L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Un Ratto da Ancien Régime

di Alberto Ponti

La messinscena del primo capolavoro in lingua tedesca di Mozart si avvale dell'ottima concertazione di Gianluca Capuano e dell'impianto registico, tradizionale ma non banale, di Michel Fau

TORINO, 11 novembre 2025 - Smaltita l’inaugurazione avvenuta all’insegna della rara Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai, con il secondo titolo della stagione il Teatro Regio vira sul Ratto dal serraglio mozartiano, opera, anzi singspiel,per dirla alla tedesca, più rassicurante e noto alle orecchie degli appassionati ma non meno impegnativo dal punto di vista musicale e scenico, come tutta la produzione teatrale del salisburghese. Con Mozart, nonostante le difficoltà, si parte però sempre con il piede giusto: il genio c’è, si vede, si sente e si apprezza. Per una sola altra aria come ‘Martern alle Arten’, che nella rappresentazione torinese, orbitante intorno a un solo intervallo, conclude, quasi fosse una Traviata con il canto del soprano solo, la prima parte dello spettacolo con il secondo atto che viene aggregato per la metà al primo e per la rimanente parte al secondo, si potrebbe dare volentieri in cambio qualche decina di lavori teatrali sette-otto-novecenteschi la cui sporadica presenza in repertorio non suscita particolari rimpianti.

La messinscena si avvale del recente allestimento dell’Opéra Royal de Versailles (in coproduzione con l’Opèra de Tours) con la regia di Michel Fau ripresa da Tristan Gouaillier, assistito da Hadrien Delanis. Si tratta di una lettura conforme alla tradizione, curata nei dettagli e con costumi, firmati da David Belugou, vivaci, freschi, gradevoli; avrebbero potuto essere quelli dell’epoca della prima rappresentazione. Anche la scenografia di Antoine Fontaine non è incline a voli pindarici, quasi all’insegna del motto ‘poca spesa, tanta resa’: suggestivo è il grande e sontuoso spazio che vorrebbe raffigurare il giardino del palazzo di Selim Pascià, delineato con pochi e discreti tocchi ispirati all’architettura moresca, essenziali ma efficaci; più oleografico risulta l’ingresso dell’harem, che potrebbe ricordare certi fondali cartonati da vecchio teatro di provincia. L’effetto è tuttavia voluto, nel tentativo di rendere il contrasto tra l’Oriente meraviglioso ed esotico dell’immaginazione degli europei del tempo e la minaccia temibile di usanze e costumi percepiti come barbari e inquietanti tanto più dal trio di malcapitati occidentali (Konstanze, la cameriera Blonde e il servitore Pedrillo) caduti nella prigionia ottomana. L’elemento di maggior originalità, sotto la guida di Joël Fabing, è forse costituito dall’impiego predominante delle luci di proscenio o di ribalta, al modo delle lampade ad olio tipiche del teatro settecentesco per ricreare una visione dove i turbamenti e le pulsioni dei protagonisti si esteriorizzano ed assumono un rilievo fisico, ai limiti del naïf ma di sicura presa sullo spettatore non troppo incline agli intellettualismi. D’altronde tutto il Ratto si nutre della dialettica e della retorica dell’opposizione tra due mondi reciprocamente lontani ma non per questo restii alla reciproca curiosità e fascinazione, sottolineata con gusto infallibile dalla musica mozartiana, ricca di contaminazioni dello stile ‘alla turca’, più che dal testo dei volenterosi Bretzner e Stephanie, ai quali va però ascritta la trovata della grazia di Selim ai prigionieri che trascende le ragioni del lieto fine per trasmettere un messaggio di pacificazione universale.

