L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

I puritani oltre il belcanto

di Antonino Trotta

Al Teatro Fraschini di Pavia approda il nuovo allestimento dei Puritani di Bellini, coprodotto dai teatri del circuito OperaLombardia. Convince, pur con qualche riserva, la regia di Daniele Menghini e si fa apprezzare la concertazione precisa ed energica di Sieva Borzak. Il cast, ben assortito, vede primeggiare Maria Laura Iacobellis e Roberto Lorenzi.

Pavia, 22 novembre 2025 – Non è mai facile, anche per un teatro di prim’ordine, mettere in scena I puritani: essa rappresenta l’estremo approdo della poetica belliniana, un’opera in cui la melodia diventa veicolo quasi esclusivo di senso, plasmata con una spontaneità e una capacità emotiva che segnano uno dei punti più alti della vocalità romantica italiana. Il canto è al centro della narrazione, come sempre in Bellini, ma qui raggiunge una rarefazione quasi astratta, al punto da farsi struttura drammaturgica alternativa, supplendo alle fragilità del testo. Il libretto di Carlo Pepoli, infatti, presenta evidenti limiti sul piano della costruzione: la frammentarietà degli episodi, gli snodi risolti con approssimazione e i personaggi delineati più in funzione della resa vocale che di una reale logica bastano e avanzano per imbastire un ordito talvolta pretestuoso e flebile. I problemi d’affrontare, dunque, sono tanti: i cantanti, innanzitutto, dovranno almeno far le note – cosa non scontata qui dove il belcanto s’impone con tutti i suoi crismi – e poi, eventualmente, dar loro senso; il direttore, dal par suo, dovrà guardare bene dentro la partitura per non lasciarsi soltanto accecare dal sublime melodista ed esaltare la caratura del drammaturgo musicale quale Vincenzo Bellini era. E il regista, infine, dovrà inventarsi qualcosa per dar continuità a un’azione alterna, senso dove il testo lo nega, trasformando insomma la contemplazione musicale in gesto teatrale. Alla luce di tali premesse, il lavoro della virtuosa OperaLombardia appare ancora più entusiasmante: nel nuovo allestimento dei Puritani, intercettato al Teatro Fraschini di Pavia, si coglie la volontà di non sacrificare alcun aspetto a scapito di un altro, di restituire l’opera in una dimensione teatrale compiuta e di non ridurre il capolavoro ultimo di Bellini a mero tempio del belcanto e basta.

Daniele Menghini e la sua squadra – Davide Signorini alle scenografie, Nika Campisi ai costumi, Gianni Bertoli alle luci, Andrea Piazza come assistente alla regia – immaginano la vicenda trasposta ai giorni nostri, in una comunità che vive il culto dei padri fondatori, celebrato attraverso la venerazione di anticaglie varie. È un presente dominato da un’ossessione identitaria, in cui il riferimento alle origini si fa dogma e chi non vi si conforma viene emarginato; una società che, nel nome della tradizione, ricorre alla violenza – d’altro canto nei Puritani, se non si fa l’amore, si combatte – e a maniere coercitive per correggere o punire ogni deviazione, imponendo un percorso univoco e impermeabile al dissenso. Solo nell’universo allucinato di Elvira pare aprirsi uno spiraglio di tregua: quando la protagonista scivola nella follia, il clima oppressivo si stempera e la scena sembra alleggerirsi – molto bella l’enorme torta nuziale-prigione che domina tutta la scena nel terzo atto –, come se solo attraverso la perdita di contatto con la realtà fosse possibile sottrarsi alla pressione collettiva. Certo, lo stacco che s’avverte tra ciò che la musica desta e l’emozione che la scena impone molto spesso è forte, ingenerando una frattura che, se non sconvolge, quantomeno disorienta: il celebre finale del secondo atto, ad esempio, con la sua «Suoni la tromba intrepido» così intrisa di nobiltà cavalleresca, può risultare un po' leso, almeno nello spirito, dall’ennesimo pestaggio di un povero cristo che alla fine finisce pure freddato dal buon Giorgio. Tuttavia s’apprezza, anche là dove si correda il racconto con qualche trovata decisamente kitsch – l’orsetto che Arturo dona a Elvira nel terzo atto, forse simbolo di quell’ingenuità che ancora abita la fanciulla, fa esplodere la sala in una risata inattesa –, la mano con cui Menghini costruisce lo spettacolo, la cura nel non sottovalutare la recitazione che è sempre parte integrante e mai accessoria di un’opera, l’ottima gestione delle masse, la ricchezza di strumenti con cui la regia articola la propria visione – nel microcosmo di Elvira, va detto, tutto funziona molto bene e la scena di pazzia è risolta con eleganza e poesia – senza mai tradirla né venirle meno. Al di là dell’apprezzamento complessivo, che necessariamente andrà a pescare nel gusto personale, va riconosciuto a Menghini e alla sua squadra il merito di non essersi arresi in partenza, ma di aver scelto di confrontarsi a fondo con un testo problematico. Hanno costruito la narrazione con solida competenza tecnica, assumendosi il rischio dell’interpretazione e proponendo una visione che, pur discutibile in alcuni passaggi, si mantiene sempre lucida e credibile.

