Tre italiane per Mozart
Anastasia Bartoli, Cecilia Molinari e Francesca Aspromonte sono i tre principali capi della Clemenza di Tito al Teatro La Fenice: pur così differenti tra loro – anzi, proprio in quanto differenti – avvalorano l’ampiezza di prospettiva del capolavoro mozartiano. Bene anche Nicolò Balducci, male Daniel Behle nella parte del titolo (che non è quella protagonistica). Da Ivor Bolton una concertazione non d’avanguardia, ma con un’orchestra e un coro in ottima forma, e da Paul Curran un’innocua regìa cui conviene limitarsi.
VENEZIA, 23 novembre 2025 – La stagione lirica del Teatro La Fenice s’è inaugurata con La clemenza di Tito di Mozart (cinque recite dal 20 al 30 novembre) e il suo principale problema è non per sé ma per le altre letture date in giro dello stesso capolavoro. La ricetta miracolosa è la più scontata e assieme la più ignorata: far cantare il libretto di Metastasio (mazzolanizzato, va bene, ma metastasiano) e quella musica iperuranica a cantanti italiani, ossia con possesso di prosodia, sostanza di mezzi e prestanza di tecnica. Ciò era lapalissiano anche alla prima assoluta del 1791, a Praga, poi è stata inventata la panzana dello specialismo inglese, germanico e francese – un po’ differente è il contributo degli statunitensi, spesso capaci di dare un modello di folle tenacia – né a livello internazionale se n’è più venuti fuori. A Venezia c’era invece la Vitellia di Anastasia Bartoli, paradigma di prima donna all’italiana per agio in una tessitura che trascorre su tutti i registri, granitica solidità dell’emissione, polputa energia di vocalizzazione, caustica pregnanza dell’accento, calligrafismo disinnescato dal temperamento: mai ascoltata un’interprete più sfacciatamente disinvolta in questa parte micidiale; prima di lei, così, eppure diversissime tra loro, soltanto Anna Caterina Antonacci e Carmela Remigio. A Venezia c’era quindi il Sesto di Cecilia Molinari, e dai tempi di Teresa Berganza e Monica Bacelli non se ne ammirava uno più legato, tornito e timbrato nella linea, né più autentico e palpitante nel porgere senza cedere in raffinatezza, né recitato con più consapevole scioltezza nel gesto e nel verso: una meraviglia per la parte protagonistica maschile (che, no, in base a norme oggettive della drammaturgia musicale, non è quella di Tito, preferita nel titolo solo per via dell’alloro in capo). A Venezia c’era infine la Servilia di Francesca Aspromonte, incanto di erudizione stilistica, vividezza espressiva e omogeneità estensiva, al cui fianco l’impegnato Annio di Nicolò Balducci si distingue e quasi stride – ma ci sta – in nome della tesissima corda di sopranista, là ove il pasticcio è servito nell’unica scelta non riferibile con certezza alla passata direzione artistica: un Domenico Apollonio che alla recita qui recensita è riuscito a sfasare dall’orchestra l’intera aria di Publio. Un più grave disastro consiste tuttavia nella scrittura di Daniel Behle quale Tito Vespasiano, l’unica utilità del quale è rammentare cosa rechi la scelta di voci mozartiane dalle parti di Salisburgo: il suo canto dovrebbe suonare scolpito, sfumato, lucido, ed è invece torbido, spezzato, affannoso, distaccato, disomogeneo, piagnucoloso, coi superbi recitativi metastasiani – il racconto dell’eruzione del Vesuvio, per esempio – condotti alla persuasiva eloquenza del gatto Torakiki di Hello! Spank. Un Federico Maria Sardelli sul podio avrebbe garantito la giusta messa a fuoco della partitura, secondo quelle migliori riacquisizioni di prassi esecutiva che oggi non si può più trascurare; Ivor Bolton, dal canto suo, persevera in una maniera tradizionale vecchia di sessant’anni, ma sa almeno rinnovare la propria impostazione del 2003 al Maggio Musicale Fiorentino, e soprattutto gode di un’orchestra e di un coro la cui ottima forma batte le meschinità ultimamente sofferte. Nuovo allestimento firmato da Gary McCann sia per le marmoree scene sia per i costumi, col bislacco dettaglio che i personaggi, nell’uscire da una congiura con tumulto e incendio, proprio allora si presentano vestiti di fresco e di nuovo: ciò avviene sotto la regìa di Paul Curran, drammaturgicamente innocua e significativamente dannosa a sé stessa quando tenti il salto, vedi la pistola puntata da Tito su Sesto, con la quale si deride la pedagogia metastasiana e in cambio del nulla.
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