L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Non lagrima o fiore

di Luca Fialdini

L’ultimo pannello della trilogia verdiana nella nuova produzione del Teatro Municipale di Piacenza conferma l’operazione nei suoi pregi e perplessità

PIACENZA – Siamo arrivati, alla fine, al terzo titolo di questa particolarissima edizione della trilogia verdiana firmata dal Teatro Municipale di Piacenza: l’adattamento operistico della Signora delle camelie chiude il primo ciclo inaugurato quattro giorni fa. Un viaggio dell’anima, di così breve durata eppure così lungo e intenso. Maledizioni, vendette, amori, gioie, lacrime, promesse, fiori, una lunga fila di immagini scorre davanti ai nostri occhi quando si chiude il sipario sulla morte di Violetta.

Roberto Catalano e la sua squadra chiudono il cerchio con un terzo titolo che qualche modo sintetizza quanto espresso finora, pur riuscendo ancora una volta a sorprenderci con l’illusione del non già visto. L’apparato visivo è trattato con la consueta perizia e nel frangente è su questo che grava tutto il peso della riuscita della trilogia come unica parabola teatrale. La sfida è felicemente vinta, grazie a un’operazione di grande coerenza stilistica e le scene – ben note ma sempre nuove – di Mariana Moreira in questo caso hanno l’evoluzione più importante di tutta la trilogia, principiando in modo assolutamente tradizionale per poi diventare sempre più astratte man mano che la narrazione procede verso il suo tragico epilogo. Le luci di Silvia Vacca appaiono curatissime nella loro semplicità e soprattutto ben amalgamate con il contesto scenico e i costumi di Veronica Pattuelli (assolutamente splendidi, in particolare quello per Violetta Valéry).

Per quest’ultimo atto della trilogia, Catalano si focalizza molto proprio sulla protagonista, non per spingerci a parteggiare per lei ma per offrirci il suo punto di vista. L’aleggiare della morte per tutta l’opera, cosa già vista, ma soprattutto la costante solitudine; in numerose occasioni la protagonista è sola al centro della scena, con il coro e gli altri personaggi a molta distanza da lei e sarà pure didascalico ma non c’è rappresentazione che colpisca di più lo spettatore di questa per la raffigurazione di una donna «sola abbandonata in questo popoloso deserto che appellano Parigi».

Più interessante il lavoro sul punto di vista, cui si accennava poc’anzi. Per tutto l’arco della trilogia non ci viene mai imposta una prospettiva “preferenziale” che separi in modo manicheo i buoni dai malvagi: esiste il male (e, ovviamente, la Maledizione!), ma è più una presenza che incombe e con cui bisogna – prima o poi – fare i conti, assimilabile al concetto verdiano di destino. Per il resto, ci troviamo di fronte ai ritratti di esseri umani nelle loro sfaccettature, positive e al contempo negative; persino la candida Gilda non ne è esente, così come il Duca di Mantova o il Conte di Luna non vengono presentati come meri antagonisti. Non si tratta di un’invenzione ex novo, essendo parte della drammaturgia, ma è sempre bello quando si mette a fuoco un così fondamentale dettaglio. In Traviata perdura la stessa concezione di contorni sfumati e di cui la stessa Violetta è, almeno in parte, il simbolo di una divisione tutt’altro che netta fra bene e male. Confidiamo che perdonerete la banalità ma, sotto questo profilo, l’intera operazione ricorda a chi scrive il penultimo verso delle streghe di Macbeth al termine della prima scena: «Fair is foul, and foul is fair», che indica senz’altro un capovolgimento, ma soprattutto il momento in cui si perde il confine fra il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto, ciò che è bene e ciò che è male (in senso morale? in senso assoluto o individuale? per quello che riguarda la società? Decidete voi). Così Catalano eleva il dramma da squisitamente borghese a trasversale in modo compiuto, cosa che la drammaturgia verdiana non solo suggerisce ma consente, e però Catalano raggiunge l’obiettivo con infinita grazia: la condizione femminile, il diverso, il giudizio e l’ipocrisia sono temi che vengono solo accennati perché sono talmente forti da non richiedere un’ulteriore marcatura (che, invero, avrebbe solo appesantito l’impianto registico). Si poteva fare virtualmente qualunque cosa, ma quale altra scelta potrebbe essere più funzionale e comunicativa della festa di Flora che diventa una cerimonia funebre? Cosa arriva di più al cuore dello spettatore della sofferenza di un personaggio trasformatasi in devastazione dell’architettura stessa? Catalano non spiega niente, non conduce lo spettatore per mano; piuttosto gli fornisce tutti gli strumenti per una fruizione stratificata, dal livello più superficiale – la storia in sé per sé – fino ai molteplici sottotesti.

Un’ultima riflessione sulla parte visiva la merita la Maledizione, come di consueto impersonata dal bravo Marco Caudera (peraltro autore dei movimenti coreografici dei tre titoli). L’idea di rappresentare la trilogia verdiana come un unicum non è una novità e il più delle volte è proprio la Maledizione a diventare il trait d’union fra opere che poco o nulla hanno in comune; la particolarità di questa edizione è che la Maledizione personificata non fa niente, si limita ad apparire ricordando in punti fondamentali la propria esistenza; sono le persone a vedere in questa la rappresentazione di un “qualcosa” e a far compiere il destino attraverso le proprie scelte (proprio come avviene con le streghe di Macbeth, appunto). È significativo – e molto cinico – che la trilogia si concluda con Violetta che abbraccia la Maledizione (o Morte, o Destino, o come volete) scegliendo di morire: il ciclo della maledizione non può essere spezzato, può solo compiersi.

