Caraibi semiseri
Con la concertazione di Alessandro Palumbo e la regia di Manuel Renga, Il furioso nell'isola di S. Domingo riscuote un caloroso successo al festival donizettiano di Bergamo. Spiccano nel cast Paolo Bordogna, Bruno Taddia e Nino Machaidze.
BERGAMO, 16 novembre 2025 - È passata di moda presto, l'opera semiseria fiorita fra Rivoluzione francese e Restaurazione, faticando pure parecchio per trovare le sue rivincite. Eppure, fu cruciale, nel suo conferire profondità sentimentale e perfin tragica anche a personaggi quotidiani, borghesi, mostrando dinamiche sociali concrete nell'intreccio fra registri seri e comici. Non ci si dovrebbe dimenticare che pure Fidelio afferisce al genere semiserio, da cui discendono dritte dritte opere da Luisa Miller a La bohème.
In mezzo alle tante auliche pazzie belcantiste, soprattutto femminili, spunta per esempio quella di Cardenio, che si aggira furioso nei paesaggi tropicali di Santo Domingo lamentando l'amore perduto e traditore e sfogandosi a suon di botte sul primo che passa. E non c'è molto da ridere, anche se tutto finisce bene e il tono della commedia prevale; anzi, rispetto proprio al topos serio delle Lucie e delle Elvire, qui i deliri di Cardenio si articolano nel tempo, fra sprazzi di lucidità e stati allucinati, riprese e ricadute, in uno spettro complesso, si direbbe perfino clinico. Non dobbiamo, però, fare l'errore di rapportare la nostra visione di pronipoti di Freud, abituati a confrontarci con il concetto di psiche e patologia mentale, in un mondo romantico in cui la pazzia poetica rappresenta uno squilibrio momentaneo, un disallineamento dalla realtà, il contrasto passeggero o fatale fra la ragione e il mondo esterno. Peraltro, proiettare il pensiero verso anche la tensione individuo-società che pervade concerti e sinfonie di Čajkovskij non sembra, mutatis mutandis, poi così fuori luogo, nell'evoluzione di un'introspezione che nel corso del secolo porterà proprio alle riflessioni freudiane.
Insomma, Il furioso nell'isola di S. Domingo non è un'opera da prendere sotto gamba e lo dimostrano le numerose finezze profuse anche da Jacopo Ferretti nel suo libretto. Come già in Rita / Deux hommes et une femme, la diversa sensibilità dell'epoca presenta tratti oramai esecrati (là la violenza domestica, qui lo schiavismo e il razzismo) ma dà anche adito ad aperture dalla forza ancor oggi sorprendente. Si pensi, nel Furioso, al personaggio di Kaidamà, che ha in partenza tutte le caratteristiche della macchietta dello schiavo indigeno, ma dimostra perciò ancor più eclatanti momenti di umanità (si pensi al bellissimo, cruciale duetto con Cardenio nel secondo atto) e offre a Ferretti l'occasione per citare quasi letteralmente i messaggi di fratellanza universale della Zauberflöte (anche lì, il colore della pelle di Monostatos è stereotipo negativo, ma frasi come “Ci sono pure uccelli neri al mondo, perché dunque non anche uomini neri?” esprimono ben altro ideale): l'europea Eleonora che si spaventa e poi si rinfranca risvegliandosi di fronte a Kaidamà, lo stesso Kaidamà che, apostrofato per la sua etnia, risponde per le rime (nel testo originale, qui ingentilito, "Fernando: Negro? - Kaidamà: Bianco?") sottintendono una sensibilità ben ancorata nell'Illuminismo e probabilmente non ignara del testamento mozartiano.
