L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Storia clinica

di Roberta Pedrotti

Il festival Donizetti Opera apre la sua undicesima edizione con l'ultima, travagliata opera del compositore bergamasco, per la prima volta nell'edizione critica di Eleonora di Cintio, che reintegra anche elementi elaborati per una mai realizzata revisione dopo l'insuccesso del debutto. Sul podio il nuovo direttore artistico Riccardo Frizza, mentre la regia è del suo predecessore Francesco Micheli: se la parte teatrale desta perplessità, il cast (Remigio, Scala, Priante, Fassi) ottiene unanimi consensi.

BERGAMO, 14 novembre 2025 - L'opera. Innamoratissimi, Caterina e Gerardo stanno per sposarsi, ma la cerimonia viene interrotta: la ragion di stato vuole che lei, fra le più altolocate nobili veneziane, garantisca gli interessi della Serenissima convolando con il re di Cipro Lusignano. Questi è, peraltro, una bravissima persona e Caterina gli si affeziona sinceramente: anche Gerardo, che ha raggiunto l'antica fidanzata ancora furente d'amore e dopo che in incognito il sovrano lo ha salvato dai sicari veneziani, ne riconosce la nobiltà d'animo, perdonando anche Caterina, che è stata costretta con il ricatto a lasciarlo. Quando la morsa del governo dei Dieci – rappresentata dall'arcibieco Mocenigo – si stringe su Cipro fino ad avvelenare il povero Lusignano, anche la regina si schiera contro i compatrioti. Infuria la battaglia: i ciprioti hanno vinto, ma la loro libertà è costata la vita a Lusignano e Gerardo. Nella storia, Caterina Corner era in attesa di un figlio quando rimase vedova.

L'altra storia. Una donna incinta, che era stata in viaggio di nozze a Venezia ed era rimasta affascinata dalla figura di Caterina, assiste il marito gravemente malato. Nei suoi sogni si fa avanti l'attrazione passionale per un giovane chirurgo, ma l'amore coniugale ha la meglio e anche il medico si consacra unicamente alla salvezza del paziente. L'intervento decisivo, però, fallisce: l'eroico dottore scompare nel cuore e nella mente della donna, il consorte si spegne, a lei resta un figlio da crescere sola.

Francesco Micheli (regista) e Alberto Mattioli (dramaturg) immaginano questa sovrapposizione che sulla carta sembrerebbe potersi incastrare senza problemi, anche perché Micheli ha la tecnica per giostrare il passaggio continuo fra diversi piani narrativi (e la pallina di neve con gondola kitsch diventa un richiamo a Quarto potere: “Rosabella...”). Il guaio è che ciò che nella teoria funziona, poi non sempre lo fa anche nella pratica e la tensione emotiva, invece di alimentarsi a vicenda fra le due narrazioni, rischia di affievolirsi, come quando la preparazione dei medici e il tumulto interiore della donna in sala d'aspetto si trasla – come in una fuga della psiche – nella cabaletta battagliera di Gerardo e nello scontro descritto dal coro. Se anche il racconto può avere un senso, alla prova dell'azione teatrale manca di mordente e ci si chiede alla fine se Caterina Cornaro (che ha una storia travagliata e che forse davvero si sarebbe giovata di una revisione mai compiuta) abbia bisogno di una drammaturgia alternativa, già presentando l'intreccio non scontato di un tormentato triangolo amoroso che solidarizza contro un oppressore politico di cui tutti sono vittime. Anzi, forse è proprio questo aspetto risorgimentale un po' atipico (può venire in mente La battaglia di Legnano, in cui il tenore dà in escandescenze, il soprano resta comunque con la famiglia, il baritono immagina che il suo migliore amico lo abbia cornificato ma poi tutto si mette da parte per cacciare il Barbarossa) a faticare più di un archetipo a fungere da controparte ideale di un dramma privato. Né sembrano indispensabili le didascalie nell'illustrare i pensieri della donna o la ricercatezza finanche leziosa di ricorrenti richiami iconografici. L'idea dell'evasione dalla realtà nella storia, nell'opera, nell'arte fatica a prender corpo. Ci si pensa ancora su mentre copiose contestazioni per il team creativo (citiamo anche Matteo Paoletti Franzato, scene; Alessio Rosati, costumi; Alessandro Andreoli, luci; Matteo Castiglioni, video) sembrano mettere d'accordo i nostalgici della Cornaro ritratta da Tiziano (nessuno che sogni invece quella, più verosimile, di Gentile Bellini...) e gli amanti del teatro più all'avanguardia. In ogni caso, la teoria e la pratica, la tecnica e il risultato non sono andati d'accordo.

Anche la direzione di Riccardo Frizza, come sempre attentissimo al palcoscenico e alle ragioni del canto, avrebbe potuto accendersi di quella scintilla che avrebbe fatto la differenza. I tempi sono ben equilibrati, tutto è gestito con la solita cura, ma sicuramente qualche guizzo di fantasia, sfumatura dinamica, sottolineatura metrica in più avrebbero giovato a una partitura che, alla fine, ha un po' stentato a spiccare il volo, quasi allentandosi invece di crescere nel corso della serata, nonostante gli indubbi motivi d'interesse che solleva l'ultima, travagliata opera di Donizetti.

Chi ha raccolto applausi senza riserve è stata la compagnia di canto. Nel ruolo del titolo, Carmela Remigio continua a imporre la sua stupenda musicalità e la sua totale dedizione di attrice, tali da lasciare in secondo piano qualche fisiologico occasionale appannamento. Enea Scala è un Gerardo irruente, animato dallo spirito di un Giaurro byroniano che esplode nell'incandescente cabaletta (Verdi non viene dal nulla) dell'ultimo atto; fa da contraltare all'amante sventurato, maledetto e redento, l'alta signorilità del sovrano, sposo imposto e gentile, a sua volta vittima di un potere feroce: Vito Priante ha classe sopraffina e rende piena giustizia al reintegro dell'arioso della morte, scritto da Donizetti dopo la sfortunata prima napoletana del 1844, mai eseguito e recuperato dall'edizione critica di Eleonora Di Cintio.

Notevolissimo è pure lo spietato Mocenigo di Riccardo Fassi, fratello se possibile ancor più nefando dello Steno di Marino Faliero e del Barbarigo dei Due Foscari. Bene anche lo squillante Francesco Lucii (Strozzi e un cavaliere) e Vittoria Vimercati (Matilde dalla voce ben proiettata e a fuoco).

Alla fine a tutti gli artefici della parte musicale – e con loro all'Orchestra Donizetti Opera e al Coro dell'Accademia della Scala preparato da Salvo Sgrò – è riconosciuto un caloroso successo, mentre, si è detto, la parte teatrale non si può dire abbia convinto il pubblico di questa inaugurazione dell'undicesimo festival, il primo con Riccardo Frizza anche alla direzione artistica, raccogliendo il testimone proprio da Francesco Micheli.

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