Sul comparto musicale non si può dire granché di costruttivo perché la situazione della buca appare precaria come in Rigoletto. C’è, tuttavia, un «però» di cui preferiamo non parlare in questa circostanza, riservandocelo per il futuro. Dal canto suo, Francesco Lanzillotta fa di tutto per garantire almeno la tenuta dell’insieme e in questo c’è effettivamente un risultato positivo, complice anche la scelta di metronomi adeguati sia al canto sia alla prudenza dovuta al frangente. Anche l’Orchestra Sinfonica di Milano, nelle mille incertezze di questa esecuzione nello specifico, sembra aver preso meglio le misure e almeno l’intenzione musicale è più definita. Come sempre, molto bene il Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati, trovando in questo titolo molti momenti di felice protagonismo.

La compagnia di canto è eccellente, come ci si attende dal Municipale di Cristina Ferrari, con un sostanziale rimpasto di quanto già udito nelle due serate precedenti.

Di buon livello i comprimari Massimo Pagano («La cena è pronta»/Un commissionario), Lorenzo Sivelli (Giuseppe), Nicola Zambon (Il marchese d'Obigny) e Simone Fenotti (Gastone, visconte di Letorières); fra questi si distinguono meritoriamente l’ottimo barone Douphol di Davide Maria Sabatino, il convincente dottor Grenvil di Omar Cepparolli e l’Annina di Francesca Palitti, dotata di uno strumento argenteo e molto ben tratteggiata in scena. Irene Savignano, già conosciuta nei panni di Maddalena, ritorna qui come Flora Bervoix e conferma le impressioni positive già espresse in precedenza.

In questa data abbiamo potuto gioire di un papà Germont che eccedeva di gran lunga il lusso: Luca Salsi alza di molto l’asticella, fornendo un’interpretazione di particolare complessità, così umano eppure così gelidamente tetragono nelle proprie imposizioni e fino all’ultimo non è possibile capire se le sue espressioni addolorate siano sincere o facciamo parte di quella maschera di ipocrisia borghese. Salsi si muove con disinvoltura su questo confine sottilissimo, una scelta interpretativa che si ritrova anche nella realizzazione della linea vocale così mirabilmente contenuta, contenendo sempre le intensità che abbiamo apprezzato in Rigoletto in favore di un ritratto davvero enigmatico, in cui il duetto «Pura siccome un angelo» è un gioiello di raffinatissimo artigianato. A ben vedere, il pubblico aveva ottimi motivi per applaudirlo già all’ingresso sulla scena (prima volta che vediamo tanto apprezzamento per papà Germont!).

Serata non priva di intoppi per Francesco Meli, che nel complesso registra una prova molto positiva con la sola eccezione dell’affaire de la table basse: nella cabaletta del secondo atto, il tenore si è appoggiato – evidentemente troppo – a un tavolino di scena che è andato in frantumi e nel passaggio successivo Meli si è ritrovato con un inatteso abbassamento di voce, inconveniente subito rientrato e che non ha avuto ripercussioni sul resto della rappresentazione. Al di là della perdita del tavolino (una prece), che nella nostra opinione nulla ha a che fare con lo scompenso vocale, è utile aprire una considerazione: nelle due recite precedenti abbiamo riportato che spesso Meli indugia un po’ troppo nelle messe di voce, cosa che si è verificata anche in questo caso sia nell’aria, sia nel tempo di mezzo, sia nella cabaletta. Chi scrive si è appuntato nelle note del cellulare (con screenshot, e quindi verificabile) pochi momenti prima dell’affaire «tempo di mezzo II atto Alfredo troppo lento, Meli in difficoltà intonazione e fiati»; presumendo che Manrico sia un banco di prova impegnativo per chiunque, soprattutto se giunge dal duca di Mantova e due sere dopo deve cantare anche Alfredo, della fisiologica stanchezza va data per scontata; proprio perché si tratta di un percorso impervio, erano possibili delle strategie per conservare la voce: fortunatamente non siamo più negli anni ’50 in cui se il tenore non emetteva barriti eroici da Istituto Luce veniva fischiato, conosciamo e stimiamo Francesco Meli e di certo non ha bisogno di sottolineare la propria duttilità vocale per ricordarci il suo livello.

In questa Traviata più che mai brilla la stella di Maria Novella Malfatti, dimostratasi non solo versatile ma anche convincente nel passaggio da Leonora a Violetta. Ammettiamo anche in questo caso un poco di stanchezza dovuta al Trovatore precedente nemmeno di 48 ore, e in effetti le agilità sono meno taglienti di quelle di Leonora, ma al netto di questo Malfatti firma una prova eccellente. Tutto è guidato da una impeccabile intelligenza musicale, che la spinge a entrare nelle motivazioni profonde del fraseggio, conferendo il giusto peso a quella nota, a quella parola, con un’articolazione impeccabile. Tornano i pianissimi e i filati – ormai un vero e proprio marchio di fabbrica – sottilissimi e allo stesso tempo sempre ben chiaramente udibili, così come quelle cadenze cesellante tanto finemente.

Sotto un profilo più strettamente attoriale, davvero ben riuscito il primo atto in cui la scena è dominata da una donna che piace e sa di piacere, ma che viene del tutto sorpresa da un sentimento che forse ormai pensava escluso dalla propria vita. Il contrasto fra questi due blocchi emotivi è reso in modo splendido, proprio come nel terzo atto si realizza l’immagine di una donna tanto disillusa da non accettare il proprio destino, piuttosto corrergli incontro e abbracciarlo. Come nel caso del Trovatore, ci troviamo di fronte a una prova di spessore, abbastanza da rendere necessario un nuovo pellegrinaggio.

Finisce qui, dunque? No. Manca l’ultimo tassello.

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Piacenza, Il trovatore, 31/10/2025

Piacenza, Rigoletto, 29/10/2025


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