coerente. Nella scena finale del bacio alla testa mozzata, l’espressionismo esplode: è il Novecento che bussa, che scalpita per entrare.
Il pubblico ha applaudito lungo, e non per cortesia. Perché Salome funziona ancora, forse funziona più di cent'anni fa. Strauss nel 1905 aveva scritto la disintegrazione del mondo borghese in musica: desiderio senza freni, potere senza legittimità, linguaggio musicale che collassa su se stesso. Oggi quel mondo non è una profezia, è realtà. E titoli come questo, meno rappresentati, più scomodi, sulla carta meno vincenti in termini di botteghino non dovrebbero essere eccezioni nei cartelloni: perché il repertorio che interroga, che morde, che non consola è quello che tiene vivo il teatro. Sassari lo ha dimostrato: il coraggio paga.
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