L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Si calma la bufera

di Sergio Albertini

L'inaugurazione della prima stagione del Teatro Lirico di Cagliari guidata da Andrea Cigni sembra preludere a un'era più luminosa dopo cupi tempi recenti. Ottima la prova di orchestra e coro con Francesco Lanzillotta sul podio.

CAGLIARI, 14 dicembre 2025 - Succede, a volte. Apri un libro, e dall'incipit comprendi che sarai rapito da una lettura che ti avvolgerà rapidamente, trascinandoti in un altrove che ti racconterà una storia come non mai. E sarà tua.

Succede, ma molto più raramente, in una stagione lirica. Eppure qui, a Cagliari, il miracolo è avvenuto. Dopo un quinquennio oscurantista, che sul podio ha visto i Mastrangelo e le Venezi, senti le prime note dell'Otello. In media res (in Boito/Verdi manca l'atto veneziano) ecco la Tempesta: una straordinaria efficacia descrittiva, il sipario che si apre con un accordo di undicesima di dominante di Fa non risolto. Senti come l'Orchestra del Lirico disegna questo fragoroso paesaggio sonoro: corni e legni pingono un cupo mugghiare con le loro scale cromatiche; le onde sono agitate dentro quelle terzine degli archi, l'ottavino lampeggia i suoi lampi. Ecco, capisci che se c'è un direttore sul podio, la strada è ben tracciata.

Francesco Lanzillotta apre l'Otello, e apre questo nuovo corso (speriamo proficuo) del nuovo Sovrintendente e Direttore Artistico Andrea Cigni che ha costruito una stagione in tempi record. Lanzillotta, con mano (e gesto) felice nel suo doppio debutto (al Lirico e nel suo primo Otello) segna qui una direzione audace, dove la potenza imponente di una orchestrazione sofisticata tende da subito al dramma, ma sa farsi rarefatta e cameristica dove richiesto, come il quartetto di violoncelli con sordina che introduce il duetto d’amore o il monologo nell’atto terzo sul l’inflessibile La bemolle di corni e contrabbassi. A Lanzillotta sul podio l'Orchestra ha risposto con generosa partecipazione, e penso al fagotto spesso associato a Jago, i ricami dei violini primi nel primo atto, il corno inglese nella Canzone di Desdemona. Da un punto di vista strumentale, una grande serata, una grande orchestra, un ottima direzione.

La regia del palermitano Roberto Catalano (anche lui debuttante al Lirico di Cagliari) ruota fondamentalmente attorno ad una parola: 'velo'. Il momento chiave è quello che chiude il primo duetto tra Otello e Desdemona; un abbraccio, un toccarsi, un discendere (casto) di velo dal corpo della donna. Quel velo sarà il drappo del fondale che cadrà, al quarto atto, netto, di colpo, alla morte di Desdemona, mostrando il buio, il nero, il niente (in verità, una cintura di forti luci arancioni alla base che abbaglieranno il pubblico. Forse l'intenzione – volontaria ? - di mostrare anche la finzione scenica, la macchina vuota ?). Tutto il resto è (parzialmente) irrisolto. Una scena fissa per tutti e quattro gli atti (più che scena, parlerei di installazione), un emiciclo costituito da grandi teli di seta bianca verticali. Si agitano durante la tempesta, fungono da teatro delle ombre, tre coppie che in silhouette mimano il farsi e il disfarsi di amori, tra appuntamenti, promesse, incomprensioni, difficoltà, gioie passeggere, litigi (e almeno, restino qui i nomi di questi sei mimi: Simone Cioffi, Leonardo Guerini, Simone Lecca, Elga Maccioni, Emma Reburghini, Ludovica Taurisano). Pochi altri elementi scenici (a firma di Eleonora De Leo): un divanetto in finto rococò brianzolo con imbottitura capitonné stile "Chesterfield"; il giardino è un gruppo di tronchi, o meglio, rami giganti e spinosi di rose; un trono, l'inevitabile letto (ma ad una piazza e mezzo, o anche meno). L'opera si apre con una serie di sedie che sono disposte anch'esse a semicerchio (omaggio involontario a Pina Bausch, o memoria della Cavalleria rusticana con la regia di Mario Martone, chissà). Il coro femminile appare con abiti lunghi dai colori pastello sfumati, privi di qualsiasi rimando ad epoche o a luoghi geografici (diverranno al terzo atto cupi, dalle tonalità profonde e sature, dal porpora all'indaco). I costumi, a firma di Ilaria Ariemme, mescolano con straniante esito il consolidato liliale candore nelle vesti di Desdemona a certo ciberpunk di alcune figure maschili, dal cuore in stile ex voto sul cappottone di Jago (sembra di intravedere l'ombra di Emma Dante...) al costume polveroso e appesantito da tracce di onori ed oneri di Otello (il più riuscito) fino al trionfo trash che pare provenire da uno spot di Dolce & Gabbana: il manto ricoperto di fiori addosso a Desdemona, Madonna di una qualche processione sicula, appena apposto e tosto tolto. Una nota di merito alle luci di Oscar Frosio, che in questo luogo/non luogo disegna e ricava atmosfere e momenti per un minimalismo che, seppur lontano da Bob Wilson, delega alle luci il suo sviluppo drammaturgico.