Ben ha fatto, anzi benissimo, il festival Donizetti Opera a presentare Il furioso in una nuova produzione che ottiene un franco e meritato successo, affrontando anche con intelligenza i nodi più delicati del testo, vale a dire, appunto, la figura di Kaidamà. Questi, interpretato da un Bruno Taddia in stato di grazia (che sia un attore eccellente e un artista di grande cultura e intelligenza si sapeva, ma anche sul piano vocale questa è stata una delle sue prove più convincenti), è riletto come un clown triste, ispirato a Emmett Kelly, ma anche un po' un Papageno senza Papagena, un personaggio profondo trattato con ilarità, negletto e sofferente. Senza bisogno di cliché indigeni, con stracci e trucco sbavato, il personaggio è tutto lì. Bravo Taddia e bravo Manuel Renga, giovane regista che conferma ancora una volta la sua mano felice nel narrare con profondità e finezza sia un monumento come Macbeth sia una commedia atipica come quella del Furioso – che comunque ha pure nobilissime radici in Cervantes. L'idea del percorso nella memoria di un Cardenio anziano che recupera i ricordi e con essi, ancora una volta, l'amata Eleonora non sarà la più originale di questo mondo, ma è sviluppata molto bene, con alcuni momenti davvero poetici, come la polvere soffiata via dal modellino della nave che riporta all'arrivo per mare del fratello Fernando. La scena e i costumi di Aurelio Colombo con un tratto fiabesco sembrano far rinascere un libro illustrato di avventure esotiche, un immaginario coloniale innocuo e incantato: sia Kipling o Salgari, un altrove mitico in cui la follia di Cardenio e le ambiguità di Kaidamà restituiscono la profondità di una linea d'ombra, insieme con le luci di Emanuele Agliati.
L'ottima riuscita teatrale, in un'opera lunga e complessa come questa, non può che andare di pari passo con il valore della concertazione: Alessandro Palumbo è la persona giusta al posto giusto e firma una delle più belle letture musicali ascoltate negli ultimi anni nel festival bergamasco. Tutto si esprime a dovere, i tempi solo fluidi, naturali, teatrali, la varietà non è mai fine a sé stessa ma segue un dettato donizettiano particolarmente sofisticato, come nel flusso continuo del finale primo o nel citato secondo duetto fra Cardenio e Kaidamà, giocato su tempi di danza. C'è la sensazione di ascoltare l'opera, semplicemente, come dev'essere, e anche qualcosa in più, che ovviamente si riflette anche nell'ottima prova complessiva della compagnia.
Di Taddia si è detto, si dica di Paolo Bordogna, che pure nelle sue virtù teatrali non sembrerebbe aver bisogno di ulteriori elogi e, tuttavia, non smette di guadagnarseli affrontando un personaggio complesso, serio, tormentato come Cardenio, perso fra nostalgico languore amoroso e scatti violenti, fra consapevolezza e rifiuto della realtà. La declamazione così frastagliata, il cantabile nobile, la varietà di colori e accenti imposta dal testo non sollecita solo la ben nota maestria d'interprete, ma anche un'emissione più corposa e ombreggiata, senza alcuna forzatura.
Per chi ricordasse le precedenti Eleonore bergamasche, Serra e Forte, il passaggio dal tipico soprano di coloratura a una vocalità come quella di Nino Machaidze può essere sorprendente, ma anche qui, la proporzione dell'opera nella proposta integrale dell'edizione critica di Eleonora di Cintio si giova di un maggior peso lirico per una figura matura di sposa traditrice pentita e redenta – altro aspetto atipico del soggetto. Il colore più denso di Machaidze, peraltro, trova uno squisito contraltare nella simpatica Marcella di Giulia Mazzola, freschissima voce leggera, perfetta per la parte della figlia del latifondista Bartolomeo (Valerio Morelli). Chi rimane un po' ai margini dell'intreccio è il tenore: Fernando, fratello di Cardenio, approda, canta un'aria e sostanzialmente non fa nient'altro finché non arriva, nel secondo atto, il momento di cantarne un'altra: sono entrambe piuttosto insidiose, richiedono maestria nel legato e nella mezzavoce, disinvoltura nei vertici del pentagramma, senza influenza sugli eventi. Santiago Ballerini non è esente da qualche tensione, ma se la cava senza incidenti.
Bene anche il coro dell'Accademia della Scala preparato da Salvo Sgrò, l'Orchestra Donizetti Opera e Hana Lee al fortepiano (anche stasera, come nel Campanello con Ugo Mahieux, ottima la realizzazione dei recitativi con l'unica, solita, riserva per l'assenza del violoncello al continuo).
Il successo è, come si diceva, calorosissimo: sarebbe bello fosse viatico per una maggior circolazione del Furioso; nel frattempo ci ricorda che i bravi direttori e i bravi registi ci sono, basta saperli individuare e farli lavorare, come ha fatto il festival bergamasco.
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