L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Chiusura del cerchio

di Luca Fialdini

Il dittico Pagliacci/Edipo Re al Teatro Verdi di Montecatini registra un ottimo successo di pubblico, accendendo un focus importante sulla figura di Leoncavallo.

MONTECATINI TERME (PT) – Ruggero Leoncavallo si trova, suo malgrado, in una posizione non eccezionale: confinato nel recinto dei veristi (tenuti a debita distanza dagli altri bambini) e considerato in buona sostanza solo per Pagliacci e per La Bohème per rinverdire i pucciniani «Leonbestia» o, per aggiungere un pizzico di ricercatezza, «Leonasino». In breve, popolare ma bollato come autore di serie B. Naturalmente la realtà dei fatti è molto distante da queste semplificazioni, magari influenzate anche dal morboso accoppiamento con Cavalleria rusticana, e Leoncavallo ha più di un motivo di interesse; l’iniziativa dell’Omaggio a Ruggero Leoncavallo realizzato da Montecatini Terme Città della Musica 2025 è giusti una preziosa occasione per tornare a riflettere su un compositore che ad oggi fatica ancora nell’ottenere un giusto riconoscimento.

Il primo pannello del dittico proposto sotto il tendone del Teatro Verdi naturalmente è Pagliacci e, fra tutte le acerbità di un esordio nel teatro d’opera, non si può non riconoscere la mano sicura del maestro nella gestione armonica e nell’orchestrazione (elemento, quest’ultimo, non sempre valorizzato al meglio in una parte consistente della letteratura verista, iniziando da Mascagni). Proprio la partitura, tanto ricca e impervia, è la prima sorpresa di questa rappresentazione, trovando ottima realizzazione nelle mani dell’Orchestra Cupiditas ben diretta da Pietro Mazzetti: non solo è tutto in ordine, ma c’è anche un bel gusto, in particolare nel sottolineare le timbrature e nelle trasparenze delle divisioni degli archi. Mazzetti trova la dimensione drammaturgica giusta per un dramma così intenso proposto in versione semiscenica da Lorenzo Lenzi; proprio l’eliminazione di tutto il braccone – è davvero il caso di dirlo – proposto usualmente, amplifica la forza di questo dramma intimo e la riduzione ai minimi termini rende ancor più metafisico il gioco del metateatro: il teatro tradizionale, con la sua fisiologica necessità di riempire uno spazio molto vasto, spesso ci fa dimenticare quanto possa essere potente un dramma ridotto scenicamente ai minimi termini.

C’è tensione, c’è lirismo nell’esecuzione dell’orchestra venata da figure rabbiose, mentre Mazzetti porge un sicuro sostegno al canto e sceglie metronomi giusti per la drammaturgia e comodi per la voce. Il Coro Harmonia Cantata preparato da Raffaele Puccianti soffre un po’ la posizione incassata dietro l’orchestra, ma nulla che possa inficiare l’esito della serata e – anzi – riesce a ritagliarsi un paio di momenti corali di buon effetto, uno su tutti «Din don, suona verspero».

La scelta del cast è eccellente sotto ogni punto di vista, iniziando dall’ottimo Giuseppe Altomare cui spetta onere e onore di dare inizio all’opera: Altomare è ben più di una garanzia e fin dall’ingresso nel prologo si può apprezzare la cifra della recitazione misuratissima. Carismatico, appassionato ma senza cedere nemmeno per un istante agli eccessi veristi, tratteggia un Tonio che guarda a Iago, cesellando con cura ogni frase, ogni parola; avvalendosi di un timbro brunito e ben appoggiato su tutta la gamma, Altomare firma una prova di grande classe, tale che ci si dispiace di poterlo ascoltare per una sola recita.

Felice esito anche per il Silvio di Nicolò Ayroldi, pregevole nello slancio lirico e nelle mezze voci, incarna un po’ lo spirito di questa rappresentazione, attenta in particolare all’umanità – positiva o negativa – dei personaggi che si muovono sulla scena. Nello stesso tracciato si inserisce il Canio di Samuele Simoncini: nel tratteggiare il capocomico della compagnia, caratterizzato da un bello squillo e dall’emissione controllata, Simoncini non realizza un cieco bruto tout court, ma non indora nemmeno la pillola; il ritratto restituito al pubblico è quello di una figura al tempo stesso semplice e stratificata, cui possiamo dare la nostra commiserazione ma non il perdono. Didier Pieri si conferma valente interprete del repertorio italiano fra XIX e XX secolo, capace di autentiche raffinatezze della linea vocale, ben esposte nell’applaudita serenata di Arlecchino, in cui finalmente ha la possibilità di mostrare il proprio spessore.

