Dittico dell’uxoricidio
Il Teatro Massimo di Palermo inaugura la nuova stagione d’opera e balletto con un dittico all’insegna dell’uxoricidio, costituito da Aleko di Rachmaninov e Pagliacci di Leoncavallo. In Pagliacci si apprezza l’asciutto taglio interpretativo adottato da Francesco Lanzillotta sul podio. Non esente da qualche eccesso di rimandi è la cifra visiva contemporanea del doppio spettacolo di Silvia Paoli, da ascrivere pienamente nel perimetro del teatro di impegno civile.
Palermo, 23 novembre 2025 - Sciogliendo il collaudato dittico operistico dell’omicidio passionale, ossa Cavalleria/Pagliacci, per l’inaugurazione della sua nuova stagione il Teatro Massimo di Palermo compone un meno scontato dittico dell’uxoricidio, abbinando Aleko di Sergej Rachmaninov all’opera più nota di Ruggero Leoncavallo, ben cogliendo l’occasione di teatro civilmente impegnato grazie allo spettacolo pensato da Silvia Paoli. La regista fiorentina, partendo dalla forte attualità del tema del femminicidio, evidenzia il comune denominatore drammaturgico fra le due opere disseminando di correlazioni incrociate le due messinscene, che si rispecchiano mutuamente grazie ad un lavoro di rimandi talvolta raggelante, talaltra un po’ troppo insistito. Prima che la musica di Aleko si avvii una giovane donna in proscenio è barbaramente assassinata dal suo carnefice con innumerevoli coltellate; la sua spettrale presenza insanguinata, quale doppio delle vittime predestinate Zemfira e Nedda, costituirà il principale fil rouge dei due spettacoli, che condividono anche l’impianto scenico oratoriale, all’interno di una sorta di cavea poligonale disegnata da Eleonora De Leo. Non mancano però nemmeno le contrapposizioni: le livide luci di Fiammetta Baldiserri precipitano Aleko in un’atmosfera cupa che ben si attaglia alla tinta musicale ricercata da Rachmaninov, mentre luminosissimo è il primo atto di Pagliacci dalla cifra Felliniana, con i bei costumi di Ilaria Ariemme; il secondo atto diventa una commedia borghese, con Arlecchino nei panni dell’immancabile idraulico da macchiettistico adulterio della commedia all’italiana: e ritroviamo allora gli stessi arredi dell’appartamento di Aleko e Zemfira ad evocare l’imminente tragedia. Fra le varie interpunzioni di simboli e richiami (le gerbere, fiore simbolo contro la violenza di genere, il ricorso al medesimo abito da parte di Zemfira e Nedda durante l’uxoricidio, e via dicendo) c’è perfino spazio per una sorta di autocitazione, giacché Tonio assume le sembianze di un domestico filippino che sembra rinviare a quella Scala di seta pesarese con cui la Paoli esordì nel teatro d’opera all’interno del team creativo di Damiano Michieletto.
Se Aleko è anticipato da un femminicidio inscenato in proscenio e tutta la vicenda seguente è rievocata con l’espediente (un poco abusato) del flashback, spetta ad un piccolo estratto dal docufilm Comizi d’amore di Pierpaolo Pasolini introdurre Pagliacci, spettacolo in cui il momento di massima intensità emotiva si raggiunge a conclusione dell’Intermezzo, quando i nomi delle donne vittime di femminicidio dall’inizio dell’anno a oggi si materializzano uno dopo l’altro sul tulle scuro nel boccascena. Il corpo di ballo a ranghi ridotti si disimpegna nelle due ampie pagine di balletto di Aleko con le coreografie di Daisy Ransom Phillips, mentre sulla parte musicale sovrintende la bacchetta di Francesco Lanzillotta, sensibile verso gli equilibri di sonorità fra buca e palco, quest’ultimo molto impiegato in profondità, oltre che privo di elementi scenici deputati alla riflessione suono. Il taglio interpretativo adottato in Pagliacci, scrostati dagli eccessi di tradizione, e con scelte agogiche più scorrevoli dell’usato (si veda lo stacco del coro “I zampognari”, ma anche quello dell’intermezzo) pone la lettura agli antipodi da ciò a cui ci hanno abituato le bacchette oggi avvezze al verismo musicale, da Daniel Oren a seguire. In Aleko riesce meno la ricerca di sonorità scure e corpose, tipicamente russe, peculiarità precipua del sinfonismo čajkovskiano di cui questo lavoro giovanile di Rachmaninov è largamente intriso, complice un’articolazione di suono degli archi non sempre convincente e sovente afflitta da un’eccessiva mollezza. La compagine orchestrale, forse non al massimo della concentrazione, incappa in qualche attacco poco a fuoco, nonostante il podio sia caratterizzato da un gesto abbastanza chiaro, così come la sezione femminile del coro istruito da Salvatore Punturo lascia intravedere preoccupanti segni di cedimento (specie nella prima scena di Aleko), che sembrano non interessare invece la sezione maschile, pur meglio versata nella perentorietà del canto che non nelle finezze.
Nel duplice cimento come Zemfira e Nedda si fa apprezzare il pregevolissimo timbro scuro di Carolina López Moreno, capace anche di una presenza scenica assai pregnante, sebbene non esente da qualche tensione in acuto e da un lieve affievolimento di consistenza nel grave. Notevole il baritono Elchin Azizov, nel ruolo eponimo di Aleko e poi Tonio, forte di uno strumento ragguardevole, manovrano con apprezzabile solidità, oltre che capace di una dizione italiana più che plausibile. Viceversa senza il senso della parola infila le sillabe Brian Jagde la cui emissione costantemente muscolare consente di realizzare un Canio esuberante sì, ma poco allineato con il taglio interpretativo praticato dal podio, anche se di sicuro effetto. Gli amorosi sono rispettivamente il timbricamente ragguardevole Pavel Kolgatin in Aleko e un saldo Gustavo Castillo in Pagliacci, in cui si ritrova anche l’inappuntabile Peppe di Matteo Mezzaro. In Aleko, infine, Petar Naydenov realizza bene la senescenza del Vecchio zingaro, grazie al vibrato largo della sua emissione, mentre converrà sorvolare sul piccolo intervento di Teresa Nicoletti quale Vecchia zingara al termine della breve opera.
Ultima replica il 27 novembre per un dittico non privo di elementi di interesse e di inviti alla riflessione. I nostalgici dell’abbinamento di Pagliacci con Cavalleria rusticana dovranno solamente attendere che la stagione, fra l’ennesima Bohème con la regia di Pontiggia e un suo nuovo allestimento di Aida, si trascini fino al prossimo settembre 2026, prima dell’ennesimo Rigoletto conclusivo di un cartellone già sulla carta non particolarmente entusiasmante.
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