Fra Napoli e Parigi
di Luigi Raso
La stagione del Teatro Verdi di Salerno prosegue con una riuscita produzione del Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota.
SALERNO, 8 dicembre 2025 - Una spruzzata di Rossini, il sorriso malinconico del Falstaff verdiano, sillabati incandescenti che rimandano al Pesarese e a Donizetti; e poi squarci lirici che profumano di Gianni Schicchi, echi di Offenbach, riflessi del café-chantant, del vaudeville, qualche lampo di verismo, e persino una grottesca citazione wagneriana: il Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota è un gioiello comico, un mosaico scintillante, un caleidoscopio di riferimenti reinventati con il tocco arguto, sapiente e leggerissimo del compositore.
La vicenda – questa pochade francese di metà Ottocento, Un chapeau de paille d'Italie di Eugène Labiche, avrebbe reso felice Eduardo Scarpetta, attore e commediografo che importò dalla Francia il genere e testi adattandoli all’humus teatrale napoletano – si svolge a Parigi, al cui interno ruotano ambienti borghesi, militari, nobili decaduti, parvenus.
La levità è forse il tratto più sorprendente dell’opera più nota di Nino Rota. Composta nel 1945, in un’Italia segnata dagli ultimi lampi della guerra e della Resistenza, Il cappello di paglia di Firenze è una fuga nel sorriso. Un alito di leggerezza non superficiale, necessario per riprendere a vivere.
Da questo universo leggero, sorridente, movimentato, ironico ed elegante prende forma il nuovo allestimento del Teatro Giuseppe Verdi di Salerno, realizzato in collaborazione con il Conservatorio “Giuseppe Martucci”. È uno spettacolo di spiccata intelligenza teatrale, coerenza stilistica e gusto scenico firmato da Riccardo Canessa, il quale coglie lo spirito dell’opera: non solo farsa, non solo commedia, ma teatro della leggerezza riconquistata, nel quale ritmo e gesto si fondono, sorrisi e piccoli drammi coesistono e si mescolano.
La regia strizza l’occhio al teatro di Eduardo Scarpetta, di cui proprio nel 2025 ricorrono i cento anni dalla morte (29 novembre 1925). Molte trovate, alcune gag, la gestualità rimandano al codice teatrale napoletano di fine Ottocento: viene rivitalizzato quel collegamento culturale, saldo e profondo, che esisteva tra la capitale francese e Napoli.
E così in questo Cappello ritroviamo il ritmo teatrale metabolizzato, la comicità elegante, arguta e mai triviale, la corsa e i colpi di scena vorticosi che sono la cifra del teatro di Eduardo Scarpetta, che vengono qui adattati alla musica sulfurea e variegatissima di Nino Rota.
Il risultato? Uno spettacolo garbato, frizzante, di una mobilità teatrale sempre ben calibrata.
Le scene e i costumi, come sempre azzeccati ed eleganti, di Alfredo Troisi, nel rimandare a Parigi rispecchiano e riflettono lo spirito dell’opera con gusto impeccabile.
E brio e levità promanano anche dal versante musicale.
Francesco Rosa guida l’orchestra del Conservatorio salernitano accompagnando i cantanti con sensibilità, assecondando le loro esigenze, calibrando i volumi con cura. Insomma, ascolta e guida il palcoscenico, garantendo buon equilibrio tra buca e scena, e assicurando una tendenziale buona tenuta d’insieme. La sua è una concertazione brillante, agile, dal passo teatrale vivace, aderente al ritmo della regia.
L’orchestra, costituita dai giovani allievi del Conservatorio, si dimostra disciplinata, volenterosa ed energica, e dal bel suono, tanto da ben restituire la tavolozza sonora di Rota.
Anche il Coro del Conservatorio preparato da Francesco Aliberti spicca; in particolare, il reparto femminile si fa apprezzare per freschezza, genuinità rotondità sonora; l’intera compagine mostra un impasto leggero e in stile.
Alla riuscita dello spettacolo concorre anche il cast, affiatato e scenicamente valido.
Pierluigi D’Aloia, un Fadinard dalla presenza scenica agilissima, si nota per il bel timbro, gli acuti fermi e l’elegante fraseggio.
Brilla Nicola Ulivieri, un Nonancourt credibile e dalla gran verve: basso-baritono di grande esperienza, costruisce un personaggio divertente senza mai scadere nella macchietta, forte di un controllo vocale e attoriale calibratissimo.
Sonia Ganassi, nei panni della baronessa di Champigny, supplisce con l’intelligenza interpretativa a un’organizzazione vocale alquanto offuscata: la sua è una lezione di stile, di sottile ironia che affiora senza caricature. Scolpisce il personaggio con efficaci sfumature. Maria Sardaryan è soprano da rigogliosi e ben gestiti mezzi vocali: offre un’Elena di luminosa freschezza, dalla voce tersa e robusta, molto ben “puntata” e proiettata nel registro acuto, dall’interessante fraseggio; le giova, inoltre, una presenza scenica agile e credibile.
Carlo Lepore si conferma indiscusso maestro di elegante comicità: il suo Beaupertuis è costruito sulla parola scolpita, sfumata, cesellata e pesata, e su una presenza teatrale sempre appropriata, fondata su una gestualità teatralissima e mai inutilmente plateale.
Francesca Siani, Anaide spigliata e briosa, brilla per vitalità scenica, ma sconta una proiezione vocale limitata.
Efficaci e nel complesso ben inserite nello spettacolo le parti secondarie ma significative di Antonio De Rosa (Emilio), Vincenzo Tremante (lo zio Vezinet), Margherita Rispoli (una modista), Rosario Caramico (un caporale delle guardie), Paolo Affilastro (una guardia), Luca Venditto (Felice/Achille); eccellente, poi, la prova del violinista Marco Melillo nei panni del virtuoso Minardi.
Al termine, il pubblico, divertito e coinvolto, applaude con calore: lunghi applausi e festeggiamenti per tutti gli artefici di questo divertente, garbato e godibile spettacolo.
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