L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Cartoline dall’oriente

di Antonino Trotta

Al Teatro Regio di Torino, dov’è in scena Die Entführung aus dem Serail, la concertazione ispirata e plastica di Gianluca Capuano si fa testimone della poetica mozartiana, riscattando un allestimento di grande eleganza visiva ma privo di autentico respiro teatrale. Valida e ben amalgamata, nel complesso, la seconda compagnia di canto.

Torino, 9 novembre 2025 – Esiste un Oriente che non appartiene alle mappe o alla storia, ma vive nella fantasia del vecchio continente: un Oriente fatto di profumi d’incenso e di spezie, di cupole dorate e pareti tappezzate di arabeschi floreali; di giardini segreti cinti da alte mura e minareti che protendono verso il cielo con la grazia longilinea di una spiga; una dimensione stravagante popolata da pascià generosi o crudeli, da eunuchi e odalische innamorate, da harem straripanti di ammiccante sensualità. È l’Oriente delle turcherie settecentesche, dove l’esotico diventa ornamento e sogno, travestimento e desiderio, reinventato dai pennelli, dalle stoffe e dalle note dell’Occidente, certamente più immaginato che conosciuto, più teatrale che reale. In questo Oriente reinventato, l’altro diventa specchio e sogno: un altrove su cui l’Europa proietta sé stessa, le proprie curiosità, i propri timori, il desiderio di libertà ma anche le proprie contraddizioni. È un miraggio d’illusioni dove la distanza geografica si trasforma in linfa poetica e dove l’immaginazione si fa complice e fautrice della scena.

Proprio in questo orizzonte, in una Vienna illuminista ormai sedotta più che spaventata dall’Impero Ottomano, nasce Die Entführung aus dem Serail di Wolfgang Amadeus Mozart, che di quelle turcherie assorbe la luce e il ritmo, ma le trasfigura in qualcosa di più profondo: un racconto di incontri, di ironia e di sentimento, in cui l’Oriente non è solo cornice, ma metafora dell’alterità e, perché no, spazio di dialogo tra mondi distanti. Lo è innanzitutto nella musica, dove allo scintillio di piatti e grancasse si frappone la tenerezza struggente delle voci, e dove l’energia percussiva delle marce “alla turca” convive con la purezza melodica dell’opera viennese. Mozart intreccia due mondi sonori opposti: da un lato il fragore ritmico e colorato che evoca un Oriente ormai cristallizzato in sogno, dall’altro la limpidezza armonica e la misura dell’Occidente razionale. La sua scrittura mescola, con arte e sapienza, forme e registri: accanto alle esplosioni di Osmin, figura comica e terrigna, convivono la dolcezza elegiaca di Belmonte e la nobiltà sofferente di Konstanze, il cui canto, virtuoso e drammatico, sa raggiungere vertici di intensità quasi tragica. In questa alternanza di toni, Mozart riesce a fondere l’energia della commedia con la finezza psicologica dell’opera seria, creando un ponte tra culture e linguaggi. L’esotico, lungi dall’essere semplice decoro, diventa presto strumento di contrasto e di rivelazione: serve a sbalzare le differenze, ma anche a dissolverle. Così, quando nel finale il pascià Selim sceglie la clemenza invece della vendetta, la distanza tra Oriente e Occidente si annulla in un gesto di umanità universale.

Soffermarsi dunque sul solo paesaggio da cartolina significa depauperare Il ratto dal serraglio della sua sostanza più viva e attuale, di quella scintilla illuminata che irradia un testo, divertentissimo, con un afflato morale e umano sorprendentemente pregnante. Al Teatro Regio di Torino, dove Die Entführung è in scena nell’allestimento ideato da Micheal Fau per l’Opéra Royal di Versailles, questo livello più profondo rimane completamente in ombra, sacrificato in virtù di una lettura certamente più oleografica che privilegia il coté turcheggiante nella vicenda a discapito della sua dimensione più intima e riflessiva. Certo, la scenografia di Antoine Fontaine, costruita secondo il paradigma settecentesco della scatola ottica e della prospettiva accelerata, con la sua architettura tipicamente moresca, coi suoi marmi bizantini, coi suoi tappeti orientali e con quell’azzurro perfetto che sovrasta il porto in lontananza, va detto, è di per sé un vero capolavoro, per di più splendidamente illuminata da Joël Fabing che ne esalta le profondità e le trasparenze con una tavolozza di luci delicate e non invadenti. Certo, i costumi di David Belugou, disegnati fondendo l’eleganza di Versailles con quella di Topkapi, aggiungono ulteriore fascino all’insieme: ricchi di dettagli, sontuosi ma mai ridondanti, costruiscono un universo visivo coerente, dove il gusto settecentesco per l’esotico si sposa con la precisione quasi miniaturistica dell’atelier francese. Tuttavia, in questa scatola così ben confezionata sembra mancare il respiro vivo del teatro, e non solo quella tensione emotiva e spirituale che dovrebbe attraversare l’opera come una corrente sotterranea, ma anche quella molla che, scelta una chiave di lettura, dovrebbe far scattare gli ingranaggi della perfetta macchina mozartiana. Tristan Gouaillier, che qui a Torino riprende la regia, crea di fatto uno spettacolo abbastanza fiacco, che non aggira la scarsa digeribilità del Singspiel per lo stomaco italiano né si gioca d’ingegno – non basta far decollare, nel finale, Selim su un tappeto persiano – per conferire vivacità e brio alla narrazione, nel complesso piatta e priva di nerbo.

