Rameau en scène: Scala in festa
di Matteo Lebiu
Grande successo, alla Scala, per l'ultimo concerto straordinario della stagione, con l'esecuzione in forma oratoriale (ma in realtà spazializzata) di Les Indes galantes di Jean-Philippe Rameau.
MILANO, 16/11/2025 - L’ultimo concerto straordinario della stagione 2024-2025 ha riservato un appuntamento davvero interessante al pubblico scaligero, che ha potuto ascoltare l’opéra-ballet Les Indes galantes di Jean-Philippe Rameau, composta nel 1735 e di cui quest’anno ricorre l’anniversario della prima esecuzione moderna, avvenuta nel 1925 all’Opéra-Comique. A dirigere l’esecuzione in forma di concerto è l’argentino Leonardo García-Alarcón, fondatore nel 2005 dell’ensemble Cappella Mediterranea e direttore del Chœur de chambre de Namur dal 2010, che porta sul palcoscenico della Scala una lettura vivace e variopinta dell’Opéra-ballet di Rameau.
Il fil rouge delle Indes galantes è il tema dell’esotico, di matrice assolutamente settecentesca, che viene declinato da Rameau e dal librettista Fuzelier attraverso una grande varietà di situazioni e di caratteri, particolarmente adatti alla ricerca di una precisa caratterizzazione musicale. Come indicato da Raffaele Mellace nelle note di sala, troviamo qui rappresentato l’esotico “tradizionale”, espresso dalle civiltà del Medio Oriente con cui l’Europa è sempre stata in rapporti (quand'anche conflittuali): è il caso della I entrée (i turchi) e della III entrée (i persiani). Accanto ad esso emerge l’esotico “nuovo”, costituito dai popoli su cui l’Europa aveva da poco puntato l’attenzione: gli Incas della II entrée e i nativi americani della IV entrée. Differisce tra questi ultimi il modo in cui vengono percepiti dal pubblico grazie alle scelte compositive: se gli Incas sono visti come barbari, sempre stranieri, ma appartenenti a una civiltà compiuta (di cui è testimonianza il rito della Fête du Soleil nella V scena), i nativi americani sono presentati come veri selvaggi, estranei a qualsiasi forma di organizzazione sociale.
Uno degli aspetti che ha maggiormente caratterizzato il concerto è stata certamente la ricerca di una spazialità del suono, obiettivo raggiunto grazie allo sfruttamento intelligente di tutta la sala del Piermarini. Tale stratagemma viene già messo in atto nel Prologue, in cui, dopo l’Ouverture alla francese, Hébé — interpretata da Ana Quintans — canta dal palco centrale mentre i membri del Chœur de chambre de Namur rispondono dai corridoi della platea, dialogando con la musette sul palcoscenico. Bellissima la III scena, in cui il bravo Andreas Wolf, nei panni di Bellone, incita i guerrieri in “La Gloire vous appelle”, a cui si unisce anche il coro (davanti all’orchestra, insieme a Bellone) nel ritornello. Nella I entrée appare in scena, nei panni del marinaio italiano Valère, anche il tenore Mathias Vidal,che però fatica a emergere sull’orchestra, rendendo poco percepibili i virtuosismi vocali; ben diversa la prova della Quintans, qui nel ruolo dell’amante Émilie, che sfoggia un timbro stupendo e colorature precisissime. Collocata all’inizio della II entrée, la II scena ha raggiunto una delicatezza disarmante grazie al monologo di Phani, interpretata magistralmente dal soprano italo-francese Laurène Paternò: l’atmosfera estatica del “Viens, Hymen” è stata resa ancora più emozionante dal fatto che Phani cantasse dal palco di III ordine in proscenio (sopra la buca dell’orchestra, chiusa per l’occasione), dialogando con il flauto posizionato sul palco opposto. Ancora notevole la prova del basso Wolf che, nei panni di Huascar, esegue una ieratica Fête du Soleil. Termina questa entrée il fantastico terremoto con eruzione del vulcano, in cui l’orchestra ha restituito perfettamente la maestria descrittiva — e soprattutto strumentale — di Rameau.
Dopo l’intervallo si prosegue con la III entrée, proposta in una versione significativamente accorciata; scelta quasi obbligata in un’esecuzione in forma di concerto poiché, dal punto di vista dell’azione drammatica, si tratta dell’entrée più debole, dove la danza ricopre il ruolo di protagonista. Nonostante la brevità, va necessariamente sottolineato lo stupendo quartetto “Tendre amour”, con Vidal (Tacmas), Quintans (Zaïre), Paternò (Fatime) e Wolf (Ali). Si arriva così alla meraviglia esotica della IV entrée, definita Nouvelle Entrée poiché aggiunta nel 1736 a seguito della revisione dell’opera, in cui il vigore rozzo della danza primitiva si fonde con il sofisticato idioma sonoro — tutto francese — di Rameau. Ineccepibile l’ironia e perfetta la caratterizzazione dei personaggi nella rivalità amorosa tra il fedifrago Damon, l’ufficiale francese al comando interpretato dal tenore Vidal, e il geloso Don Alvar, l’ufficiale spagnolo interpretato dal basso Wolf. Non resta che festeggiare con la travolgente Danse du grand calumet de la paix, arrangiamento per orchestra della precedente pièce per clavicembalo Les Sauvages, pubblicata nelle Nouvelles suites de pièces de clavecin del 1728. Termina l’opera l’ampia Chaconne, che mette in luce, ancora una volta, le mirabili capacità di orchestratore del compositore, oltre che le doti dinamiche e tecniche dei musicisti della Cappella Mediterranea.
Un concerto così movimentato non poteva che riscontrare un grande successo di pubblico — entusiasmo che spesso manca nelle serate della stagione d’opera e sinfonica —, tale da portare l’ensemble a eseguire nuovamente la celebre Danse des Sauvages. Come ha detto il m° Alarcón ringraziando il pubblico scaligero: «I selvaggi sono qui!».
