L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Panta rei, con amore

di Roberta Pedrotti

Torna a Bologna la storica, acclamata produzione della Bohème con la regia di Graham Vick, ora ripresa amorevolmente da Ron Howell, con la concertazione assai pregevole di Martijn Dendievel e la presenza, inconsueta sulla carta e convincente nei fatti, di Antonino Siragusa come Rodolfo.

BOLOGNA, 25 novembre 2025 - L'inverno si alternerà sempre alla stagion de' fiori, la rondine tornerà a cinguettare al nido, ma non saranno mai le stesse. Tutto scorre e il medesimo fiume non è mai della medesima acqua. Sono passati quasi otto anni dalla prima di questa Bohème con la regia di Graham Vick e chi c'era probabilmente lo ricorderà per sempre, anche con un nodo alla gola e un singhiozzo: serate di magia irripetibile, che pure si ripete. Si è ripetuta con il ritorno dell'opera al Comunale dopo il lockdown nell'estate del 2021 e si ripete oggi, al provvisorio Nouveau: i volti, le voci e i corpi sulla scena sono cambiati, come ogni anno sotto le due torri si avvicendano le storie di chi si laurea e di chi si immatricola, la gioventù di ciascuno può morire come Mimì, ma l'anima della Bohème è eterna.

Oggi ancor è anche la prima volta in cui Graham Vick, ucciso dal Covid proprio nei giorni delle repliche del 2021, non è più con noi. “Graham sta male” si mormorava intorno alla prima quattro anni fa, ma la sua opera, il suo insegnamento non sono morti e sembra sempre di vederlo, infaticabile, sorridente, acuto. Lo vediamo con noi anche perché a ridar vita con amore alla produzione (e speriamo sia sempre così anche per altri capolavori del maestro inglese) c'era proprio Ron Howell, non solo un compagno nella vita, ma anche parte fondamentale e complementare del suo fare teatro, il coreografo che sapeva dare il tocco in più di incarnazione fisica all'idea del regista. Nella ripresa di Howell (in collaborazione con Yamal das Irmich) sentiamo che Vick è ancora presente e nonostante la struttura del palcoscenico del Comunale Nouveau impedisca alcuni effetti (per esempio l'avanzare e il retrocedere della soffitta disegnata, come i costumi, da Richard Hudson con le luci di Giuseppe Di Iorio), si torna a sorridere o a commuoversi per uno dei mille armoniosi dettagli di cui è composto il perfetto microcosmo di questa Bohème – e ciascuno scelga il suo, ché tutti possiamo specchiarci in essa.

Dopo Mariotti e Ciampa, sul podio troviamo Martijn Dendievel, trentenne più volte apprezzato negli ultimi anni a Bologna e purtroppo assente nel prossimo cartellone. Verrebbe quasi istintivo definire sinfonica la sua lettura, se l'aggettivo non rischiasse fraintendimenti: la teatralità non è sacrificata, il palcoscenico non è subordinato alla buca, anzi, il suono sa assottigliarsi con cura cameristica senza mai perder corpo. Si ammira, semmai, la maturità nel non strafare, non esibire mai, pur nell'elasticità e nell'ampia gamma di dinamiche. L'orchestra del Comunale offre veramente un'ottima prova, con uno smalto sempre affinato e duttile, sollecito nel narrare con naturalezza, nel seguire la frase, la situazione, nel far crepitare un'esile fiammella o lasciar cadere fiocchi di neve soffici nel freddo pungente, nel farsi tenerezza, gioco o dolore, come una vera, accortissima, attrice di questa Bohème.

Non sempre il cast raggiunge questa stessa finezza di sfumature, ma ciò non affievolisce la soddisfazione complessiva. Soprattutto, spiace che Melissa Purnell, Mimì dalla voce salda e ben amministrata, appaia un po' troppo omogenea, senza cogliere appieno la poesia della sua parte: se una frase come “Vorrei che eterno durasse il verno” non schianta il cuore, qualcosa non va, ma il giovane soprano canadese potrà senz'altro affinarsi sul piano espressivo. Azzeccata, anche nel suo differenziarsi dalle interpreti precedenti senza tradire l'impostazione del personaggio, la Musetta di Francesca Benitez, così come tutto il gruppo di bohèmien che eredita l'amato appartamentuccio messo in affitto da Benoit, vale a dire il Marcello di Luca Galli, lo Schaunard di Davide Peroni e il Colline di Adriano Gramigni, dalle voci ben timbrate, tutti attentissimi alla chiarezza dell'articolazione, sciolti cantanti attori capaci di convincere sempre più, di quadro in quadro. Un discorso a sé merita il Rodolfo di Antonino Siragusa, la cui presenza in locandina – lui, uno dei i rossiniani par excellence negli ultimi lustri – può aver stupito molti e che mette alla prova preconcetti e pregiudizi. Chi si aggrapperà a un'idea astratta di fantomatica “voce pucciniana” o al ricordo di qualche beniamino del passato vorrà anche aggrottare le ciglia, ma chi ascolta Siragusa ascolta una voce ben impostata, dal timbro pressoché intatto, con un metallo chiaro che si addice alla gioventù del personaggio e squilla impeccabile in alto. Si ascolta una dizione limpidissima, si apprezza una musicalità affinata nella grande palestra del belcanto nel gusto e nella duttilità, nel porgere sorvegliato e comunicativo e quando segue il dettato pucciniano di scendere al mi centrale nel finale primo, non è solo la scelta musicalmente più giusta, è anche un suono bello, a fuoco quello che ascoltiamo. Se un appunto (o, meglio, un consiglio) si può muovere è quello di evitare il pianto nel finale, che poco si confà alla paralisi e alla fuga di fronte alla morte di questa produzione. Per il resto: ecco la dimostrazione che quando si canta bene, si è artisti e musicisti, le etichette possono cadere.

Nicolò Ceriani assume con la padronanza che sappiamo le parti di Benoit e Alcindoro; Yongtianyi Yin è Parpignol; Enrico Piccinni Leopardi un venditore; Giuseppe Nicodemo e Gianluca Monti i due doganieri. Ottima, poi, la performance dei cori, quello adulto preparato da Gea Garatti Ansini e quello di voci bianche guidato da Alhambra Superchi, ancora una volta superbi pure nella resa attoriale di ciascuno in quel capolavoro assoluto di teatro che è il quadro del Caffé Momus divinamente organizzato da Vick.

Ci manca, Graham Vick, ma lo abbiamo sempre vicino. Come La bohème, con ogni Mimì che muore e ogni gioventù che rinasce, e che ancora una volta si applaude, con gioia e una lacrimuccia.

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