L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il suono del Giudizio

di Matteo Lebiu

Una Messa da Requiem di Verdi intensa, vibrante e profondamente umana: Tjeknavorian firma una direzione di grande maturità, sostenuto da un coro eccellente e da solisti di forte impatto, in un omaggio commosso alla memoria della timpanista Viviana Moglini. Una serata che conferma il momento d’oro della Sinfonica di Milano.

MILANO, 14 novembre 2025 - Auditorium gremito per la Messa da Requiem di Verdi, ormai consueto appuntamento nel cartellone della Sinfonica di Milano, anche se in questa occasione ha assunto un significato davvero speciale: i concerti del weekend appena trascorso, che avevano tutti in programma il capolavoro verdiano, sono stati dedicati alla memoria della maestra Viviana Moglini, storica timpanista dell’orchestra che ha ricoperto tale ruolo fin dalla sua fondazione (nel 1993) ed è recentemente mancata. Il concerto si apre dunque con una dedica commossa da parte della spalla, il maestro Luca Santaniello, a nome dell’intera Fondazione, seguita da un minuto di silenzio per onorare la grande musicista.

La Messa da Requiem è uno dei capolavori più perturbanti e sentiti del compositore di Busseto, che dal dubbio, dalla paura della morte e dalla ricerca della fede. Datata 1874, si colloca perfettamente negli anni in cui Verdi sfiora sì l’ateismo, ma si interroga profondamente anche sul mistero della morte (non dimentichiamo la serie di lutti che colpiscono il compositore dal 1867 in poi: il padre Carlo, Barezzi, il librettista Piave, Rossini e Manzoni, dedicatario della Messa). L’esito di questi dubbi e delle sue riflessioni è inevitabilmente un Requiem che rispecchia la visione non di “un ateo impenitente” (come venne definito, ingiustamente a mio avviso, da Frank Walker), bensì di un uomo attanagliato dal dubbio e alla disperata ricerca di Dio, in un mondo che sembra sgretolarsi sotto i suoi piedi. Da parte sua, Riccardo Muti ci ricorda come il messaggio alla base della Messa da Requiem non sia la preghiera dell’uomo che si innalza a Dio, bensì la “richiesta disperata degli uomini a Dio, che deve prendersi le sue responsabilità nei confronti dell’umanità”.

L’esecuzione diretta da Emmanuel Tjeknavorian è stata, senza dubbio, un successo: la sua capacità di affrontare la mastodontica partitura verdiana sotto un’unica campata, riuscendo ugualmente a operare con il cesello all’interno dei singoli movimenti, è stata esemplare. Questa è la sua seconda stagione da direttore stabile della Sinfonica di Milano ed è già riuscito a plasmare il suono dell’orchestra come solo un grande maestro riesce a fare (non dimentichiamo che è anche un sommo violinista). Ultima prova ne è stata la meravigliosa V Sinfonia di Mahler diretta a ottobre. La grande pertinenza stilistica stupisce ancora di più se si pensa che il trentenne maestro è alla sua prima direzione del Requiem ed è già riuscito a creare situazioni sonore davvero inaudite all’Auditorium di Milano. Un esempio su tutti sono i colpi di grancassa che scuotono i petti del pubblico: quei colpi, che annunciano l’ora del Giudizio, sono puro terrore.

Perfetta è stata la performance del coro, istruito a regola d’arte dal maestro Massimo Fiocchi Malaspina, che ha ricoperto pienamente il ruolo di vero protagonista della partitura verdiana, creando una massa sonora immane nel Dies iræ (e nelle sue riprese) e pianissimi davvero profondi nel Libera me. Encomiabile anche la grande precisione ritmica nel Sanctus.

Per quanto concerne i solisti, spiccano senza ombra di dubbio Chiara Isotton e Szilvia Vörös; di quest’ultima si sono apprezzate moltissimo la dizione e la perfetta sintonia con l’orchestra. La Isotton (già ammirata, per esempio, nella Tosca alla Scala, a marzo) è la vera perla della serata: dall’inizio sfoggia un timbro elegante e un canto scevro da esibizionismi, riuscendo così a inserirsi perfettamente nei numeri d'assieme con gli altri solisti. Il soprano ha il suo exploit finale nel Libera me, in cui gli acuti — che riescono tranquillamente a sovrastare il fortissimo dell’orchestra e del coro — colpiscono il cuore tanto quanto il pianissimo e il tremendo parlato finale. Assai meno impressionante la performance dei solisti uomini: il basso Manuel Fuentes, dopo un Kyrie un po’ in sordina, si “scalda” nel bellissimo Oro supplex; il tenore Raffaele Abete convince poco a causa di un'emissione a tratti sguaiata, soprattutto nel Kyrie, e della mancanza di profondità nei pianissimi (nell’Hostias va quasi in falsetto e conferma questa tendenza in tutti i concertati).

In conclusione, il grande successo di pubblico tributato ai musicisti è segno indiscusso che il maestro Tjeknavorian stia riportando la Sinfonica di Milano al suo stato di grazia. La sensazione, al termine del concerto, è quella di aver assistito a un’esecuzione davvero memorabile nell’ambito dell’istituzione ambrosiana, non soltanto per il pubblico ma anche, pare, per gli stessi artisti, che sembrano fidarsi ciecamente del loro nuovo condottiero.

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