Il filo reciso del dittico
Nella Cavalleria rusticana in scena al Teatro Carlo Felice di Genova s’impone la prova di Luciano Ganci, Turiddu di rara classe ed eleganza. Convince, pur lasciando intravedere la mancanza della suo originaria compagna di dittico, la mezza ripresa dell’allestimento firmato dai Teatrialchemici.
Genova, 16 novembre 2025 – Fa sempre un po’ strano, benché sia ormai prassi comune e persino consolidata, vedere Cavalleria rusticana liberarsi della compagnia inesorabile di Pagliacci: l’atto unico di Mascagni, con la sua tensione compatta e il suo universo emotivo che si brucia nel giro di poche, febbrili pagine, ha spalle abbastanza larghe da sorreggere da solo l’intera serata, anche senza il consueto contrappunto di quella teatralità meta-drammatica che in Leoncavallo si fa specchio, amplificazione e commento del dramma stesso. Tuttavia, bisogna ammettere che questa scissione appena avallata può farsi leggermente più critica se il titolo superstite lo si ripropone in uno spettacolo concepito, in origine, per fare da ponte tra le due opere: un impianto che viveva proprio della transizione, del riflesso reciproco, del passaggio quasi naturale dall’una all’altra. Spezzare oggi quel legame significa interrompere una continuità che allora costituiva parte integrante non solo della regia, ma delle sue ragioni profonde, lasciando in sospeso quegli echi e quelle corrispondenze che il progetto originario aveva intrecciato con tanta cura.
L’allestimento firmato da Teatrialchemici – Luigi Di Ganci e Ugo Giacomazzi – debuttava qui al Carlo Felice di Genova nel maggio del 2019, facendo della tragedia greca il trait d’union tra i due capolavori del verismo musicale: un ponte ideale in cui maschere arcaiche, riti comunitari e gesti codificati tenevano insieme universi solo apparentemente distanti, restituendo ad ambo i titoli la sensazione di appartenere a un’unica, lunga parabola umana. Era un modo per far emergere la radice comune della violenza, dell’onore, della colpa che come sangue, pronto a zampillar via da una ferita da taglio, scorre nelle vene dei due testi. Soprattutto Cavalleria, con le sue strizzate d’occhio al teatro antico – evidenti anche nella bella scenografia di Federica Pasolini che pone al centro della scena le gradinate di una cavea – e con quella Sicilia immobile, primordiale, già spettatrice della tragedia imminente, sembrava allora trovare in Pagliacci il naturale prolungamento del proprio sguardo, un filtro attraverso cui rileggere, con guizzo, la propria storia. È forse per questo che oggi, proponendo Cavalleria in solitudine, si finisce per sottrarre una piccola parte di fascino a uno spettacolo che aveva una sua coerenza. Per carità, anche da solo, l’allestimento tiene: nel complesso la messinscena, costruita con attenzione alla recitazione, buona gestione delle masse e degli intermezzi prettamente musicali, assicura godibilità, colpo d’occhio e verità teatrale all’intero racconto, fatta eccezione forse solo per l’ultima scena, dove Alfio si consegna al proscenio con le mani lorde di sangue, come un Canio chiamato a sancire la fine della commedia; tuttavia si avverte, nelle sue pieghe, anche perché probabilmente memori della produzione passata, l’ombra di un percorso pensato per essere duplice, speculare, compiuto e dunque qui, un po' incompleto.
In buca, la regia musicale è affidata al giovane Davide Massiglia che, alla guida dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice, mette in piedi una concertazione corretta e funzionale, ben argomentata in termini di colori, di impasti timbrici e di dinamiche, staccata con predilezione per tempi comodi – alla Karajan – che però non mancano di incresparsi in agogiche a fisarmonica, talvolta invero lesive all’incisività del dramma. Ecco, alla lettura manca complessivamente un po' di nerbo, un po' di forza drammatica, un po' di fuoco che possa far avvampare quella scrittura così sanguigna, e ciò che si ascolta sembra quasi sempre più motivato dall’enfasi o dalla retorica che da una reale urgenza narrativa.
Chi sa davvero epurare la parte dall’enfasi e dalla retorica, scrostandola da quelle cattive abitudini tuttora saldamente radicate nella prassi esecutiva, è Luciano Ganci, qui alle prese con un Turiddu forse tra i più eleganti e rifiniti ascoltati in anni e anni di Cavalleria. Senza mai soffocare la teatralità del ruolo, Ganci – forte di una tecnica solidissima, di uno squillo gagliardo, di un timbro luminoso, di un’intonazione perfetta e di un porgere fragrante e schietto – sa far vivere il personaggio senza insozzarlo con spasimi e rantoli, garantendo ovunque una linea di canto pulita e scultorea che nasce e vibra nel testo, di cui non una parola va sprecata. La statura maiuscola dell’artista si misura appieno nella chiosa finale del duetto: là dove nove tenori e mezzo su dieci indietreggiano nel confronto con il soprano-vaiassa pronto a scagliare l’anatema – in uno dei passaggi senza dubbio più peculiari e magnetici dell’opera – Ganci sa lanciare quel grido di spavalderia, «Dell’ira tua non mi curo!», con un controllo imperioso della voce e un accento insieme tagliente e nobile, che non cade nel grottesco né nel verismo caricaturale, ma restituisce al personaggio tutta la sua disperata fierezza. Straordinario.
Anche Veronica Simeoni si conferma la validissima cantante-attrice che conoscevamo: l’interprete è sempre presente e partecipe, la fraseggiatrice attenta e scaltra. La scrittura drammatica, però, le impone delle forzature e la sua Santuzza finisce spesso con l’urlare. Gezim Myshketa si presenta in scena con un velo d’incertezza, ma scioglie subito i nodi dell’emissione e si lascia dunque apprezzare per la pastosità del timbro, la portata della voce e quel senso di misura che imbriglia e doma i cavalli rampanti di compar Alfio. Manuela Custer disegna un’ottima mamma Lucia, scolpita con naturalezza e senso del vero, asciutta nei gesti e mai incline a ricercare un effetto che non nasca dal personaggio stesso: la sua presenza scenica, pur misurata, imprime un peso specifico a ogni intervento, rendendo il ruolo un piccolo baricentro morale dell’intera vicenda. Completa correttamente il cast la Lola di Nino Chikovani. Ottima la prova del coro del Teatro Carlo Felice di Genova, istruito dal maestro Claudio Marino Moretti.
Teatro strapieno e applausi calorosi per tutti gli artisti.
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