L’Ape musicale

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Eleganza e un poco di freddezza

di Gustavo Gabriel Otero

L'esperienza di Renato Palumbo sul podio e di Vladimir Stoyanov come Germot, insieme con la qualità del tenore Liparit Avetisyan, sono i punti di forza della Traviata che chiude la stagione del Teatro Colon; solo corretta la Violetta di Hrachuhi Bassenz e ben curata, ma un poco fredda la produzione firmata per la regia da Emilio Sagi.

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BUENOS AIRES, 18 novembre 2025 - A chiusura della stagione lirica 2025, il Teatro Colón ha messo in scena La traviata di Verdi e, sebbene lo spettacolo fosse di buon livello, il risultato finale è stato un po' freddo e distante, un passo indietro in una stagione di livello più che ragionevole per i tempi che corrono, sia per il Teatro Colón che per l'Argentina o la lirica mondiale.
Renato Palumbo ha apportato raffinatezza, tempi adeguati ed eleganza nella sua visione musicale. L'equilibrio tra la buca e il palcoscenico è stato curato e la risposta dei professori dell'Orchestra Stabile è stata all'altezza di una bacchetta esperta e sicura come quella del maestro italiano.
Il Coro Stabile, diretto da Rubén Martínez, ha partecipato con qualità nei brevi ma importanti momenti in cui interviene.
La protagonista, il soprano armeno Hrachuhi Bassenz, è stata una Violetta più che corretta senza brillare. Riesce a superare senza difficoltà gli scogli della partitura, ma il suo canto alterna passaggi di grande qualità ad altri mediocri. Se è riuscita a commuovere nel terzo atto, è più merito di Verdi che dell'interprete.
Anche lui armeno, il tenore Liparit Avetisyan è risultato un ottimo Alfredo Germont. La sua voce è uniforme e di bel colore. Nel primo atto ha sfoggiato sottigliezze e mezzevoci nel duetto con Violetta, brillando più di lei, nel secondo ha mostrato la potenza necessaria e nell'ultimo si è affiancato con qualità al soprano protagonista.

Il baritono Vladimir Stoyanov, con una carriera internazionale più che interessante, ha dimostrato la sua maestria come cantante verdiano. Il suo Giorgio Germont era coinvolgente, perfettamente udibile e assolutamente credibile.
Tra i comprimari si sono distinti María Eugenia Caretti (Annina) e Santiago Martínez (Gastone), Gustavo Gibert (Barone Douphol), Cristian Maldonado (Marchese di Obigny) e Christian Peregrino (dottor Grenvil), mentre María Luisa Merino Ronda (Flora) è apparsa a disagio nel ruolo e il resto del cast (Ariel Casalis, Leandro Sosa e Mariano Crosio) è stato corretto.

La regia dello spagnolo Emilio Sagi offre una messa in scena in stile classico con un tocco contemporaneo. Ambientata vagamente intorno al 1960, la sua interpretazione è accurata e credibile senza apportare nulla di nuovo, ma senza tradire l'opera. Al giorno d'oggi è una vera impresa. Forse gli spazi così aperti e con il bianco onnipresente hanno contribuito a creare una certa freddezza generale. Gli spazi progettati da Daniel Bianco sono caratterizzati dall'uso del bianco e dal lasciare la scena quasi vuota. Le pareti bianche sono completate da una decina di sedie in stile Dior e lampadari che pendono dal soffitto nel primo atto, nella casa di campagna un gigantesco vitraux fa da cornice alla campagna, a cui si aggiungono poltrone e una scrivania, nella casa di Flora appare il rosso che incornicia la finta festa spagnola, nell'ultimo atto il grande specchio e il letto sono i protagonisti. L'illuminazione di Eduardo Bravo è stata coerente con l'impostazione estetica generale.

Nei costumi di Renata Schussheim si utilizza prevalentemente il bianco e nero nel primo atto e una tavolozza di rossi e arancioni nella festa a casa di Flora, ispirata alla moda degli anni '50 e '60. Sobrietà ed eleganza hanno caratterizzato la proposta per i protagonisti.


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