Fiori di serra
Spiccano Mimì (Elisa Verzier) e Musetta (Giulia Mazzola) a Jesi in una Bohème colpita da qualche malanno di stagione e non troppo convincente sul piano della concertazione.
JESI, 21 dicembre 2025 - Altro classico irrinunciabile del periodo natalizio (quante produzioni si contano in questi giorni? Palermo, Firenze, da poco conclusa quella di Bologna e in arrivo a Roma...) La bohème non manca nemmeno nelle Marche e riappare a Jesi in una coproduzione con Metz che riporta al Pergolesi Paul-Émile Fourny, regista pressoché stabile nelle stagioni jesine degli ultimi anni, dove solo in ottobre aveva firmato Don Giovanni. Lo spettacolo è senz'altro ben fatto e razionale nel gestire gli spazi compressi del teatro, con le scene di Valentine Bressan illuminate da Patrick Méeüs che osano pendenze ripidissime e inventano nicchie e ambienti a dar profondità all'azione. L'impianto è sostanzialmente tradizionale, con qualche dettaglio (specie nei costumi di Dominique Louis) che rimanda al romanzo di Murger o al film Moulin Rouge di Buz Lurmann: Mimì, come Musetta, si avvicina fin dall'inizio più alla grisette che alla lorette; il Caffé Momus è chiaramente il celebre locale parigino, le cui pale rotanti illuminate si vedono sia dalla soffitta sia dalla Barriera d'Enfer. Purtroppo, però, questa ricerca non va sempre di pari passo con l'attenzione al testo e, a maggior ragione in un'impostazione tradizionale, l'esito può stridere alquanto. Per esempio, Rodolfo invita Mimì a sedere "vicino al fuoco" quando lei si è già ben accomodata accanto alla stufa (e, anzi, è costretta a rialzarsi e raggiungere il tavolo per predere il "po' di vino"), oppure Musetta interrompe la preghiera senza che nessuna fiamma sventoli e non succeda un bel nulla. Tutte piccole sviste che si sarebbero potute evitare, senza pretendere la pedissequa didascalia, ma solo una piena coerenza nel rapporto testo-azione. Rilievi tutto sommato veniali, mentre qualche problema in più viene dal podio, dove Jacopo Rivani tende a favorire sonorità fin troppo robuste e passo incalzante, sovente a discapito del rapporto fra buca e palco, del respiro del canto, della naturale, innata teatralità del dettato pucciniano.
Con Puccini, peraltro, coro (lirico marchigiano Vincenzo Bellini, preparato da Massimo Fiocchi Malaspina, con i pueri cantores D.Zamberletti guidati da Gian Luca Paolucci) e orchestra (la Filarmonica marchigiana, con la banda Salvadei di Macerata) vantano confidenza di lungo corso, mentre il cast è in media assai giovane e non sempre valorizzato a dovere. Se l'impressione generale va a netto vantaggio delle voci femminili è certo merito di Elisa Verzier e Giulia Mazzola, ottime cantanti, perfettamente in parte e complementari nei panni di una delicata Mimì, "di serra fiore", e di una procace ma non volgare Musetta; tuttavia i mali di stagione hanno messo il loro zampino nel penalizzare il Rodolfo, di cui comunque apprezziamo il bel timbro, di Matteo Roma e lo Schaunard di Giacomo Medici. Nessun annuncio di indisposizione, invece, per il Marcello di Daniele Terenzi, non sempre a suo pieno agio quando la parte vira verso il canto di conversazione più che sulle frasi spiegate, né per l'attendibile Colline di Eugenio Di Lieto, ben altrimenti apprezzato il mese scorso come serpentino Don Basilio ad Ascoli, Fermo, Fano e Ancona. Stefano Gennari (Benoît e Alcindoro), Andrea Pistolesi (sergente dei doganieri), Alessandro Pucci (Parpignol e un venditore) e Bruno Venanzio (doganiere) completano il cast e il quadro di una Bohème magari non memorabile e un po' acciaccata dai malanni invernali, ma non priva di note positive e che viene accolta festosamente, in perfetta sintonia con una piazza che, con le sue bancarelle, ricorda la vigilia di Natale decantata da Schaunard.
Leggi anche
