L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La bontà in trionfo

di Luca Fialdini

La prima di stagione del Teatro del Giglio riscuote un bel successo di pubblico grazie a una Cenerentola gradevole e a un buon cast solistico

LUCCA – La Cenerentola rossininana sancisce la positiva inaugurazione della stagione d’opera del Teatro del Giglio, recuperando l’allestimento del 2017 rinnovato in occasione della coproduzione con il Comunale di Ferrara, dove l’opera approderà il prossimo mese.

I due poli produttivi sono davvero complementari in questo caso, con l’apparato scenico di totale paternità lucchese, mentre le voci sono state selezionate in collaborazione con il “Progetto triennale per giovani cantanti centrato sulle opere di Rossini” curato da Leone Magiera e – appunto – dal teatro ferrarese. Quest’ultimo aspetto merita particolare attenzione perché si tratta di interpreti esclusivamente under 35, ma il senso del progetto non è quello di un’opera studio o recite da accademia: l’intento è quello di fornire un’occasione concreta, con un carnet di rappresentazioni ordinarie in due teatri di tradizione, a chi di solito in queste situazioni difficilmente può ambire alle prime parti. Possiamo definirla una scommessa sui giovani e, come si può facilmente intuire, è stata vinta.

L’ideazione di Aldo Tarabella propone un’impostazione che guarda quasi solo l’aspetto comico di quello che è indicato nel libretto come «dramma giocoso». C’è una bella pulizia sulla scena e la mano invisibile del regista dà il suo meglio nella gestione delle masse; se si ricerca con un po’ troppa intenzionalità l’artificio comico a tutti i costi (e a volte i gesti scenici tendono a essere eccessivamente ripetitivi), è p, cour vero che questo allestimento denota notevole freschezza e gradevolezza, facendo scorrere gli oltre 90 minuti del primo atto senza il minimo cedimento. Le scene di Enrico Musenich e i costumi di Rosanna Monti seguono l’idea di una realizzazione eminentemente buffa, con tutte le ricercate assurdità visive ormai domestiche per il Rossini-comique; è chiaro che un allestimento non possa offrire tutto quel che un titolo abbia da dire, però si sente la mancanza dell’altra metà della medaglia: fra le opere “buffe”, per usare una terminologia piuttosto imprecisa, Cenerentola occupa un posto particolarissimo e non solo perché al suo interno ha temi da opera seria, ma anche per la singolare purezza del suo umorismo, sempre garbato e senza allusività (al contrario dell’Italiana o del Barbiere, ad esempio). Nel suo complesso resta un’opera malinconica e piena di ricordi. Non è obbligatorio affrontare anche questa dimensione e – come detto – il taglio di questa edizione funziona egregiamente, però siamo certi che Tarabella avrebbe fornito una lettura ancor più interessante esplorando anche gli aspetti meno brillanti, come fanno bene intuire alcuni squarci nel primo atto («Signore, una parola»), in cui la resa del momento è coadiuvata in modo efficace dalle luci di Marco Minghetti.

Non ultimo, l’inserimento di movimenti coreografici è gestito con tale intelligenza da risultare del tutto integrati nell’azione scenica, per cui il meritato plauso va sia alle brave danzatrici Alice Lemmetti, Virginia Luisa Ricci ed Emma Teani sia alla coreografa Giulia Menicucci.

La direzione di Daniel Smith segue da vicino la prospettiva della regia, segnalandosi per il piglio brillante e l’esaltazione nervosa del fraseggio, qui restituito gustosamente aguzzo; la cosa che presta più il fianco a obiezioni è la scelta dei metronomi, in genere adeguati ma in più occasioni fin troppo veloci, a cui si deve aggiungere la tendenza a una certa sbrigatività nel concedere il respiro alle voci. Tenendo conto che l’intero cast è al suo debutto in questo titolo, si poteva concedere uno spazio in più al galateo. Nel complesso fila tutto, con una lettura corretta e un bel lavoro da parte del podio, ma un approccio più morbido sulle velocità avrebbe probabilmente evitato qualche piccolo incidente (per quanto quasi trascurabile). Dal canto suo, l’Orchestra della Toscana dimostra un bel mordente e anche se l’abbiamo udita più compatta, di certo sfoggia il giusto equilibrio fra le sezioni – agguerritissimi i legni bilanciati dagli ottoni – concedendosi pure qualche attenzione timbrica, come i passi al ponticello eseguiti con meno timidezza rispetto alla tradizione. Nonostante una presenza non particolarmente numerosa, il Coro Arché preparato da Nicoletta Cantini fornisce un’ottima prova, segnalandosi per la precisione e la coesione, imponendosi all’attenzione degli spettatori ad ogni ingresso. Di notevole fattura la realizzazione del continuo da parte di Flavio Fiorini, molto aderente al canto e pure dotata del giusto humour (anche se siamo curiosi come fagiani di sapere perché alla discesa del vessillo di Montefiascone si sia deciso di suonare «Bella vita militar»).

