L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Tradizione in crescendo

di Francesca Mulas

Risultato in crescendo per la Lucia di Lammermoor - integrale e d'impianto tradizionalissimo - che ha chiuso la stagione lirica sassarese 2025. Mattatore della serata il tenore Matteo Desole; si impone nella scena della pazzia il soprano Rocío Pérez.

SASSARI, 12 dicembre 2025 - Il ritorno di Lucia di Lammermoor al Teatro Comunale di Sassari, a distanza di circa vent’anni dall’ultima presenza in cartellone, ha chiuso la stagione lirica 2025 dell’Ente de Carolis con un allestimento proposto nella versione integrale; una scelta impegnativa, che espone lo spettacolo a un confronto diretto con la complessa architettura del capolavoro donizettiano e ne mette inevitabilmente in luce equilibri e fragilità.

L’avvio della serata si è mosso lungo coordinate prudenti, con un assetto che ha faticato inizialmente a trovare una reale coesione. La direzione di Fabrizio Maria Carminati ha privilegiato il controllo formale e la chiarezza dell’impianto, optando per una concertazione attenta alla tenuta complessiva e al sostegno delle voci; nelle prime scene, tuttavia, il dialogo fra buca e palcoscenico è apparso ancora in fase di assestamento, con una tensione drammatica solo parzialmente compiuta. Con il procedere dell’opera, e soprattutto nella seconda parte, la narrazione musicale ha acquisito maggiore compattezza, lasciando emergere un arco più convincente. L’Orchestra del de Carolis ha garantito una resa ordinata e disciplinata, mentre il Coro dell’Ente, preparato da Francesca Tosi, si è confermato elemento di solida continuità, distinguendosi per precisione, omogeneità e affidabilità.

La regia di Renato Bonajuto si colloca in un ambito dichiaratamente tradizionale, affidandosi a una grammatica teatrale riconoscibile e priva di forzature interpretative: la narrazione è stata lineare, privilegiando la chiarezza dei rapporti scenici e la definizione dei ruoli, senza cercare particolari scarti o tensioni aggiuntive. Le scene monumentali e scure di Alfredo Troisi, le luci di Tony Grandi e le proiezioni di Marco Piras costruiscono un apparato visivo coerente, che accompagna l’azione con misura; ordinate e ben integrate anche le coreografie di Giuliano De Luca, inserite con discrezione nelle scene d’insieme.

È sul piano vocale che lo spettacolo trova progressivamente i suoi punti di maggiore solidità e, infine, la propria vera ragion d’essere. Rocío Pérez ha delineato una Lucia in costante crescita, che raggiunge la piena maturità interpretativa nella seconda parte dell’opera. La cantante mostra una vocalità luminosa e ben centrata, sorretta da un’emissione sicura e da una linea di canto omogenea, capace di affrontare con naturalezza tanto il canto elegiaco quanto le richieste più virtuosistiche. La scena della follia, “Il dolce suono… Spargi d’amaro pianto”, rappresenta il vertice della sua interpretazione: qui Pérez coniuga controllo tecnico, precisione nell’agilità e una tensione espressiva trattenuta ma autentica, evitando ogni compiacimento meramente esibizionistico. Decisivo il dialogo con il flauto, affidato a Tony Chessa, che accompagna la voce con un suono morbido, cantabile e di grande eleganza timbrica, contribuendo a creare quell’atmosfera sospesa e straniante che costituisce il cuore drammatico della pagina.

Accanto a lei, Matteo Desole si è imposto con naturalezza come il vero mattatore della serata. Il tenore sassarese, chiaramente a proprio agio su un palcoscenico che conosce e che lo conosce, ha “giocato in casa” trasformando la familiarità con il pubblico in energia teatrale. La sua voce, piena, luminosa e ben proiettata, colpisce per la solidità dell’emissione e per un fraseggio curato, sempre sorretto da un accento partecipe e consapevole. L’Edgardo di Desole è appassionato senza eccessi, generoso ma mai scomposto; il finale, “Tu che a Dio spiegasti l’ali”, è stato affrontato con nobile misura e intenso lirismo, costruendo un congedo elegiaco di forte efficacia emotiva. Una prova che rivela una profonda familiarità con il linguaggio donizettiano, condivisa con la direzione di Carminati, e che ha catalizzato con continuità l’attenzione della sala, suscitando le reazioni più convinte dell’intera serata.

Accanto a loro, Mario Cassi ha interpretato Enrico con senso dell’equilibrio e attenzione alla coerenza dell’insieme, privilegiando una lettura controllata e misurata del personaggio. Dario Russo, nei panni di Raimondo, ha offerto una prova composta e ordinata, aderente all’impostazione generale della produzione. Più definito l’Arturo di Nicolas Resinelli, risolto con sicurezza e presenza adeguata a un ruolo breve ma esposto. Di particolare rilievo la prova di Ginevra Gentile nel ruolo di Alisa, restituito con cura e sensibilità non comuni, capace di conferire al personaggio un peso emotivo reale e una funzione drammaturgica pienamente percepibile. Completa il cast Mauro Secci, un Normanno che, superata una partenza esitante, si assesta in una prova accurata e convincente.

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