L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Rigoletto. Di nuovo

di Luca Fialdini

Felicissimo esito per la ripresa di Rigoletto al Teatro Municipale di Piacenza, che incassa un risultato molto superiore a quello della prima. Lunghi applausi per i protagonisti Petti e Malfatti

PIACENZA, 5 novembre 2025 – A volte è utile ritornare sui propri passi; noi l’abbiamo fatto per la seconda recita di Rigoletto, coincidente con l’inaugurazione del secondo ciclo della trilogia piacentina, e ne è ampiamente valsa la pena.

Non ritorneremo sull’eccellente lavoro compiuto da Roberto Catalano e dalla sua squadra nel realizzare la parte visiva, rimandando per le considerazioni alla recensione della prima; piuttosto è la parte musicale a richiamare il nostro interesse.

Avendo ancora fresca nella memoria la serata del 29 ottobre, ad oggi sembra di assistere a un’altra opera. L’Orchestra Sinfonica di Milano è finalmente bella compatta, con il suo suono nitido e gustosamente prepotente (in questa circostanza, essere alloggiati proprio sopra il cimbasso è una goduria), risultando pure ben equilibrata. Francesco Lanzillotta ha adottato metronomi comodissimi, più che perfetti per il canto, e senz’altro anche questo ha contribuito a conferire maggior solidità – e sicurezza – all’insieme; in una situazione del genere, finalmente c’è spazio per il podio per porre maggiormente l’accento sull’interpretazione, individuando una tinta (così importante in termini verdiani) davvero molto calzante alla partitura: una cupezza di fondo che getta un’ombra su tutto, anche sui momenti onirici di Gilda che in questa seconda rappresentazione sono così ben interpretati. Solo per l’essere stati testimoni di questa radicale inversione di rotta, siamo lieti di aver presenziato a questa rappresentazione. Ça va sans dire, si conferma dell’ormai “solito” ottimo livello il coro ben preparato da Corrado Casati.

Resta da spiegare questo totale capovolgimento nel risultato della serata. Chi scrive non conosce i retroscena della produzione, ma una possibilità è che forse i tempi di lavorazione in contemporanea di tre opere con un’orchestra che non ha mai fatto produzione d’opera – e quindi non le aveva già in repertorio – siano stati troppo ristretti e che si sia arrivati col fiato corto alla prima. Sia quel che sia, ormai ci interessa solo come argomento di conversazione: l’importante è che finalmente podio e buca abbiano avuto l’occasione per dimostrare la propria caratura.

Il cast solistico conferma le impressioni già riportate, con i validi comprimari Lorenzo Sivelli (Usciere di corte, meglio della prima), Simone Fenotti (Matteo Borsa), Nicola Zambon (Marullo) e Omar Cepparolli (Monterone). Raffinata come sempre Giulia Alletto (Contessa di Ceprano/Paggio), mentre Davide Maria Sabatino ribadisce le proprie interessanti doti sceniche, abbastanza da sperare di vederlo in ruoli più estesi; Ester Ferraro propone nuovamente una Giovanna di spessore e Adolfo Corrado è uno Sparafucile meraviglioso, e questa volta afferra un fa grave netto e pulito. Ritroviamo con piacere Irene Savignano a vestire nuovamente i panni di una Maddalena che può avvalersi del il suo bel timbro scuro.

Secondo incidente consecutivo per Francesco Meli: fino al secondo atto tutto scorre alla perfezione, con bei colori e un legato a dir poco magistrale, poi nella scena e aria «Ella mi fu rapita!… Parmi veder le lagrime» si riaffaccia l’uso improvvido delle messe di voce e nel bel mezzo della cabaletta si verifica lo stesso abbassamento vocale riscontrato in Traviata. Questa volta non ci sono tavolini, però prima della ripresa del terzo atto è lo stesso tenore – microfono alla mano – a rivolgersi al pubblico, lamentando di fronteggiare da diversi giorni una «bronchite asmatiforme» ma che avrebbe affrontato l’ultimo atto facendo del proprio meglio. Noi, naturalmente, accogliamo senza riserve questo annuncio; tuttavia, ci sentiamo di sottolineare che se effettivamente la situazione perdurava da tempo poteva annunciarlo giorni fa e ne avremmo volentieri tenuto di conto, oppure poteva chiedere una sostituzione. Sta di fatto che il terzo atto è stato cantato in modo impeccabile esattamente come la prima sera, pure con la stessa eccezione del si sceso al la.

Dopo l’avventura del Trovatore, Ernesto Petti si affaccia nuovamente sulle tavole del Municipale e questa volta nel ruolo del titolo. Il suo è un Rigoletto mirabilmente contenuto (ma, si badi, non trattenuto), che non ama eccessi e non diventa folle d’ira e dà forse il meglio di sé nei momenti con l’amata figlia. Non tutto è immacolato, ci sono piccole incertezze nel registro acuto e in un paio di occasioni anche un’oscillazione ritmica – elemento quest’ultimo che si rintraccia anche nella prova di Malfatti – ma nulla su cui valga la pena di soffermarsi: imperfection makes beauty e parte integrante della bellezza dell’andare a teatro è il ricordarsi che gli interpreti sono comunque esseri umani. Petti si segnala per la capacità di infondere amore paterno nel proprio personaggio e per essere stato in grado di tratteggiare un Rigoletto di particolare dignità, una caratteristica che lo porta a stagliarsi su tutti nel secondo atto.

Finalmente, dopo una settimana esatta, Maria Novella Malfatti porta al debutto la sua Gilda ed è veramente eccezionale. In termini vocali, questa è forse la prova migliore sostenuta in questa trilogia (sì, persino di Leonora), in cui la ben nota perizia nel fraseggio si fonde con una nuova espressività: meraviglioso il passo «Oh quanto dolor! quanto dolor!» con un’attenzione particolare per il passo «Padre, non più, calmatevi, mi lacera tal vista», vibrante di emotività. Malfatti dà il meglio di sé nei duetti con Rigoletto – soprattutto in «Tutte le feste al tempio» – e nella grande scena ed aria del primo atto, con un «Caro nome» di rara preziosità; i salti di sesta e il fraseggio di sedicesimi sono resi in modo impeccabile e come espressione, non agilità, culminando nell’originale cadenza verdiana a dir poco superba, con il si e il do diesis acuti luminosissimi.

Malfatti ha sostenuto una prova da considerarsi ardua anche per cantanti in carriera: non solo interpretare le protagoniste della trilogia a pochi giorni di distanza, non solo portarne due al debutto contemporaneamente, ma essere in grado di renderle tutte e tre in modo credibile. È soprattutto l’ultimo punto ad essere ragguardevole; trovare un soprano in grado di fare questo è tutt’altro che semplice e qui si rivela anche il fiuto – che non sbaglia un colpo – di Cristina Ferrari. Malfatti merita grandi elogi per il risultato ottenuto e ci si augura che questo sia solo l’inizio di un lungo dialogo con le tre eroine verdiane, che già oggi risultano di spessore.

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Piacenza, Il trovatore, 31/10/2025

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