Punto di forza delle recite subalpine è la direzione di Gianluca Capuano, gesto misurato e preciso, fronte alta, una vaga rassomiglianza con Gustav Mahler e una lunga esperienza nel repertorio settecentesco. Il maestro evita con cura la banalizzazione di alcuni passaggi dove le percussioni, dominate da piatti, triangoli e tamburo turco hanno la meglio nel ricreare il folclore locale, seppur filtrato dalla squisita sensibilità mozartiana. Anzi, le prime frasi dell’ouverture paiono risuonare in sordina rispetto allo scintillio di tante altre interpretazioni presenti e passate. Ma la partitura, sotto la sua attenta guida, procede snodandosi logica e serrata, con i numeri inframezzati dai dialoghi parlati che, con l’esclusione dei cantanti di madrelingua tedesca, sono sempre la nota dolente delle performance alle nostre latitudini. Strada facendo viene così alla luce la sapienza esecutiva di Capuano, brillante e riflessiva a un tempo, in grado di valorizzare la raffinatezza timbrica di un’opera che, dopo Idomeneo, è il primo indiscusso capolavoro teatrale di Mozart. Il sinuoso fraseggio di numerosi incisi, lo scavo nel contrappunto nascosto sotto i pezzi d’insieme (duetti, terzetto, quartetto), la filigrana intessuta dagli strumenti solisti nella già citata celeberrima aria di Konstanze sono segnali indiscussi di una bacchetta umile ed abile, al totale servizio della musica e dei cantanti che, talvolta, aiuta a venir fuori da situazioni complicate.

Dei cinque personaggi principali, il soprano Olga Pudova nella parte di Konstanze è assai applaudita a fine serata e, nel complesso, si disimpegna in maniera agevole. La voce non è potente, qua e là manca un poco di spessore drammatico, ma il canto è disinvolto e spigliato, cattura l'attenzione fin dall'entrata in scena con 'Ach ich liebte, war so glücklich' ed ha il suo momento di gloria nelle due arie a distanza ravvicinata all'inizio del secondo atto con uno sfoggio di ottima tecnica anche nelle impervie puntate nel registro acuto.

Più in difficoltà, almeno per la prima mezz'ora, appare il suo partner Belmonte, impersonato dal tenore australiano Alasdair Kent. Forse è un risparmio di risorse nell'economia di una parte monstre, con Mozart che lungo il corso dell'opera gli riserva ben quattro arie e la partecipazione a molti pezzi d'insieme. Sta di fatto che dopo la convenzionale condotta de 'Hier soll ich dich denn sehen' che segue a ruota l'ouverture riprendendone il tema centrale, la sua prestazione è in crescita e nell'aria 'Wenn der Freude Tränen' e nel successivo quartetto che segue il rincontro con l'amata raggiunge, facendo leva più sulla delicatezza dell'emissione che sulla purezza di un canto spiegato, accenti di autentico fervore espressivo.

Di non minor impatto sul pubblico è l'altra coppia di amanti Blonde e Pedrillo che facendo uso dei medesimi registri vocali rispecchia, sul piano popolare del rapporto cameriera e servitore, la 'nobile' liaison Konstanze e Belmonte. Leonor Bonilla è una Blonde coinvolgente e travolgente nel suo personaggio, dal timbro fresco e cristallino che emerge soprattutto nel secondo atto, nelle due arie e nel duetto con Osmin. Manuel Günther nei panni di Pedrillo, facilitato dall'essere tedesco di nascita, trasmette un entusiasmo contagioso a partire dal finale del primo atto ('Marsch, marsch, marsch!') destinato a crescere nel corso della vicenda fino all'emblematico 'duetto dei bevitori'. La prestazione di Wilhelm Schwinghammer, unico altro tedesco madrelingua del cast, è viceversa più ombrosa. Nonostante la buona agilità e la naturale estensione vocale, il suo Osmin, lungi dall'essere il terribile cane da guardia del Pascià pronto all'occasione a insidiare le schiave, pare piuttosto un inflessibile burocrate il cui supremo obiettivo è il rispetto della legge. I non pochi melomani colti e ostinati (nel senso buono!) che non mancano nella platea del Regio lo attendevano al varco del famigerato doppio re grave dell'aria del terzo atto, limite estremo inferiore della voce cui si sia mai spinto un operista. Il basso bavarese non delude (per alcuni), o non delude troppo (per altri), ma supera la prova del pubblico e si prende il meritato applauso.

Un terzo tedesco ci sarebbe pure ma nessuno può esprimersi sulla bontà della dizione perché non parla né canta. Si tratta del bravo attore Sebastian Wendelin, spalla di Konstanze in parecchie scene e che al termine, come a riscattare una regia di impianto fin troppo tradizionale, levita sopra il palcoscenico su un tappeto volante.

Pochi sono infine gli spazi concessi al pur ottimo coro del Teatro Regio istruito da Ulisse Trabacchin, limitati ai due brevi cori di giannizzeri in cui emergono i quattro solisti Eugenia Braynova, Roberta Garelli, Leopoldo Lo Sciuto e Lorenzo Battagion.

Sala numerosa, compiacente e divertita.

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