Nella valutazione del cast vocale va senz’altro considerata la cautela della giovane età e del debutto in un titolo che proprio semplice non è. Si rileva una certa stanchezza generalizzata, con ogni evidenza dovuta alle prove senza giorni di riposo, che apparentemente inficia un po’ la proiezione a chi più, a chi meno; detto questo il risultato è comunque di buon livello e l’entusiasmo del pubblico è assolutamente giustificato: il gruppo appare davvero affiatato e lavora benissimo, sostenendo l’illusione con grazia, trovando un buon equilibrio fra le bizzarrie della regia e le non poche ombre della partitura. Come ultimo rilievo generale, si osserva nelle arie la tendenza a tenere tantissimo l’ultima nota, entrando nella cosiddetta “modalità barrito”; si può capire il desiderio di emergere i di dar sfoggio dei propri mezzi, ma l’effetto è tutt’altro che elegante e, in tutta sincerità, se lo si fa per innescare l’applauso del loggione è fiato sprecato; se un cantante ha voce lo si capisce nell’interezza del ruolo, non nella singola aria e sicuramente non nell’ultima nota, il resto è solo appariscenza ginnica.

Boutade a parte, quello selezionato per questa produzione è un ottimo gruppo di giovani professionisti, molti dei quali abbiamo già avuto il piacere di recensire in passato e siamo felici di ritrovarli in avanzamento di carriera. Molto bene le tremende/meravigliose sorellastre Ilaria Monteverdi (Clorinda) e Greta Carlino (Tisbe), che abbinano a un riuscito umorismo una linea vocale corretta, dotata di un’articolazione nitida; meno convincente l’Alidoro di Valerio Morelli, coscienzioso nella tecnica ma ancora troppo acerbo per un ruolo che impone gravità anche a livello di presenza scenica.

Gianluca Failla (Don Magnifico) è interessante sul versante attoriale e in questo appare molto saldo, ma musicalmente parlando ha dovuto affrontare alcune difficoltà causate dalla tendenza a tirare indietro (finendo per questo tre volte fuori tempo, portandosi dietro Dandini nell’ultima: in questo caso forse poteva esserci un maggior sostegno da parte del podio). Meglio Alikhan Zeinolla (Ramiro), che può contare su un timbro chiaro, probabilmente con la possibilità di guadagnare ancora qualcosa in squillo e proiezione; le sue colorature appaiono diligentemente sgranate e dimostra anche una certa facilità nel registro acuto.

Ottima Giulia Alletto nel ruolo del titolo, a cui riesce a infondere la giusta malinconia. Dotata di una tecnica solida, Alletto ha un suono sempre appoggiato su tutta la gamma (e con un registro grave più corposo rispetto al passato) e fronteggia la parte con apparente disinvoltura fino alla fine, portando a casa un «Non più mesta» assai brillante. Alletto può vantare colorature ben cesellate, filati e messe di voce al giusto servizio della partitura ma soprattutto un gusto quanto mai appropriato nella resa del personaggio.

Se Pasquale Greco non è il migliore della serata, se la gioca con Alletto: questo baritono, ascoltato l’ultima volta due anni fa come Papageno, entra in scena e doma il difficile ruolo di Dandini come se niente fosse. Si può sempre far meglio e i margini di miglioramento di certo ci sono, ma le sue colorature sono state senza dubbio le migliori della serata; chiarissimo in ogni registro, accuratissimo nell’intonazione e dotato della miglior proiezione udita in questa serata. Come se non bastasse, Greco ha firmato una prova attoriale di livello, a coronamento di un felicissimo debutto.

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