Nemmeno Sieva Borzak, che a fine recita si becca qualche fischio, convince unanimemente il pubblico. Eppure in buca, alla guida dell’eccellente I Pomeriggi Musicali, si rivela guida preparata e attenta, capace di infondere al dettato belliniano, pur lievemente tagliato qua e là, mordente e tensione drammatica senza indulgere in languori o compiacimenti. La sua lettura predilige un fraseggio energico e ben scolpito, talvolta forse a scapito di quella sospensione lirica esasperata che in Bellini per prassi ci si attende. È vero, la generale preferenza per tempi svelti porta alcuni numeri ad assumere connotati peculiari; tuttavia, l’agogica serrata e scattante non è mai spia di una concertazione sfuggita di mano – anche perché in buca come sul palcoscenico non si registra alcun incidente –, bensì espressione di una chiara intenzione musicale sostenuta da una solida conoscenza e da un controllo pieno della partitura, sempre offerta nella pienezza dei suoi colori e delle sue dinamiche.

Il cast è molto ben assortito. Maria Laura Iacobellis, applauditissima, veste i panni di un’ottima Elvira. Se la vocalista affronta le acrobazie con slancio e tecnicismo agguerrito, benché non funambolico, l’interprete sa far appello a grandi risorse di espressività per modellare la forbita linea vocale con gusto, misura e sensibilità, così da restituire efficacemente tutte le oscillazioni emotive del personaggio: il porgere fragrante, la parola scolpita, le dinamiche ben calibrate tra smorzature e messe di voce, unitamente a una recitazione sempre partecipe, si assommano nel ritratto di una figura autenticamente tormentata, capace di incarnare con incisività scenica la fragile speranza, l’angoscia, il delirio e, infine, la redenzione dell’eroina in un percorso drammatico che dalla luminosa attesa dell’amore conduce alla disperazione e poi alla rinascita. Non minore è l’entusiasmo suscitato dal Sir Giorgio di Roberto Lorenzi, che sembra tagliato su misura per la parte e per la scrittura belliniana in generale, forte di uno strumento ampio e vellutato, sorretto da un’emissione sempre perfettamente centrata e da un legato che gli permette di distendere la frase con intensa nobiltà. La naturale autorevolezza del canto, il fraseggio scultoreo e l’accento maestoso restituiscono così lo zio di Elvira, nonostante le mani lorde di sangue, in quella dimensione di moralità fiera e pietosa che ne fa figura di alto profilo umano, capace di coniugare senso del dovere e compassione, imponendosi come autentico custode degli affetti e garante della riconciliazione finale. Sunu Sun, nei panni di Riccardo, è annunciato indisposto e di fatto è costretto a giocare in difesa nella cavatina del primo atto. Lo fa, però, con molto onore, sfoggiando un timbro pieno e brunito che diviene baricentro di una prova affrontata con assoluta dignità, pur senza potersi spingere verso gli slanci – e gli acuti – più impervi. La linea di canto rimane controllata e appropriata, corredata da un’articolazione attenta e, col procedere della recita, lascia intravedere una personalità vocale che, a pieno regime, promette esiti di maggior rilievo. Di Valerio Borgioni si è più volte lodate, su queste colonne, la bellezza del solare mezzo e la ricercatezza di certe mezze voci che impreziosiscono sempre la corda tenorile, così come abbiamo già altrove segnalato una certa timidezza interpretativa che tende a velarne l’incisività, tanto vocale quanto scenica. Alle prese con l’incantabile ruolo di Arturo, tali osservazioni trovano conferma e, pur dovendo riconoscere più di un acuto saettato con squillo e baldanza, permangono alcune perplessità legate a un’emissione non ancora pienamente a fuoco e forse limitante in una parte monstre come questa. Molto convincente l’Enrichetta di Benedetta Mazzetto, dotata di timbro caldo e avvolgente. Completano correttamente la locandina il Gualtiero di Gabriele Valsecchi e il sir Bruno di Enrico Basso. Il Coro OperaLombardia, ottimamente preparato da Massimo Fiocchi Malaspina, si distingue per compattezza, cura stilistica e partecipazione anche attoriale.

Come anticipato, qualche isolato dissenso rivolto al direttore attenua solo in parte il convinto entusiasmo che la sala del Fraschini riserva ai cantanti.

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