Fortunatamente, in buca, all’opera di Mozart è destinata ben altra sorte. Gianluca Capuano, al debutto in città, guida l’Orchestra del Teatro Regio con mano sicura e lampante sensibilità teatrale, costruendo una lettura vivida, ispirata, tutta giocata sull’equilibrio impeccabile tra slancio e plasticità timbrica. La sua direzione illumina la partitura dall’interno, facendo emergere la straordinaria varietà di colori e di affetti che la attraversano come la brillantezza delle pagine “alla turca”, scandite con ritmo preciso e mai caricaturale, o la morbidezza dei momenti più lirici, in cui il suono sa farsi carezza o creare suggestiva atmosfera. Capuano lavora sul dettaglio senza perdere il senso dell’insieme, curando le dinamiche con eleganza e ottenendo dall’orchestra un suono terso, vibrante, leggero e mai superficiale. Ne scaturisce una lettura che riesce, là dove la scena non osa, a restituire la profonda umanità di Mozart, la sua dolcezza, il suo eroismo, il suo sorriso.

È positiva, in fin dei conti, anche la prova della seconda compagnia, che pur non facendo appello a risorse eccezionali riesce a rendere la varietà dei caratteri in gioco con buona credibilità. Sofia Fomina è una Konstanze dolente e aristocratica che, forte di uno strumento ricco e carnoso soprattutto nei centri, trova la sua migliore espressione, pur non mancandole un’ammirevole elasticità nel canto di coloratura, là dove la scrittura si spande in involi di serena mestizia. Si ascolta così una «Traurigkeit ward mir zum Lose», ad esempio, decisamente coinvolgente per l’accento, il legato e le screziature che ora levigano, ora impreziosiscono la linea vocale. L’emissione, però, tende a irrigidirsi in acuto e le asperità terrificanti di «Martern aller Arten» – che segna, in maniera un po' innaturale, la chiusura della prima parte della recita, dove finisce col concentrarsi tutto il grosso del lavoro per l’eroina mozartiana – o dell’Allegro di «Ach ich liebte» son superate non senza colpo ferire. Piace e fa bene Anthony Leon, tenore dalla voce luminosa e sempre ben proiettata, qui nelle vesti di un Belmonte molto ben calibrato: caratterizzato ovunque da un porgere estremamente galante e da un controllo dello strumento solido, si lascia apprezzare per il pathos nelle arie amorose e per l’adeguato slancio nelle parentesi di ginnastica vocale che, pur non eccellendo per funambolico virtuosismo, rivelano gusto, chiarezza e musicalità di fondo sempre sorvegliate. Le stesse qualità di smalto e tecnica si ravvisano poi nell’ottimo Pedrillo di Denzil Delaere che rinfranca il servitore di Belmonte con una vis comica spontanea e fresca: alle brillanti qualità dell’attore, dunque, si assommano quelle, puntali, del vocalista che non sacrifica mai la pulizia del canto in ragione dell’azione scenica, né si dimostra dimentico delle necessità teatrali nelle parti recitate. Di fatto, nel confronto col suo Pedrillo, sfigura Sebastian Wendelin, Selim, qui chiamato solo a recitare, creatore di un pascià invero compassato e rinunciatario. Eleonora Bellocci tratteggia una bellissima Blonde, vivace e arguta, dalla voce cristallina e ben timbrata, sempre a fuoco nella tessitura acuta e sorretta da un fraseggio nitido e musicale. L’interprete unisce grazia e temperamento, restituendo al personaggio la sua naturale leggerezza senza rinunciare a una certa eleganza di portamento. Non convince l’Osmin di Dimitry Ivashchenko, nonostante l’interessante pasta vocale, per talune mende nell’emissione – negli abissi del pentagramma la voce scompare e il passaggio è problematico – e per la fiacchezza dell’accento, che appiattisce la verve del personaggio riducendolo quasi a una figura di contorno più che a un vero propulsore della narrazione. Il quartetto di giannizzeri, infine, in queste recite composto da Eugenia Braynova, Lorenzo Battagion, Roberta Garelli e Leopoldo Lo Sciuto, pesca nelle migliori risorse del Coro del Teatro Regio, come al solito magnificamente preparato dal maestro Ulisse Trabacchin.

Calorosa la risposta della platea, che tributa festose ovazioni a tutti gli artisti.

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Milano, Die Entführung aus dem Serail, 10/03/2024

Napoli, Die Entführung aus dem Serail, 07/11/2017


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