L'origliare di Otello nel dialogo tra Cassio e Jago è giocato su tre pannelli verticali che discendono progressivamente dall'alto; nella loro trasparenza, si intravede – nel primo – una traccia di sangue, ed è forse uno dei momenti meglio riusciti della regia di Catalano. Che opta per un inspiegabile #noblackface per Otello (per Shakespeare chiaro nel titolo: The Tragedy of Othello, the Moor of Venice; per Verdi e Boito, nel libretto, ben indicato “moro, generale dell'Armata Veneta”). Ora, nella tragedia dell'inglese, Jago chiama offensivamente Otello “vecchio caprone nero” (I,1): Brabanzio (il padre di Desdemona) sottolinea il suo “petto fuligginoso” (I,2). Questa 'diversità' (come la gobba per Rigoletto) ha una funzione drammaturgica primaria, moltiplica l'insicurezza di Otello, ne sottolinea l'alterità, lo rende dubbioso, fa ancora più fragile il suo ego. Catalano non ci spiega la sua scelta, mentre poi ci regala le solite bionde lunghe chiome di tradizione per Desdemona.

Minimalismo, si diceva, citando Bob Wilson: quel che manca è tuttavia un lavoro attoriale, attento, minuzioso. Si procede per grandi gesti, violente cadute per terra, con quel gusto che fa tanto antica, sana provincia. Non cenni, sguardi, gesti. Forse prove insufficienti, forse cast complessi (tre diversi Otelli per sei recite), di certo ciò che si legge nella bella intervista al regista sul programma di sala non trova riscontro con quanto visto sulla scena.

Quanto alle voci, in primis quelle del coro, splendidamente preparate e dirette da Riccardo Pinna: nel coro di vittoria una forza, una potenza, una tensione di solida coerenza; nel 'Fuoco di gioia' un calibrato effetto ritmico, in cui tutte le sezioni rendevano un unico, omogeneo risultato. Grande, bella prova.

Poi, i solisti. Il protagonista è il trentottenne georgiano Konstantine Kipiani, già conosciuto dal pubblico cagliaritano per il suo Nerone di Boito, l'Andrea Chenier di Giordano, La Wally di Catalani. Nelle sei recite si alternava con Fabio Sartori, con Angelo Villari e con l'ucraino Denia Pivnitsky. Le terribili insidie della tessitura non turbano Kipiani; squillo potente e argenteo nel suo 'Esultate!' di apertura, acuti sempre ben proiettati sopra il sonoro tessuto orchestrale, e tuttavia non è sufficiente a 'fare', ad 'essere' un Otello verdiano. Compita con un fraseggio sbrigativo 'Ora e per sempre addio', affronta con controllata disperazione 'Dio! Mi potevi scagliar' e regala un buon finale. Ma, nel complesso, è uno scialbo Otello.

Ancora meno mi convince Roberta Mantegna, in costante ascesa tra i soprani della sua generazione. Timbro anonimo, solida tecnica, tentativi espressivi cercati con cura, un La bemolle conclusivo dell'Ave Maria impeccabile, il Si bemolle grave nella grande supplica 'Se incoscia, contro te, sposo, ho peccato' eccessivamente aperto, qualche risonatore nasale di troppo; una Desdemona a cui manca il senso di una tragica adolescenza, a cui viene a mancare anche una radiosità sensuale. (In una lettera a Giulio Ricordi datata 22 aprile 1887 Verdi affermava che la moglie di Otello «non è una donna, è un tipo! Il tipo della bontà, della rassegnazione, del sacrifizio!»).

Jago era Franco Vassallo: vera voce di baritono, ha il pieno controllo del ruolo, da poco affrontato in più teatri, da Madrid a Catania e che l'estate prossima lo vedrà a Bonn. La sua è una scelta interpretativa che predilige il coté grezzo, rozzo, demoniaco, feroce; senza sottigliezza, senza melliflua menzogna. Nota dolente, l'alta tessitura del 'Brindisi' non ben gestita, associata alla scelta registica di farlo avanzare su una lunga tavola (imbandita). Un eccesso di narcisismo vocale sfocia in una sfocata interpretazione. (Boito esplicò per intero nell’edizione della Disposizione scenica licenziata da Ricordi: «spigliato e gioviale con Cassio; con Roderigo, ironico; con Otello […] bonario, riguardoso, devota mentesommesso; con Emilia brutale e minaccioso; ossequioso con Desdemona e con Lodovico». Per dire.)

Molto efficaci gli altri ruoli, a partire da una eccellente Emilia (Loriana Castellano), il Cassio di Davide Tuscano, il Roderigo di Enrico Casari, il Lodovico di Federico E.D.Sacchi, il Montano di Alessandro Frabotta e l'Araldo di Nicola Lentis.

Completava il cast il Coro di Voci Bianche del Conservatorio di Musica 'Palestrina' di Cagliari diretto da Francesco Marceddu.

Una considerazione: il nuovo 'suggerimento' che scorre sui sopratitoli consiglia al gentile pubblico di ridurre la luminosità degli schermi dei loro telefoni cellulari per non dar troppo fastidio al pubblico e agli artisti. Un semplice: “SPEGNETELI!” sembrava troppo ?

 

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