Senza ombra di dubbio la palma (sia per questo titolo, sia per l’intera serata) spetta di diritto a Elisa Balbo e la sua Nedda è impeccabile sotto ogni punto di vista: lo strumento vocale, argenteo e con ottima proiezione, è davvero nel suo elemento con queste morbide linee melodiche che si muovono continuamente da un registro all’altro. L’interpretazione fornita è chiaramente il frutto di una sentita interiorizzazione del ruolo, spostandosi senza soluzione di continuità fra sensualità, fine divertissement, durezze espressive, orgoglio e dolore.

Il secondo pannello è anche l’ultima opera, benché incompiuta, andando a costituire così un’ideale chiusura del cerchio: l’EdipoRe è quasi un capitolo a sé stante nella produzione di Leoncavallo, configurandosi più come una cantata scenica che un effettivo melodramma (e infatti in questa esecuzione in forma di concerto rende ottimamente). Il fatto che sia poco eseguito è un delitto, trattandosi di una partitura formidabile, condizione che porta a due problemi specifici; il primo, ça va sans dire, è che sia davvero poco conosciuto; il secondo è che, non avendo una solida storia performativa e soprattutto non essendo stato portato a totale compimento dall’autore, è un titolo su cui c’è ancora molto lavoro da fare, basti pensare che la partitura e la riduzione canto e piano non coincidono completamente: esistono manciate di battute o brevi passi che l’una contiene e l’altro no e viceversa. Ad oggi nessuno ha ancora messo mano alla questione per provare almeno a proporre, se non una soluzione, almeno una parvenza di quadratura.

In questo lavoro così particolare, Leoncavallo dà fondo alle proprie energie per andare oltre: magari non oltre il suo tempo, ma senz’altro oltre sé stesso. Si avverte il desiderio di scollarsi di dosso la riduttiva etichetta di verista e per farlo ricorre a costruzioni armoniche estremamente ardite, gesti-segnale, temi ricorrenti rivolti molto più al pensiero mitteleuropeo che alla rassicurante scuola italiana, una tecnica di orchestrazione di altissimo livello, senza rinunciare alla caratteristica cantabilità delle linee vocali. Non è un’opera minore: è un grande titolo e l’iniziativa di darne ulteriore esecuzione è degna di lode.

Cambia il titolo e cambia anche il direttore. Valerio Galli sale sul podio della Cupiditas, garantendo un’efficace tenuta dell’insieme – compito tutt’altro che agevole in una partitura simile – conferendo la giusta attenzione ai guizzi coloristici e ai temi ricorrenti, come il do-sib-si-la. È tutto perfetto, l’unica cosa che manca è l’intenzione giusta. Dopo la rappresentazione al Teatro Verdi di Pisa nel 2019, ritroviamo il Coro Arché (evoluzione dell’allora Coro Ars Lyrica) preparato da Marco Bargagna come fiero interprete di quello che a tutti gli effetti è un coro greco.

Tornano alcuni interpreti dei Pagliacci: Didier Pieri è fatidico pastore, Nicolò Ayroldi un Corinzio e Samiele Simoncini un solido Creonte; Paolo Pecchioli ammanta il suo Tiresia con una voce tanto scura quanto rotonda e con dizione nitida. Maria Billeri incarna una Giocasta materna e, se la tenuta non è esattamente esemplare, il suo personaggio brilla per espressività.

Vittorio Vitelli si trova a fronteggiare l’impegnativo ruolo di Edipo, caratterizzato da una presenza costante e da una parte che esige molto in termini vocali. Si apprezza lo strumento generoso, ben sfogato, ma ancor di più la capacità di addentrarsi abbastanza nella psiche di un personaggio così complesso da non poter risultare che convincente dalla prima all’ultima nota. Con un cast simile è davvero un peccato che non ci sia almeno un’altra recita: il risultato è notevole e Edipo Re merita di essere ascoltato.

Una splendida serata, ricca di applausi e di vivo – giustificatissimo! – entusiasmo da parte del pubblico; non resta che augurare che Montecatini possa continuare su questo cammino virtuoso perché c’è un disperato bisogno di chi ha il coraggio di proporre quello che molti teatri, per eccesso di pavidità, evitano.

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